domenica 3 giugno 2018

Premio Strega 2018 – "Il figlio prediletto" di Angela Nanetti

Continuano le mie recensioni su alcuni dei dodici libri candidati al Premio Strega 2018. (Nei precedenti post un quadro generale dei dodici autori candidati e la recensione del romanzo di Marco Balzano).

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«Londra appariva un'altra, senza la durezza del giorno, e per la prima volta lui si sentì libero. Dal dolore e dai ricordi, ma anche dalla vita che aveva condotto fino a quel momento, compressa come una cella di prigione, fatta di Marie e di Carminucce e di preti come padre Luigi, che imponevano l'ora del ritiro. E forse per quella luce strana, forse per quei suoni di chitarra, sentì all'improvviso forte e dolorosa la voglia di riprendersi il mondo».
Il desiderio di riprendere in mano la propria vita, la voglia di liberarsi dall'opprimente peso dei ricordi che continuano a tormentare o di allontanarsi dai condizionamenti familiari per ritrovare la propria identità, con Londra a rappresentare una meta ideale, un punto di netta separazione dalla precedente vita, pur se con un percorso interiore complesso e non privo di ostacoli. Sono questi i temi che costituiscono il nucleo essenziale de "Il figlio prediletto" (Neri Pozza), romanzo di Angela Nanetti candidato al Premio Strega 2018.
Tutto ha inizio in una terribile e spietata notte di inizio giugno del 1970, in cui Nunzio e Antonio, promettenti calciatori e compagni di squadra in un piccolo paese della Calabria, vorrebbero semplicemente vivere il loro amore, quella passione scoppiata all'improvviso alcuni mesi prima e che i due ragazzi non avevano potuto fare a meno di assecondare. Una passione vissuta di nascosto, tra segreti e gioie, "ansia non detta e futuro cancellato", perché nei loro ambienti nessuno avrebbe potuto capire e molti avrebbero condannato. Ma la condanna, tremenda e ineluttabile, arriva comunque dalla famiglia di Nunzio, i Lo Cascio, una famiglia appartenente alla 'ndrina, alla malavita locale, che non esita a mandare propri uomini a uccidere Antonio, lasciandolo cadavere di fronte a Nunzio. Il ragazzo, sconvolto e incredulo, non può far altro che vegliare il suo amato fino all'alba, ovvero fino a quando suo fratello Santino non arriva a prenderlo e solo in quel momento tutto appare chiaro.


Questo episodio costituisce il prologo di un romanzo particolare, che si compone di due storie distinte, collocate su piani temporali diversi, storie che all'inizio si svolgono parallelamente, ma che finiscono a un certo punto per intrecciarsi. Ma il dolore e il desiderio di ribellione e rivalsa dei due protagonisti, Nunzio e Annina, hanno la stessa origine, quella famiglia spietata che non ammette che qualcuno possa infrangere le proprie regole.
La storia di Nunzio viene narrata in terza persona, con uno stile che fonde precisione e poeticità, volto a far emergere quella malinconia di fondo di un giovane che a venti anni si sente già sconfitto e avverte la pesantezza di un dolore che si porta dietro e finisce quasi per schiacciarlo: «Il vecchio sembrava aver capito che il mondo gli aveva mostrato all'improvviso la faccia più feroce, quella di un padre e due fratelli che gli avevano spezzato le ossa a una a una. E niente dentro di lui teneva più: non la fiducia negli uomini, non la speranza di futuro, nemmeno la sua identità. Di Nunzio Lo Cascio era rimasto solo un mucchio di carne dolorante, che chiedeva di non avere ricordi né pensieri. Dormire, solo questo voleva».
Nunzio dopo quella terribile notte è costretto a partire per Londra. I suoi familiari lo hanno mandato via, lontano dal suo paese, forse per punizione o per evitare qualsiasi indiscrezione sulla sua omosessualità, una macchia per il loro onore. E Nunzio di tale allontanamento in fondo appare contento: come avrebbe potuto vivere con il padre e i fratelli dopo ciò che gli hanno fatto, con l'orrore della morte di Antonio sempre davanti agli occhi?


Le tappe che caratterizzano il percorso interiore di Nunzio coincidono con la comparsa di alcuni personaggi che diventano per lui fondamentali. Sullo sfondo, la Gran Bretagna in un periodo di crisi economica, di elevata disoccupazione e di numerosi scioperi, scanditi dalle rivendicazioni sindacali, periodo che culmina nell'elezione di Margaret Thatcher a primo ministro del Regno Unito nel 1979.
In quegli anni Nunzio, fallita ogni possibilità di intraprendere l'attività calcistica per un infortunio, conosce dapprima Thomas, figlio di un lord che rinnega le sue origini e si dedica con ardore alla lotta comunista. E con lui stringe un rapporto di amicizia intenso e sincero che gli consente finalmente di risollevarsi e ritrovare la tranquillità e la voglia di vivere, oltre che appassionarsi alle tematiche sociali.
In seguito, si ritroverà alle prese con un altro stravagante personaggio, che si rivelerà comunque molto importante per lui, un artista poliedrico, fotografo, pittore e musicista da tutti soprannominato 'Funny Jack': «un uomo di età indefinibile, tra i quaranta e i cinquanta, di un biondo rossiccio, anche sul petto villoso che esibiva dalla camicia bianca sbottonata, lo stomaco del bevitore e un vistoso orecchino al lobo sinistro che gli dava un'aria piratesca». Un mentore che non esiterà ad aiutare Nunzio nel momento del bisogno, facendogli scoprire il mondo della fotografia.
Nel cuore e nella mente di Nunzio Antonio è sempre presente, un ricordo misto all'orrore e anche a un certo rimorso, sensazioni che il giovane cerca man mano di far colar via dal suo corpo. La piena accettazione della propria omosessualità e le passioni appena scoperte sono per lui una forma di riscatto da quel tremendo passato che si porta dietro.
Nel frattempo prende avvio anche la storia di Annina, narrata in prima persona con un linguaggio più immediato e denso di espressioni dialettali. Nipote di Nunzio in quanto figlia di suo fratello Santino, nella sua innocenza di bambina non può comprendere l'orrore che la circonda, ma crescendo dovrà toccare con mano la "tranquilla ferocia" di cui suo padre può essere capace. Nunzio non lo ho mai conosciuto, è andato via quando ancora non era nata, ma il suo nome risuona spesso nelle parole di sua nonna Carmela, madre di Nunzio e Santino. 


