venerdì 20 aprile 2018

Premi Pulitzer e scrittori ritrovati

In questi giorni si è parlato molto dell'assegnazione dei Premi Pulitzer per l'anno 2018. Come è noto, il premio Pulitzer è un ambito premio statunitense, la più prestigiosa onorificenza nazionale assegnata in varie categorie (attualmente 21), principalmente per il giornalismo, i successi letterari e le composizioni musicali.
Venne istituito da Joseph Pulitzer, giornalista e magnate della stampa statunitense, che alla sua morte, avvenuta nel 1911, lasciò l'intero patrimonio alla Columbia University di New York che da allora si occupò di gestire il premio, assegnato per la prima volta nel 1917.
Per la narrativa, il premio è stato assegnato a partire dal 1918, quale "Premio Pulitzer per il romanzo" a un romanzo scritto da un autore statunitense. Dal 1948 il premio ha modificato la propria denominazione in "Premio Pulitzer per la narrativa", continuando a essere assegnato a un'opera di narrativa di un autore statunitense, che tratti in preferenza della vita americana.
Tra le principali opere premiate nel corso dei decenni: "L'età dell'innocenza" di Edith Wharton (1921); "Via col vento" di Margaret Mitchell (1937); "Furore" di John Steinbeck (1940); "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway (1953); "Il buio oltre la siepe" di Harper Lee (1961); "Il dono di Humboldt " di Saul Bellow (1976); "Pastorale americana" di Philip Roth (1998).
Quest'anno il Premio Pulitzer per la narrativa è stato assegnato ad Andrew Sean Greer con il romanzo "Less" (edito in Italia dalla Nave di Teseo).


Andrew Sean Greer, nato a Washington nel 1970, è uno scrittore che ho scoperto casualmente anni fa. Ricordo che mi trovavo a Bari per lavoro, passeggiavo lungo la principale via del centro in una calda serata di fine maggio quando venni attratto dalle sfavillanti luci di una invitante libreria Feltrinelli. Dentro vi era un certo fermento, che lasciava presagire la presenza di un personaggio importante. Quella sera, infatti, il cantante Mario Venuti presentava il suo nuovo disco.
Io mi fiondai nel settore "narrativa". Avevo appena terminato un libro (un romanzo di Peter Cameron se non ricordo male) e fui incuriosito da questo titolo di Andrew Sean Greer, titolo apparentemente semplice e lineare, "La storia di un matrimonio". Mi convinse soprattutto la recensione in quarta di copertina, in cui si parlava di un'ansia arcana che percorreva la lettura in un susseguirsi di colpi di scena, con il giudizio finale di Antonio D'Orrico: "Romanzo di superba reticenza, che fa del non detto una strategia narrativa emozionante".
Lo acquistai subito, lo lessi nei giorni successivi e lo trovai semplicemente splendido e coinvolgente. Effettivamente nel corso della lettura provai quella sensazione ansiosa e quasi claustrofobica cui accennavo sopra, rapito dalle emozioni dell'appassionante storia di Pearlie e del suo amore per Hollande, un uomo bello e pieno di lati nascosti. Pearlie con il suo sguardo lucido e disincantato semina pian piano lungo le pagine gli elementi necessari per comprendere le sue sensazioni, i sentimenti di una storia fatta di fantasmi che ritornano dal passato e di vite che cercano di trovare una propria ragion d'essere. Spesso si ripete questa riflessione, che risuona come una sentenza inappellabile: "Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo [...] Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena".
Il mio rammarico in questi anni è di non aver continuato a leggere altre opere di questo grande autore. E ora che Andrew Sean Greer ha avuto finalmente il meritato riconoscimento mi sembra più che giusto sanare gli arretrati, ovvero "Le confessioni di Max Tivoli" e "Le vite impossibili di Greta Wells", per poi proseguire con il romanzo premiato, "Less".

giovedì 12 aprile 2018

Tre ragazzi ai margini e una "Santa piccola"

"A volte sembra che tiene paura di correre, ed è brutto quando hai paura di correre perché rimani sempre indietro agli altri che ti superano e si pigliano tutto quello che è tuo, anche la gioia. Per questo io non ho paura e corro e mi piglio tutto, perché è tutto mio. Funziona così quando non hai niente, quando parti da zero. Devi correre più forte degli altri e vincere sempre".
Questa riflessione del giovane Mario - espressa con un'esuberanza giustificata dal desiderio di rivalsa - rappresenta uno dei punti nodali del romanzo di Vincenzo Restivo "La Santa piccola" (Milena Edizioni). Si tratta della continua corsa di chi si trova a vivere in una condizione di povertà, disagio, abbandono, superstizione, violenza e cerca di sopravvivere, di emergere, di allontanarsi dai margini tentando di conquistare un obiettivo, un sogno, una piccola vittoria che, però, finisce per rarefarsi sempre di più, man mano che ci si avvicina, fino a scomparire come fosse un miraggio.
"La Santa piccola" è ambientato in un caseggiato popolare di Forcella, una zona di Napoli, in cui gli abitanti sono ormai abituati all'odore di gas delle vecchie e usurate tubature e cercano di andare avanti aggrappandosi magari anche a qualche miracolo.