La vita di Annina, scandita dalle imposizioni familiari, con un padre che cerca di controllarne ogni mossa e una nonna che condanna ogni sua velleità artistica, viene scossa da un inevitabile moto di ribellione, una fuga a Londra per inseguire il sogno di diventare attrice di teatro, un percorso che sarà segnato dalla presenza di altri uomini che cercheranno di sfruttarla e di imporre la propria volontà. Le storie di Annina e Nunzio, pur se in modo particolare, si intrecceranno nel momento in cui Annina si metterà alla ricerca delle tracce di suo zio e di coloro che lo hanno conosciuto.
Come ho accennato sopra, entrambi i protagonisti sono alla ricerca di un riscatto rispetto alla loro precedente esistenza per allontanarsi dai condizionamenti familiari, pur seguendo un percorso completamente diverso. Nunzio in qualche modo subisce l'allontanamento dal suo paese, ma coglie tale occasione per rinascere e buttar via l'orrore che si porta dietro, grazie anche agli amici che incontra lungo il sentiero. E il destino che appariva così avverso in alcuni momenti sembra volerlo aiutare, cercando di portare la sua felicità a un apice oltre il quale non può esserci più nulla. Annina, invece, ha bisogno di uno strappo, di un gesto di ribellione per avviarsi verso quel riscatto, che sembra finalmente concretizzarsi solo quando deciderà di capire meglio chi era suo zio Nunzio. Forse anche con lei il destino avverso a un certo punto sembra voler essere benevolo.
"Il figlio prediletto" è un romanzo denso di malinconia e di speranza, con personaggi ben caratterizzati, in bilico tra lo scoraggiamento e il desiderio di rivincita, tra cadute e rincorse, accompagnato da una narrazione non sempre lineare, fatta di anticipazioni, strappi, immagini forti, visioni sconsolate o luminose, in cui appare chiaro che la ferocia dei prepotenti non sempre riesce a piegare l'animo di chi ha realmente voglia di vivere.


giovedì 31 maggio 2018

Le peripezie letterarie dell’Accademia svedese

In questi giorni è stato reso noto che forse anche per il 2019 non avrà luogo l’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura. Infatti, il direttore della Fondazione Nobel ha affermato che il premio verrà assegnato solo nel momento in cui l'Accademia svedese, in grave crisi per scandali sessuali e finanziari, riacquisterà la fiducia delle persone.
Si potrebbe discutere a lungo su tale decisione di non assegnare il premio, se si tratti di una scelta squisitamente politica o dettata da effettive esigenze organizzative. Ciò che è certo è che tale evento ha contribuito ulteriormente a mettere in discussione il premio stesso.
Già in occasione della recente morte del celebre scrittore Philip Roth (che non mai ricevuto quel premio nonostante la spasmodica attesa ogni anno da parte di diversi addetti ai lavori e lettori, accompagnata da una certa ironia) molti si sono interrogati sulla validità e sulla significatività del premio stesso, chiedendosi se l’Accademia svedese possa realmente valutare quali scrittori nell’ambito della letteratura mondiale siano meritevoli di tale onorificenza.
Personalmente, non sarei in grado di dare una risposta, sicuramente ho apprezzato diversi scrittori che in passato hanno vinto tale premio. Penso ai nostri grandi letterati (Giosuè Carducci, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale) o ad autori che hanno profondamente arricchito la scena letteraria mondiale (Pablo Neruda, Samuel Beckett, John Steinbeck, Albert Camus e molti altri).


Comunque, grazie a un articolo del quotidiano online “Il Post” (20 ottobre 2015), tempo fa ho avuto modo di leggere un breve saggio di Tim Parks dedicato al Premio Nobel per la letteratura (contenuto nella raccolta “Di che cosa parliamo quando parliamo di libri”- UTET) che mi ha fornito interessanti spunti di riflessione. In tale articolo Parks ha messo in luce le criticità e le contraddizioni di tale Premio con considerazioni condivisibili, soprattutto di ordine pratico.
Ecco alcuni estratti del saggio: “Proviamo a immaginare la quantità di letture richieste. Supponiamo che ogni anno vengano nominati cento scrittori, un’ipotesi plausibile, e che di ciascuno i membri della giuria cerchino di leggere almeno un libro. Trattandosi di un premio indirizzato all’intera opera di un autore, ipotizziamo che, una volta ridimensionato il numero dei candidati, i membri leggano due libri di ciascuno dei restanti, poi tre, quattro e così via. È probabile che ogni anno si ritrovino a leggere intorno ai duecento libri (in aggiunta al loro consueto carico di lavoro). Di questi, pochissimi saranno scritti in svedese … Adesso fermiamoci un attimo e immaginiamo i nostri professori svedesi, chiamati a difendere la purezza della lingua nazionale, che confrontano un poeta indonesiano, magari tradotto in inglese, con un romanziere del Camerun, disponibile solo in francese, un altro che scrive in afrikaans ma è pubblicato in tedesco e in olandese, e infine una celebrità del calibro di Philip Roth, ovviamente disponibile in inglese, ma che i giurati potrebbero benissimo essere tentati, se non altro per un senso di spossatezza, di leggere in svedese. È un compito invidiabile il loro? Ha poi tanto senso? … Come affrontiamo l’impresa? Cercando qualche criterio semplice e ampiamente condivisibile che ci aiuti a liberarci di questa seccatura. E poiché, per citare ancora Borges, l’estetica è complessa e richiede una sensibilità speciale, mentre l’affiliazione politica è più semplice e rapida da afferrare, cominciamo con l’inquadrare le aree del mondo che hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica, magari per un’agitazione politica o perché accusate di violazioni dei diritti umani; troviamo gli autori che si sono già guadagnati una bella dose di rispetto e magari anche qualche premio importante nella comunità letteraria di quei paesi, e che si sono schierati apertamente dalla parte giusta dello scontro politico in questione, e li selezioniamo.”.


Dunque, secondo Parks l’Accademia svedese si troverebbe nell’impossibilità di adottare un criterio puramente estetico, considerata l’estrema difficoltà di una selezione basata su una approfondita disamina degli scrittori potenzialmente meritvoli di premiazione. Il criterio adottato sarebbe, dunque, di carattere più politico. D’altronde, secondo le intenzioni iniziali, tale premio sarebbe dovuto andare all'autore nel campo della letteratura mondiale che "si sia maggiormente distinto per le sue opere in una direzione ideale". Tale direzione ideale può tranquillamente essere quella descritta da Parks.
Negli anni non sono mancate, ovviamente, le sorprese e le polemiche. Come ho avuto modo di scoprire con una semplice ricerca sul web, sorpresa vi fu già con il primo premiato, il poeta francese Sully Prudhomme che fu insignito del primo Premio Nobel per la letteratura nel 1901, mentre erano molto favoriti scrittori come Émile Zola e Lev Tolstoj. D'altronde, altri celebri scrittori non lo hanno mai vinto. Soltanto per citarne alcuni: Marcel Proust, James Joyce, Louis-Ferdinand Céline, Vladimir Nabokov, oltre, ovviamente, a Philip Roth.
Polemiche vi furono anche per la premiazione di Dario Fo (molti rappresentanti della cultura italiana da anni patrocinavano la candidatura di Mario Luzi, mentre il critico letterario Harold Bloom lo definì semplicemente ridicolo) e di Elfriede Jelinek, scrittrice austriaca la cui opera, secondo Parks, è da considerarsi feroce e spesso indigesta.
Parks conclude parlando di sostanziale futilità del Nobel, che non andrebbe preso troppo sul serio: “diciotto (o sedici) cittadini svedesi avranno una certa credibilità quando si tratta di valutare opere letterarie svedesi […] ma può davvero esistere un gruppo in grado di comprendere l’infinita varietà di opere appartenenti a così tante tradizioni diverse?”. Eppure, credo che in questi due anni l'attesa della premiazione con immancabile pronostico un po' ci mancherà.


domenica 20 maggio 2018

Premio Strega 2018 – "Resto qui" di Marco Balzano

In un precedente post avevo riportato alcune brevi note sui dodici candidati al Premio Strega 2018 (cenni biografici, sinossi, giudizio formulato dall'"Amico della Domenica" che ha segnalato il romanzo). In questo post e nei prossimi riporterò man mano le recensioni su alcuni dei libri candidati che ho avuto modo di leggere.

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«Fino a quel momento, specie in queste valli di confine, la vita era scandita dai ritmi delle stagioni. Sembrava che quassù la storia non arrivasse. Era un'eco che si perdeva. La lingua era il tedesco, la religione quella cristiana, il lavoro quello nei campi e nelle stalle. [...] Mussolini ha fatto ribattezzare strade, ruscelli, montagne ... sono andati a molestare anche i morti, quegli assassini, cambiando le scritte sulle lapidi. Hanno italianizzato i nostri nomi, sostituito le insegne dei negozi. Ci hanno proibito di indossare i nostri vestiti».
Nel romanzo "Resto qui" (Einaudi), candidato al Premio Strega 2018, Marco Balzano narra una storia vera di violenza e invasione, uno scontro, avvenuto all'inizio del ventennio fascista, tra "la prepotenza del potere improvviso e chi rivendica radici di secoli", nel momento in cui Mussolini iniziò a occupare il Sudtirolo con un processo di forzata italianizzazione.
Tali fatti storici, a loro volta, si intrecciano indissolubilmente con le vicende intime e quotidiane di Curon, un piccolo paese del Trentino, i cui abitanti, abituati alla tranquilla faticosità del loro lavoro nei campi, con il bestiame da allevare e la terra da coltivare, si sono sempre sentiti protetti dalle montagne intorno, in una condizione di isolamento che li ha posti al riparo persino nel corso del primo conflitto mondiale, illudendosi che non vi sarebbero più state altre guerre. Ma con l'invasione fascista gli abitanti non riescono a reagire ai soprusi di chi vorrebbe privarli della lingua e del lavoro e pian piano finiscono per perdere la loro identità: «Ci eravamo abituati a non essere più noi stessi. La nostra rabbia cresceva, ma i giorni correvano veloci e il bisogno di sopravvivere la trasformava in qualcosa di debole e sfibrato».


La narrazione avviene in prima persona con una prosa che in alcuni punti si avvicina al linguaggio parlato, ma che non perde di scorrevolezza e precisione. La voce narrante è quella della protagonista Trina, una donna sensibile e appassionata di libri, ma che nutre un profondo timore per il futuro, al punto che a volte preferirebbe chiudersi nella propria stanza, fermare il tempo e aspettare.
Trina studia per diventare insegnante, nonostante l'invasione fascista abbia riservato agli italiani tutti i posti all'interno delle scuole, e, pur con il pericolo imminente di essere scoperta e imprigionata, inizia a insegnare clandestinamente il tedesco ad alcuni bambini. Il suo sguardo attento, rivolto alla drammatica situazione che si profila all'orizzonte, restituisce al lettore riflessioni semplici, ma significative, come quella sulle lingue, divenute 'marchi di razza', trasformate dai dittatori in armi, dichiarazioni di guerra, muri continuamente innalzati.
Suo marito Erich è, invece, un uomo schivo e di poche parole, ma nello stesso tempo deciso e combattivo, che, oltre a cercare di non farsi sopraffare dalla prepotenza degli invasori, deve contrastare la pervicace indifferenza dei suoi compaesani, che, chiusi nella loro quotidianità, non riescono ad avvertire il pericolo imminente: «La gente con un dito sulle labbra lascia ogni giorno che l'orrore proceda. [...] L'uomo col cappello scosse le spalle e annuì con convinzione. La conosceva bene la gente lui che tutta la vita girava il mondo. Era uguale ovunque, assetata solo di tranquillità. Contenta di non vedere».


Trina e Erich rimangono uniti nel combattere contro coloro che vorrebbero staccarli dalle proprie radici, cercando di difendere la terra in cui sono nati e insieme affrontano ogni decisione o avversità, dal rifiuto della proposta tedesca di trasferirsi nel Reich alla fuga sulle montagne durante il conflitto, fino al progetto della Montecatini di realizzare una diga per poter sfruttare la corrente del fiume e produrre energia, un progetto che, tuttavia, comporta il rischio che i paesi di Resia e Curon vengano sommersi dall'acqua.
Nel corso di tali vicissitudini emerge un dolore, dapprima acuto e lancinante poi sempre più sottile, che arriva da un distacco improvviso e della cui presenza ci accorgiamo fin dalle prime righe. Una figlia cui Trina si rivolge continuamente in seconda persona e che all'improvviso scompare. Un tormento che viene descritto in tutte le sue sfumature e i suoi contrasti, dalla speranza che diviene sempre più labile alla rabbia di una madre convinta che ogni sventura sia causata da quel distacco fino al desiderio di bruciare tutti i pensieri e gli incubi che la perseguitano assieme a quel quaderno dove per anni ha continuato a scrivere alla sua bambina. Un dolore che si accompagna ossessivamente a tutte le vicende del romanzo, divendendone quasi il nucleo essenziale.
"Resto qui" è, dunque, un romanzo intenso e sincero, forte di una scrittura limpida ed essenziale, che diventa sempre più solida con lo scorrere delle pagine, efficace nel sottolineare la tensione emotiva dei protagonisti, il dolore che li accompagna continuamente, i timori e le angosce spazzati via dal coraggioso desiderio di andare avanti. Un romanzo che affronta numerose e delicate tematiche, partendo da un approfondimento storico serio e rigoroso, e da cui emerge una ferma condanna verso coloro che, inseguendo esclusivamente logiche di ricchezza e potere, hanno cercato di sovvertire l'identità linguistica e culturale di una popolazione e, per i propri interessi economici, hanno con violenza sradicato intere famiglie dai propri territori.

domenica 13 maggio 2018

Amori giovanili in Grecia tra crisi e ribellione

«Mi dico che forse siamo davvero dei pericoli pubblici in questa città bigotta. Ma non per quei pochi grammi di marijuana che Kostas aveva nel portafogli, no, lo siamo perché vogliamo decidere noi chi amare. E questo a volte non piace».
La libertà di amare senza il timore di sentirsi giudicati, senza quella paura che blocca ogni azione e spinge a guardarsi intorno per assicurarsi che non ci sia nessuno prima di poter dare un bacio o semplicemente stringere una mano. È questo il tema principale intorno a cui si snodano le vicende dei protagonisti di "Greco moderno" (Edizioni Syncro), un romanzo di Nikos Petrou, scrittore nato a Salonicco nel 1985 e attualmente residente a Bruxelles.
È un romanzo assai godibile che ho scoperto per caso un giorno in libreria e, sebbene non abbia particolari velleità letterarie o peculiarità stilistiche, risulta comunque ben scritto e permeato di ironia e leggerezza. Parla di sentimenti e attrazione fisica, di ragazzi alle prese con l'accettazione della propria omosessualità e delle difficoltà derivanti dalle prime relazioni, il tutto senza scadere in stereotipi, banali luoghi comuni o facili sentimentalismi.