È un romanzo breve, strutturato come un racconto a tre voci, in cui Assia, Mario e Lino, tre giovani abitanti dello stabile, si alternano nella narrazione, esprimendo sogni e desideri, ma anche delusioni, sconfitte e frustrazioni, facendo emergere il proprio punto di vista sulle vicende vissute e ribaltandolo sugli altri, quasi inseguendosi l’uno con l’altro in una specie di “circolo emozionale”, in cui le sensazioni si susseguono e spesso non vengono rivelate apertamente, se non con uno sguardo, un gesto, una parola.
La scrittura di Restivo è scorrevole, apparentemente semplice, ma nello stesso tempo attenta nel restituire, anche con parole tratte dal gergo giovanile napoletano, la spontaneità delle riflessioni dei tre ragazzi non ancora diciottenni, che appaiono più adulti e maturi della loro età, forse per il vissuto che li ha costretti a prendere rapidamente decisioni, ad assumersi responsabilità più grandi di loro, assorbiti da quella continua corsa a cui accennavo sopra.
Mario, Assia, Lino … come non affezionarsi a loro? Mario è il primo personaggio che si presenta in scena, colto nel momento in cui cerca di aiutare il suo migliore amico Lino, pure lui costretto a darsi da fare per imprescindibili necessità economiche. Mario è un ragazzo generoso che nutre un forte desiderio di emanciparsi dalla povertà, avverte innegabilmente la necessità di aiutare i propri genitori, di sostenerli, di portare a casa i soldi che servono per le esigenze di tutti. E da un anno non esita a prostituirsi, coinvolgendo anche Lino. È certamente una situazione di degrado, che in alcuni casi riesce anche a procurargli piacere, anche se mai potrebbe ammetterlo. Ma sicuramente è forte il suo disgusto verso quei personaggi che in pubblico si ammantano di una veste di rispettabilità e in privato si approfittano di ragazzi come lui.
Mario è preda di un conflitto che non comprende davvero e non sa risolvere, un sentimento nei confronti del suo amico Lino che gli rimbomba nel petto, un desiderio con cui cerca di andare avanti. Può cercare di ridimensionarne la portata, continuare a ripetersi che quei sentimenti lui li prova solamente verso Lino, che a lui le donne piacciono fisicamente, ma quel desiderio esiste e non può negarlo. C'è confusione, incertezza in Mario, tipica di chi si sente circondato da un muro di intolleranza che guarda con sospetto, disgusto, vergogna chi appare diverso. Prevale, dunque, la paura di far trasparire le proprie sensazioni, sembra che non si possa far altro che nascondere i propri sentimenti, mentire anche a se stessi fino a quando quel desiderio non esplode irrefrenabile.


Assia si sente circondata e oppressa da una situazione familiare che vorrebbe imporle determinate scelte di vita: una relazione con qualcuno che si collochi in una situazione migliore, studi universitari, stabili prospettive di vita. Ma lei rifiuta tali imposizioni, che finirebbero soltanto per comprimere la sua felicità, non ha alcuna intenzione di accontentare i suoi familiari per scontentare se stessa. Dei tre protagonisti è probabilmente il personaggio più assennato: innamorata di Lino, progetta con lui un matrimonio e, temendo che il ragazzo possa cacciarsi nei guai, cerca in ogni modo di metterlo in guardia. Eppure, a volte si trova a fronteggiare i suoi istinti, i suoi scatti di violenza finendo, a torto, per assecondarne le giustificazioni, perché in fondo lui è fatto così e non può farci niente .
E poi Lino, finalmente, questo ragazzo che non vuole in alcun modo mostrare segni di debolezza, che teme che qualsiasi cedimento possa trasformarlo in una vittima della violenza e dei soprusi altrui, che considera Mario un debole da fortificare e Assia la sua ragione di vita e di riscatto. Ma in realtà questa sicurezza nasconde una profonda paura che di notte gli opprime il petto, soprattutto dopo la violenta uccisione del padre. Una paura che sfocia in rabbia e violenza.
Sullo sfondo vi è quella religiosità che rasenta la superstizione, quel miracolo che tutti aspettano, come una speranza a cui aggrapparsi, quella ragazzina, Annaluce, la “Santa piccola” appunto, intorno a cui l'intero caseggiato, e non solo, sembra affollarsi. “Io un po' la capisco questa gente, perché se preghi quando le cose non vanno bene, pare che un po' ti passa e ti senti meglio. Io non lo nascondo che, anche se non ci credo, a volte, di notte, ci parlo con qualcuno. Non so se è Dio o papà, so solo che gli parlo e gli chiedo tante cose, anche su di me e su Assia, anche su mamma. Così mi sento meglio e riesco a dormire senza la paura in petto”.
“La Santa piccola” è, dunque, un romanzo duro, disincantato, struggente, che, pur nella sua brevità, semina notevoli spunti di riflessione, che continuano a germogliare anche dopo aver voltato l'ultima pagina, sospeso tra speranza, paura, desiderio di riscatto e le bugie di “uno di quei giorni che poi finivano”.