La narrazione avviene in prima persona, con la voce del protagonista principale, Vasilis, ventunenne studente di Ingegneria Navale all'Università di Salonicco, che si descrive come un ragazzo nervoso e impaziente, assillato dalla fretta e dalla paura, ma che con la sua spiccata ironia riesce a descrivere efficacemente il mondo chiuso e bigotto della sua città.
Ha una relazione, che procede da circa un anno, con Dimitris, studente di filosofia ventitreenne, originario di Katerini, il cui carattere è esattamente l'opposto di quello di Vasilis: sempre calmo, rilassato, metodico, nella sua mente sembra esserci un posto preciso per ogni cosa. Non ha mai nascosto a Vasilis la sua bisessualità e il fatto di avere una relazione 'ufficiale' con una ragazza, per cui il suo rapporto con il ventunenne si limita a sporadici incontri clandestini. Salvo poi un giorno cambiare completamente atteggiamento, tentando di diventare più affettuoso e presente.
Vasilis cerca di gestire le continue oscillazioni della sua complicata relazione con Dimitris senza avere mai il desiderio o la forza di troncare, fino a quando sulla sua strada non incrocia Kostas, il bel compagno di scuola di suo cugino Nikos.
Si delinea, così, un intreccio di sentimenti, con Vasilis che prova un'attrazione sempre più forte nei confronti di Kostas, definito "un lupo dagli occhi verdi", e quest'ultimo che non esita a travolgerlo con le sue doti da leader. Il tutto tra la gelosia di Dimitris e i tormenti del cugino Nikos, che mostra di non essere più disposto a incarnare quel modello di insopportabile perfezione che tutti sembrano avergli cucito addosso, aspirando a una maggior libertà.


La libertà è un argomento che ritorna spesso nel romanzo, un obiettivo cui i protagonisti aspirano, nel tentativo di realizzare i propri desideri e di spogliarsi di incertezze e timori, dovendo, tuttavia, fare i conti, oltre che con l'atteggiamento chiuso e bigotto della città in cui abitano, anche con la profonda crisi economica che assilla la Grecia: «Sono ormai due anni che Yannis non ingrana più con il lavoro. Potrebbe essere il più bravo agente immobiliare del mondo, ma a Salonicco farebbe comunque la fame. Non c'è denaro e scarseggia anche la speranza. Troppo poca, comunque, per entrare in una banca, bussare alla porta del direttore e firmare le carte necessarie per chiedere un mutuo».
Le condizioni di precarietà del suo Paese spingono Kostas a organizzare un'occupazione nel proprio liceo per protestare contro l'arrivo della Troika previsto in quei giorni. Il diciottenne, con il suo carattere forte e la sua capacità di persuasione, non esita a coinvolgere Nikos e gli altri compagni, chiedendo anche il sostegno di Vasilis, che, tuttavia, si mostra riluttante, convinto che quei liceali stiano andando incontro a guai seri con tale follia. Ma l'occupazione sarà l'occasione per far avvicinare ulteriormente i due ragazzi.
"Greco moderno" è, dunque, un romanzo scorrevole e intrigante, che, seppure animato da un intento di denuncia sociale, rimane comunque concentrato sul tema essenziale, quella libertà di amare di cui parlavo sopra, quella voglia di dare sostanza ai propri sogni e di uscire finalmente allo scoperto con un bacio in mezzo alla folla festante.



venerdì 11 maggio 2018

Premio Strega 2018 – Brevi note sui dodici libri candidati

Ogni anno di questi tempi ci si ritrova a discutere del Premio Strega con le sue regole e i suoi riti; un Premio che, pur con tutte le polemiche che inevitabilmente nascono intorno ai libri trionfatori, mantiene intatto da decenni il suo fascino e ha contribuito a portare alla luce opere significative.
Quest'anno il regolamento ha subito alcune modifiche rispetto alle precedenti edizioni, in modo da consentire a ciascuno degli "Amici della Domenica" di segnalare, singolarmente e senza più la necessità di abbinarsi a un altro "amico", un'opera ritenuta meritevole tra quelle pubblicate tra il 1° aprile dell’anno precedente e il 31 marzo dell’anno in corso.


Sono 41 le opere complessivamente segnalate dagli "Amici della Domenica", tra cui il Comitato direttivo ha selezionato il 19 aprile scorso i dodici libri che concorreranno al Premio Strega per il 2018:
  • Marco Balzano, Resto qui (Einaudi);
  • Carlo Carabba, Come un giovane uomo (Marsilio);
  • Carlo D'Amicis, Il gioco (Mondadori);
  • Silvia Ferreri, La madre di Eva (NEO Edizioni);
  • Helena Janeczek, La ragazza con la Leica (Guanda);
  • Lia Levi, Questa sera è già domani (Edizioni E/O);
  • Elvis Malaj, Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti Edizioni);
  • Francesca Melandri, Sangue giusto (Rizzoli);
  • Angela Nanetti, Il figlio prediletto (Neri Pozza);
  • Sandra Petrignani, La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Neri Pozza);
  • Andrea Pomella, Anni luce (ADD Editore);
  • Yari Selvetella, Le stanze dell'addio (Bompiani).
La votazione della cinquina avrà luogo il 13 giugno, mentre la proclamazione del vincitore si terrà il 5 luglio al Ninfeo di Villa Giulia, a Roma.
Il nuovo regolamento si è rivelato comunque molto interessante: a parte i dodici candidati, tra le opere segnalate sono emersi diversi romanzi appartenenti a vari generi e decisamente degni di nota: l'amore nelle sue diverse sfaccettature con "L’amore a vent’anni" di Giorgio Biferali e "Gli autunnali" di Luca Ricci; la poeticità di "Quando sarai nel vento" di Gianfranco Di Fiore; i misteri da svelare di "A chi appartiene la notte" di Patrick Fogli; i due romanzi intrecciati di Loredana Lipperini con "L’arrivo di Saturno"; Letizia Pezzali e la "Lealtà" nel mondo finanziario. Ovvero le mie prossime letture.
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Di seguito riporto alcune brevi note sui dodici candidati al Premio Strega 2018 (cenni biografici, sinossi, giudizio formulato dall'"Amico della Domenica" che ha segnalato il romanzo). Seguiranno nel blog schede di approfondimento per i romanzi che avrò modo di leggere.
1) Marco Balzano, nato nel 1978 a Milano dove tuttora vive e insegna, con il suo terzo romanzo, "L'ultimo arrivato", si è aggiudicato nel 2015 il Premio Campiello, il Premio Volponi, il Premio Biblioteche di Roma e il Premio Fenice-Europa.
"Resto qui" è una storia ambientata in epoca fascista in un paese del Trentino Alto Adige, Curon che venne evacuato e poi sommerso dall'acqua a causa della costruzione di una diga. Ma è soprattutto la storia di Trina, del suo dolore per la scomparsa della figlia e della sua caparbietà nel rimanere accanto al marito a difendere la sua terra.
Il romanzo è stato proposto da Pierluigi Battista che afferma: “Nel libro di Balzano la storia raccontata da una voce narrante femminile descrive un fatto vero ma dimenticato, una gigantesca catastrofe che è stata l’atto finale di una persecuzione linguistica, etnica, culturale, morale avviata con l’italianizzazione forzata di una valle che da secoli si esprime in lingua tedesca. Ma la scrittura di Balzano permette di ricostruire sentimenti, passioni, disperazioni e fughe rocambolesche di un microcosmo vitale eppure condannato attraverso una forza narrativa che inserisce le vicende private nella tragedia della grande storia”.


2) Carlo Carabba, poeta e scrittore nato a Roma nel 1980, è attualmente responsabile editoriale della narrativa italiana Mondadori. Ha esordito nel 2008 con la raccolta poetica “Gli anni della pioggia”, cui ha fatto seguito “Canti dell'abbandono”, vincitore del Premio Giosuè Carducci e del Premio Palmi 2011.
Come un giovane uomoè il suo romanzo di esordio. Definito come un “memoir al limite dell'autofiction", racconta il delicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta.
Il romanzo è stato proposto da Edoardo Nesi che così si è espresso: “Mi è parsa un’opera notevole, poiché con tenerezza e stupore Carabba riesce a raccontare compiutamente e lucidamente del suo personaggio, che soffre sia della nostalgia lancinante della giovinezza, sia dello sconcerto del dover e poter restare in vita nonostante la morte di chi più gli era vicino. Confido che questo romanzo d’esordio possa suscitare lo stesso interesse che ha suscitato in me”.


3) Carlo D'Amicis, nato a Taranto nel 1964, vive e lavora a Roma. È redattore e conduttore del programma radiofonico di Radio 3 Fahrenheit, nonché autore del programma di Rai 3 "Pane Quotidiano". Ha scritto numerose opere, tra cui “La guerra dei cafoni” (2008, selezione Premio Strega) da cui è stato tratto un film diretto da Lorenzo Conte e Davide Barletti.
Il gioco ruota attorno alle figure di Leonardo, Eva e Giorgio, che, dovendo parlare di sesso, raccontano le rispettive esistenze a un intervistatore che vorrebbe scrivere un libro sul piacere, e che invece si ritrova ad affrontare il loro dolore.
Il romanzo è stato proposto da Nicola Lagioia con questo giudizio: “Seguo e inseguo Carlo dai suoi primi libri, e in questo ci ho trovato tutte le qualità che me lo fanno amare come autore. Innanzitutto l’attenzione alla scrittura, la cura della lingua che hanno reso D’Amicis, libro dopo libro, in modo davvero ammirevole, uno degli scrittori più interessanti degli ultimi anni, lingua che qui mi pare trovi un raro punto d’equilibrio tra forza espressiva e sostegno alla storia raccontata. E poi l’audacia di ciò che racconta. In un periodo in cui il sesso sembra legato a tutto (legittime battaglie politiche, rivendicazioni, rivincite sociali) tranne che al desiderio, D’Amicis si inoltra proprio per quella, che è la strada più accidentata, pericolosa, affascinante. La prescrizione fa quello che deve. Il desiderio fa quello che può. Nessuno può permettersi di raccontare ciò che desideriamo veramente, tranne la letteratura”.


4) Silvia Ferreri è una giornalista e scrittrice. È nata a Milano, ma vive a Roma con il marito e i figli. È stata autrice per Rai Tre e Tv2000, ha collaborato con "Io donna” e attualmente lavora per Rai News 24. Nel 2006 esce “Uno virgola due”, film documentario di cui è autrice e regista.
La madre di Eva è il suo romanzo d’esordio, la storia di una madre che ha accompagnato la figlia diciottenne Eva in una clinica serba per l’operazione di cambio di sesso e, al di là di una porta dove gli infermieri stanno preparando la sala operatoria, le parla in un dialogo senza risposte, in cui la madre racconta la loro vita fino a quel momento, ripercorrendone i sentieri.
Il romanzo è stato proposto da Ottavia Piccolo che così si è espressa: “È una storia di tormento e dolore, di rabbia e di fatica, ma soprattutto di straordinario amore. Silvia Ferreri, giornalista, non nuova alla scrittura, è qui alla sua opera prima nel romanzo, ed è capace di trascinare il lettore davvero in profondità. Lo fa con una scrittura lucidissima e affilata per regalarci un romanzo struggente e potente. Come l’amore che rappresenta. Sono certa che la sua lettura non vi lascerà indifferenti”.


5) Helena Janeczek, nata a Monaco nel 1964 da una famiglia di ebrei originari della Polonia e naturalizzati tedeschi, vive in Italia dal 1983, dove ha pubblicato una raccolta di poesie in tedesco ed è lettrice per Mondadori della sezione Letteratura straniera. Tra le sue opere, “Le rondini di Montecassino”, il racconto della presenza di polacchi, pachistani (e altre nazionalità dimenticate) in una delle battaglie più cruente della seconda guerra mondiale.
La ragazza con la Leica, già vincitore del Premio Bagutta 2018, è la biografia della prima fotoreporter caduta in guerra, Gerda Taro.
La proposta arriva da Benedetta Tobagi che afferma: “Il romanzo dal vero (non fiction novel) si è imposto da anni nel panorama internazionale come uno dei più interessanti vivai creativi. Con quest’opera Janeczek, si conferma una delle voci più originali del genere, in ambito italiano. La costruzione narrativa è magistrale. La figura della protagonista Gerda Taro, militante antifascista e fotografa di guerra (la cui fama è stata oscurata da quella del celeberrimo compagno di vita e di lavoro Robert Capa) è costruita giocando con prospettive eccentriche, attraverso la voce (sempre credibile) di tre personaggi che hanno variamente sfiorato, amato, ammirato questa giovane donna affascinante, contraddittoria, talvolta insopportabile, «spensierata per natura, speranzosa per principio», che ritorna a loro come un rimpianto e un pungolo. E lo stesso diventa per noi lettori di oggi. Avvincente, tenero, dissacrante, La ragazza con la Leica è anche una riflessione antiretorica, oggi quanto mai attuale e necessaria, sull’antifascismo e sulle scelte di militanza di una generazione di ragazzi pieni di talento e affamati di vita. Attraverso Gerda, i suoi amici, Janeczek fa molto riflettere sul deserto presente”.


6) Lia Levi è nata a Pisa nel 1931 da una famiglia piemontese di origine ebraica. Al principio degli anni Quaranta la famiglia si è trasferita a Roma, dove la scrittrice vive tuttora. Da bambina ha dovuto affrontare i problemi della guerra e della persecuzione razziale, riuscendo a salvarsi dalle deportazioni nascondendosi con le sue sorelle nel collegio romano delle Suore di San Giuseppe di Chambéry. Sceneggiatrice e giornalista, è autrice sia di romanzi per adulti che per ragazzi.
Questa sera è già domani è la storia di una famiglia ebrea negli anni delle leggi razziali, che deve decidere se cercare di restare comunque nella terra dove è in atto la persecuzione o se sia meglio fuggire, sempre che vi sia un paese realmente disposto a dare accoglienza. Un intreccio di destini, una vicenda di disperazione e coraggio realmente accaduta, ma completamente reinventata.
È Dacia Maraini a segnalare tale romanzo, con questo giudizio: “Ho letto Questa sera è già domani di Lia Levi (Edizioni E/O), un romanzo che definirei intenso e cristallino. Intensa è l’epopea delle vicende della famiglia Rimon sotto l’ombra delle Leggi razziali del ’38 (le stiamo ora ricordando a ottant’anni di distanza), sempre più incombenti sui cittadini ebrei del nostro paese. Cristallina e acuminata è la luce che si ferma su emozioni, sentimenti contraddittori, meschinità e slanci dei singoli personaggi che, come avviene nella migliore letteratura, ci sospingono a riflettere sulle mille sfaccettature dell’animo umano. Questa sera è già domani è un libro che tocca molte corde della nostra esistenza, con risonanze importanti rispetto a quanto sta succedendo ai nostri giorni”.


7) Elvis Malaj è nato nel 1990 nel distretto di Malësi e Madhe, in Albania, e si è trasferito In Italia all'età di quindici anni, prima ad Alessandria, e oggi a Padova, dove vive e lavora.
"Dal tuo terrazzo si vede casa mia" è una raccolta di racconti sullo smarrimento e l'inadeguatezza, un invito a superare le distanze, soprattutto tra sogno e realtà.
La proposta arriva da Luca Formenton: “Quella di Elvis Malaj è una voce narrativa autenticamente nuova in epoca di autonarrazioni compiaciute e lingue esibizioniste, e proprio nel riaffermare la centralità delle storie la sua prosa mette in scena una letteratura di guado, un invito ad affacciarsi dal terrazzo e a guardare i nostri dirimpettai, come facevano gli albanesi dal tubo catodico sognando un Occidente sgargiante che nei fatti non si è rivelato tale. Nei racconti di Malaj – perché di racconti si tratta e questo mi pare un altro motivo di interesse – si misura tutta la distanza tra il sogno e la realtà, e si mostra cosa voglia dire essere outsider, in Italia come in Albania”.


8)Francesca Melandri, nata a Roma nel 1964, è sceneggiatrice, scrittrice e documentarista. Ha iniziato giovanissima una lunga carriera di sceneggiatrice, firmando le sceneggiature, tra l'altro, di "Zoo" di Cristina Comencini (1988), "Chiara e gli altri" (1989/90), "Fantaghirò" di Lamberto Bava (1991), "Cristallo di Rocca" di Maurizio Zaccaro (1998), "Nati ieri" di Genovese e Miniero (2006), molti episodi della serie Don Matteo (2001/2009). Ha esordito nella narrativa nel 2010 con "Eva dorme", un romanzo che ripercorre gli anni del terrorismo sudtirolese.
"Sangue giusto" è un romanzo che ruota intorno alla vita di Ilaria che si regge su un equilibrio incerto, dal lavoro d'insegnante alla vita sentimentale, fino al rapporto con suo padre Attilio, detto "Attila", che le ha sempre nascosto interi pezzi di storia familiare. Fino a quando una mattina, davanti alla sua porta di casa, compare un ragazzo di colore dall'aria smarrita, che dice di essere il nipote di Attilio e della donna con cui è stato durante l'occupazione fascista in Etiopia. Ilaria decide, quindi, di indagare nel passato del padre.
Il romanzo è stato proposto da Gianpiero Gamaleri che afferma: “Una trama avvincente capace di catturare e mantenere l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina, una scrittura con un ritmo che si avvale della sua collaudata esperienza di sceneggiatrice per legare tra loro quadri lontani nello spazio e nel tempo in una narrazione coerente, la riscoperta di elementi urbani condannati all’insignificanza dalla nostra colpevole distrazione, una documentazione di eccezionale estensione e profondità che le permette di creare una sapiente fusione tra episodi storici ed immaginazione, una capacità di narrare con pari intensità scene di rara crudezza e rapporti personali di profonda tenerezza, tecniche di suspense non fini a se stesse, ma calate in un racconto tanto verosimile da renderle indistinguibili rispetto allo scorrere della vita quotidiana, ma soprattutto una grande sensibilità verso problemi del nostro tempo che non indulge in tediose analisi sociopolitiche ma che fa corpo con l’esperienza dei personaggi, che diventano compagni di viaggio del lettore facendogli vedere le cose dal di dentro. In questo libro espressioni che ascoltiamo e usiamo tutti i giorni, come “flussi migratori” si concretizzano in esperienze profonde, facendoci passare dagli stereotipi a conoscenze, sentimenti ed emozioni reali”.


9) Angela Nanetti è nata a Budrio (Bologna). Laureata in storia medioevale, dal 1984 a oggi ha pubblicato più di venti romanzi per ragazzi, molti dei quali premiati in Italia e all'estero.
"Il figlio prediletto" è un romanzo che racconta due storie, quella di Nunzio e quella di sua nipote Annina, che si intersecano nella narrazione e nella ribellione contro i pregiudizi.
É stato proposto da Carla Ida Salviati con queste parole: “La vicenda narrata si dipana nell’arco di circa un ventennio a principiare dal 1970 e ha come poli geografici la Calabria e Londra nei turbolenti anni dei governi Callaghan e Thatcher. […]La struttura del racconto, parte in terza persona e parte in soggettiva, consente di attivare sguardi diversi sulla vicenda, che è densa di drammaticità, a volte persino cupa, attraversata da un dolore palpabile che l’autrice preferisce non mitigare”.


10) Sandra Petrignani, nata a Piacenza nel 1952, è scrittrice, giornalista e blogger. Dopo un esordio poetico e la scrittura di una commedia, "Psiche e i fiori di Ofelia", ha collaborato per dieci anni a Il Messaggero, dove è stata assunta nel 1987. Nel 1989 è passata a Panorama e ha poi collaborato alle pagine culturali de L'Unità e Il Foglio. Nel 2014 ha pubblicato una biografia su Marguerite Duras.
"La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg": in questo libro Sandra Petrignani ripercorre la vita di una delle più importanti protagoniste del panorama culturale italiano, Natalia Ginzburg, dalla nascita palermitana alla formazione torinese, fino al definitivo trasferimento a Roma. Ne segue le tracce visitando le case in cui ha vissuto e parlando con moltissimi testimoni.
La segnalazione è di Biancamaria Frabotta: “Sandra Petrignani dedica a Natalia Ginzburg un ritratto a più livelli. Evitando i rischi dell’immedesimazione e la tentazione di specchiarvisi dentro, in primo luogo l’autrice punta alla rivalutazione della scrittrice, originalissima e libera nelle sue scelte, e alla sua centralità, per così dire, “laterale”, nel panorama del romanzo italiano del secondo Novecento. Trattandola alla pari dei grandi testimoni del suo tempo, ne esalta il ruolo dell’intellettuale “corsara” che, senza clamori e al di fuori di ogni narcisistica esibizione, spaziò dall’attività editoriale nella casa editrice Einaudi, al giornalismo, sorprendentemente anticonformista, fino all’impegno civile che svolse in Parlamento nell’ultima parte della sua vita. La sua vita fu parte integrante della storia italiana, dall’antifascismo esistenziale della sua giovinezza torinese fino alla partecipazione all’epopea einaudiana che Petrignani restituisce nelle sue luci e nelle sue ombre, senza retorica celebrativa, fedele alla massima di Cesare Garboli, citato in exergo all’inizio del libro: «Dove va a finire, nei libri che leggiamo, la persona fisica che li ha scritti?» La Corsara è un’opera che cerca una risposta a questa domanda, con l’aiuto di un’intuizione femminile non negata, la forza di una scrittura limpida e talvolta bruscamente poetica fondata su una irreprensibile documentazione storica”.


11) Andrea Pomella è nato a Roma nel 1973, scrive su “Il Fatto Quotidiano” on line e sulle pagine culturali dell’“Unione Sarda”. Ha pubblicato vari libri d’arte tra cui "I Musei Vaticani" e "Caravaggio. Un artista per immagini". Ha pubblicato il romanzo "Il soldato bianco" (Aracne, 2008).
"Anni luce" è un romanzo di formazione e una storia di amicizia, una spedizione sulle strade d'Europa per esorcizzare la paura di crescere.
La segnalazione è di Nadia Terranova: “Anni luce, di Andrea Pomella, Add editore, è un romanzo in prima persona in cui lo sguardo dolente del narratore si fa testimone della generazione che aveva vent’anni negli anni novanta per raccontare la dissipazione di futuro e speranze in favore di un ritrarsi esistenziale programmato e perseguito. Il paradigma di Q., amico e alter ego, chitarrista incontrato per caso e compagno di strada degli anni più veri, è speculare al disagio inespresso dell’autore: la sostanza ontologica dell’io narrante di questo libro diventa invisibile in favore dell’occhio che ha registrato fatti, eccessi, indolenze e follie mentre nascondeva sé stesso e la propria infanzia problematica, diversa. È una scelta letteraria sismografica, che colpisce nella sua studiata contraddittorietà; sembra che lo scrittore si chiami fuori mentre tira dentro il lettore come a dirgli: tutto questo riguarda me, ma soprattutto te. Questo lungo racconto è scritto in uno stile che punta all’essenziale e resta alto mentre racconta dettagli cupi e balordi di un’adolescenza protratta in cui si cercano lo stordimento e l’annientamento; mi pare che rievochi molto bene il mondo del grunge di quegli anni, ancora poco raccontato dalla letteratura successiva. I viaggi, le feste, i concerti – anche quelli mancati – costituiscono i rituali di passaggio dall’infanzia all’età adulta, dentro cui si può trovare conforto in nient’altro che nella musica, ma è un conforto che somiglia all’annullamento («Ten, il primo disco dei Pearl Jam, fu il treno che travolse la mia giovinezza»), come se per quei ventenni di allora esistere fosse possibile solo negandosi. Anni luce è un racconto di amicizia e di crescita (o crescita mancata) che somiglia all’interludio che precede l’età adulta e ne estrapola le pozze buie e il girare a vuoto, lo spaesamento e le gesta ingloriose, sotto la guida, così poco protettiva e insieme così inevitabile, del mito di Eddie Vedder e delle sue canzoni”.


12) Yari Selvetella, nato a Roma nel 1976, è scrittore e giornalista. Nel 1994 ha vinto il premio Grinzane Cavour per la giovane critica promosso da La Repubblica. Ha esordito con libri di argomento musicale e si è a lungo occupato di storia della criminalità romana, tema di cui è considerato uno dei maggiori esperti grazie a Roma Criminale (scritto con Cristiano Armati) del 2005.
"Le stanze dell'addio" è la storia di una giovane donna piena di vita, madre di tre figli e di molti libri, che si ammala e, proprio quando pensava di potercela fare, muore. Ed è soprattutto il racconto del suo compagno che la cerca attraverso le stanze che hanno visto il suo passaggio, un'assidua ricerca dei ricordi per giungere a formulare un addio.
Il romanzo è stato proposto da Chiara Gamberale: “Il dolore come uno spazio chiuso, dove non si può fare a meno di abitare; come un mare nero, che inghiotte il dorso della balena e in eterno ci costringe a inseguirla. Ma anche la potenza della vita e delle parole che – sole – possono tessere e allungare il filo per uscire dal labirinto. Yari Selvetella è un figlio del Novecento: sa che l’assurdo non può essere addomesticato. Eppure non si arrende, continua a cercare una forma, una possibilità di condivisione, e la trova dentro le stanze di un ospedale che a tutti noi sembra misteriosamente di avere conosciuto, nell’accezione reale e in quella poetica dei suoi spazi”.


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A margine, una breve considerazione. Si può notare come quattro dei 12 candidati abbiano dedicato la loro opera alla narrazione di fatti accaduti in epoca fascista o, comunque, durante la seconda guerra mondiale ("Resto qui", “La ragazza con la Leica”, "Questa sera è già domani"; "Sangue giusto"), a testimonianza della sensibilità verso episodi la cui drammaticità non può essere dimenticata e deve continuare a essere testimoniata ancora oggi. In tal senso, il lavoro di selezione operato dal Comitato del Premio Strega può considerarsi degno di nota.

venerdì 20 aprile 2018

Premi Pulitzer e scrittori ritrovati

In questi giorni si è parlato molto dell'assegnazione dei Premi Pulitzer per l'anno 2018. Come è noto, il premio Pulitzer è un ambito premio statunitense, la più prestigiosa onorificenza nazionale assegnata in varie categorie (attualmente 21), principalmente per il giornalismo, i successi letterari e le composizioni musicali.
Venne istituito da Joseph Pulitzer, giornalista e magnate della stampa statunitense, che alla sua morte, avvenuta nel 1911, lasciò l'intero patrimonio alla Columbia University di New York che da allora si occupò di gestire il premio, assegnato per la prima volta nel 1917.
Per la narrativa, il premio è stato assegnato a partire dal 1918, quale "Premio Pulitzer per il romanzo" a un romanzo scritto da un autore statunitense. Dal 1948 il premio ha modificato la propria denominazione in "Premio Pulitzer per la narrativa", continuando a essere assegnato a un'opera di narrativa di un autore statunitense, che tratti in preferenza della vita americana.
Tra le principali opere premiate nel corso dei decenni: "L'età dell'innocenza" di Edith Wharton (1921); "Via col vento" di Margaret Mitchell (1937); "Furore" di John Steinbeck (1940); "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway (1953); "Il buio oltre la siepe" di Harper Lee (1961); "Il dono di Humboldt " di Saul Bellow (1976); "Pastorale americana" di Philip Roth (1998).
Quest'anno il Premio Pulitzer per la narrativa è stato assegnato ad Andrew Sean Greer con il romanzo "Less" (edito in Italia dalla Nave di Teseo).


Andrew Sean Greer, nato a Washington nel 1970, è uno scrittore che ho scoperto casualmente anni fa. Ricordo che mi trovavo a Bari per lavoro, passeggiavo lungo la principale via del centro in una calda serata di fine maggio quando venni attratto dalle sfavillanti luci di una invitante libreria Feltrinelli. Dentro vi era un certo fermento, che lasciava presagire la presenza di un personaggio importante. Quella sera, infatti, il cantante Mario Venuti presentava il suo nuovo disco.
Io mi fiondai nel settore "narrativa". Avevo appena terminato un libro (un romanzo di Peter Cameron se non ricordo male) e fui incuriosito da questo titolo di Andrew Sean Greer, titolo apparentemente semplice e lineare, "La storia di un matrimonio". Mi convinse soprattutto la recensione in quarta di copertina, in cui si parlava di un'ansia arcana che percorreva la lettura in un susseguirsi di colpi di scena, con il giudizio finale di Antonio D'Orrico: "Romanzo di superba reticenza, che fa del non detto una strategia narrativa emozionante".
Lo acquistai subito, lo lessi nei giorni successivi e lo trovai semplicemente splendido e coinvolgente. Effettivamente nel corso della lettura provai quella sensazione ansiosa e quasi claustrofobica cui accennavo sopra, rapito dalle emozioni dell'appassionante storia di Pearlie e del suo amore per Hollande, un uomo bello e pieno di lati nascosti. Pearlie con il suo sguardo lucido e disincantato semina pian piano lungo le pagine gli elementi necessari per comprendere le sue sensazioni, i sentimenti di una storia fatta di fantasmi che ritornano dal passato e di vite che cercano di trovare una propria ragion d'essere. Spesso si ripete questa riflessione, che risuona come una sentenza inappellabile: "Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo [...] Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena".
Il mio rammarico in questi anni è di non aver continuato a leggere altre opere di questo grande autore. E ora che Andrew Sean Greer ha avuto finalmente il meritato riconoscimento mi sembra più che giusto sanare gli arretrati, ovvero "Le confessioni di Max Tivoli" e "Le vite impossibili di Greta Wells", per poi proseguire con il romanzo premiato, "Less".

giovedì 12 aprile 2018

Tre ragazzi ai margini e una "Santa piccola"

"A volte sembra che tiene paura di correre, ed è brutto quando hai paura di correre perché rimani sempre indietro agli altri che ti superano e si pigliano tutto quello che è tuo, anche la gioia. Per questo io non ho paura e corro e mi piglio tutto, perché è tutto mio. Funziona così quando non hai niente, quando parti da zero. Devi correre più forte degli altri e vincere sempre".
Questa riflessione del giovane Mario - espressa con un'esuberanza giustificata dal desiderio di rivalsa - rappresenta uno dei punti nodali del romanzo di Vincenzo Restivo "La Santa piccola" (Milena Edizioni). Si tratta della continua corsa di chi si trova a vivere in una condizione di povertà, disagio, abbandono, superstizione, violenza e cerca di sopravvivere, di emergere, di allontanarsi dai margini tentando di conquistare un obiettivo, un sogno, una piccola vittoria che, però, finisce per rarefarsi sempre di più, man mano che ci si avvicina, fino a scomparire come fosse un miraggio.
"La Santa piccola" è ambientato in un caseggiato popolare di Forcella, una zona di Napoli, in cui gli abitanti sono ormai abituati all'odore di gas delle vecchie e usurate tubature e cercano di andare avanti aggrappandosi magari anche a qualche miracolo.

È un romanzo breve, strutturato come un racconto a tre voci, in cui Assia, Mario e Lino, tre giovani abitanti dello stabile, si alternano nella narrazione, esprimendo sogni e desideri, ma anche delusioni, sconfitte e frustrazioni, facendo emergere il proprio punto di vista sulle vicende vissute e ribaltandolo sugli altri, quasi inseguendosi l’uno con l’altro in una specie di “circolo emozionale”, in cui le sensazioni si susseguono e spesso non vengono rivelate apertamente, se non con uno sguardo, un gesto, una parola.
La scrittura di Restivo è scorrevole, apparentemente semplice, ma nello stesso tempo attenta nel restituire, anche con parole tratte dal gergo giovanile napoletano, la spontaneità delle riflessioni dei tre ragazzi non ancora diciottenni, che appaiono più adulti e maturi della loro età, forse per il vissuto che li ha costretti a prendere rapidamente decisioni, ad assumersi responsabilità più grandi di loro, assorbiti da quella continua corsa a cui accennavo sopra.
Mario, Assia, Lino … come non affezionarsi a loro? Mario è il primo personaggio che si presenta in scena, colto nel momento in cui cerca di aiutare il suo migliore amico Lino, pure lui costretto a darsi da fare per imprescindibili necessità economiche. Mario è un ragazzo generoso che nutre un forte desiderio di emanciparsi dalla povertà, avverte innegabilmente la necessità di aiutare i propri genitori, di sostenerli, di portare a casa i soldi che servono per le esigenze di tutti. E da un anno non esita a prostituirsi, coinvolgendo anche Lino. È certamente una situazione di degrado, che in alcuni casi riesce anche a procurargli piacere, anche se mai potrebbe ammetterlo. Ma sicuramente è forte il suo disgusto verso quei personaggi che in pubblico si ammantano di una veste di rispettabilità e in privato si approfittano di ragazzi come lui.
Mario è preda di un conflitto che non comprende davvero e non sa risolvere, un sentimento nei confronti del suo amico Lino che gli rimbomba nel petto, un desiderio con cui cerca di andare avanti. Può cercare di ridimensionarne la portata, continuare a ripetersi che quei sentimenti lui li prova solamente verso Lino, che a lui le donne piacciono fisicamente, ma quel desiderio esiste e non può negarlo. C'è confusione, incertezza in Mario, tipica di chi si sente circondato da un muro di intolleranza che guarda con sospetto, disgusto, vergogna chi appare diverso. Prevale, dunque, la paura di far trasparire le proprie sensazioni, sembra che non si possa far altro che nascondere i propri sentimenti, mentire anche a se stessi fino a quando quel desiderio non esplode irrefrenabile.


Assia si sente circondata e oppressa da una situazione familiare che vorrebbe imporle determinate scelte di vita: una relazione con qualcuno che si collochi in una situazione migliore, studi universitari, stabili prospettive di vita. Ma lei rifiuta tali imposizioni, che finirebbero soltanto per comprimere la sua felicità, non ha alcuna intenzione di accontentare i suoi familiari per scontentare se stessa. Dei tre protagonisti è probabilmente il personaggio più assennato: innamorata di Lino, progetta con lui un matrimonio e, temendo che il ragazzo possa cacciarsi nei guai, cerca in ogni modo di metterlo in guardia. Eppure, a volte si trova a fronteggiare i suoi istinti, i suoi scatti di violenza finendo, a torto, per assecondarne le giustificazioni, perché in fondo lui è fatto così e non può farci niente .
E poi Lino, finalmente, questo ragazzo che non vuole in alcun modo mostrare segni di debolezza, che teme che qualsiasi cedimento possa trasformarlo in una vittima della violenza e dei soprusi altrui, che considera Mario un debole da fortificare e Assia la sua ragione di vita e di riscatto. Ma in realtà questa sicurezza nasconde una profonda paura che di notte gli opprime il petto, soprattutto dopo la violenta uccisione del padre. Una paura che sfocia in rabbia e violenza.
Sullo sfondo vi è quella religiosità che rasenta la superstizione, quel miracolo che tutti aspettano, come una speranza a cui aggrapparsi, quella ragazzina, Annaluce, la “Santa piccola” appunto, intorno a cui l'intero caseggiato, e non solo, sembra affollarsi. “Io un po' la capisco questa gente, perché se preghi quando le cose non vanno bene, pare che un po' ti passa e ti senti meglio. Io non lo nascondo che, anche se non ci credo, a volte, di notte, ci parlo con qualcuno. Non so se è Dio o papà, so solo che gli parlo e gli chiedo tante cose, anche su di me e su Assia, anche su mamma. Così mi sento meglio e riesco a dormire senza la paura in petto”.
“La Santa piccola” è, dunque, un romanzo duro, disincantato, struggente, che, pur nella sua brevità, semina notevoli spunti di riflessione, che continuano a germogliare anche dopo aver voltato l'ultima pagina, sospeso tra speranza, paura, desiderio di riscatto e le bugie di “uno di quei giorni che poi finivano”.