martedì 20 marzo 2018

Premi Oscar tra amore e guerra: "Chiamami col tuo nome" e "L'ora più buia"

Sono ormai trascorse due settimane dalla novantesima cerimonia degli Oscar, tenutasi il 4 marzo scorso al Dolby Theatre di Los Angeles. È una proclamazione che sempre rappresenta per me un momento particolare, attesa ogni anno con una certa trepidazione per scoprire se saranno premiati ed elogiati quei film che nel corso degli ultimi mesi mi hanno emozionato, stupito, coinvolto o semplicemente incuriosito. Una cerimonia attorno alla quale ruotano personaggi straordinari e aneddoti curiosi e che in qualche modo ha contribuito a costruire la storia del cinema.
Con il mio solito spirito poco giornalistico mi accingo a parlarne soltanto adesso, più che altro per annotare finalmente nel blog (che solo in via eccezionale si occupa di cinema) le più che positive impressioni che mi hanno lasciato due dei film premiati quest'anno: "Chiamami col tuo nome" e "L'ora più buia".
"Chiamami col tuo nome" rappresenta l'orgoglio italiano all'estero: diretto da Luca Guadagnino, candidato, tra l'altro, all'Oscar come miglior film, alla fine si è dovuto accontentare, pur con onore, del premio per la miglior sceneggiatura non originale del mio amato James Ivory (soggetto tratto dal romanzo omonimo di André Aciman).


Il protagonista Elio (Timothée Chalamet) sta trascorrendo le vacanze estive con i suoi genitori nella loro villa immersa nella campagna del Cremasco. È un'estate molto calda che per il ragazzo diciassettenne scorre placidamente, tra gli amati strumenti musicali, gli studi e i bagni al fiume, fino a quando non irrompe nella sua quotidianità lo studente Oliver (Armie Hammer), giunto in Italia per completare gli studi di dottorato. I due ragazzi inizialmente sembrano provare una reciproca diffidenza, entrando l'uno in contatto con l'altro con una certa cautela. Ma poco alla volta Oliver travolge Elio in una passione amorosa totalizzante, consumata con foga giovanile nel timore che possa sfuggire con il volgere al termine della stagione estiva. Un'esperienza travolgente che in qualche modo cambia i pensieri e le prospettive di Elio.
È un film che ti catapulta in un'atmosfera rarefatta, onirica, quasi sospesa nel tempo (richiamando alla mente alcune opere di James Ivory), con le musiche coinvolgenti, gli affascinanti e silenziosi chiaroscuri, i paesaggi che si perdono oltre la vista nel verde brillante della campagna cremasca.
Dopo averlo visto, ho provato una certa malinconia pensando all'amore che arriva all'improvviso, sconvolge i sensi e si allontana lasciando una sensazione amara di vuoto, soprattutto quando manca da una parte il coraggio di volgere lo sguardo ai propri sentimenti, di dar loro una struttura stabile, un nutrimento duraturo. Eppure quel vuoto, come afferma saggiamente il padre di Elio, non deve suscitare paura fino al punto di paralizzare l'espressione delle proprie sensazioni, poiché il sentimento, una volta provato, è comunque una fonte da cui abbeverarsi, di cui arricchirsi, per cui sarebbe uno spreco non provare nulla per il rischio di soffrire.


"L'ora più buia" è un film di genere storico e biografico (tratto dall'omonimo libro di Anthony McCarten) diretto da Joe Wright, incentrato sulla figura e sulle vicende di Winston Churchill, a partire dal momento in cui venne nominato primo ministro britannico agli inizi della Seconda Guerra Mondiale. Churchill è interpretato magistralmente da Gary Oldman che per tale ruolo ha vinto l'Oscar come miglior attore protagonista, essendo riuscito ad entrare perfettamente nel personaggio e a riprodurre con straordinaria esattezza ogni minima sfaccettatura del grande statista britannico.
Il film coglie tutta la tensione del Primo Ministro che allo scoppio del secondo conflitto mondiale si trova di fronte a un grande dilemma: negoziare un trattato di pace con la Germania nazista di Hitler, senza alcuna certezza su quali condizioni verranno imposte e con il rischio che il Regno Unito possa perdere la propria indipendenza; oppure affrontare una guerra con tutte le conseguenze che certamente ne deriveranno in termini di ingenti perdite e numero di vittime, ma battendosi a testa alta per la libertà senza cedere a compromessi.
Churchill è tenacemente combattuto e pressato dai Conservatori del partito di Re Giorgio VI, che vorrebbero subito stipulare il trattato di pace; ma lui, che raramente si immerge nei meandri della città, non si arrende e decide di andare incontro al suo popolo fiero e orgoglioso per comprendere, nell'ora più buia della sua Nazione, quale sia la decisione più giusta.
Un film coinvolgente, non privo di ironia e tenerezza, da cui arriva un chiaro messaggio sulla necessità di non scendere mai a patti con il nemico nel momento in cui ciò dovesse implicare la rinuncia ai propri valori e ideali.


lunedì 26 febbraio 2018

Conflitti e paure di una giovane famiglia

"Lei guardò il ragazzo e il figlio che aveva appena partorito spalancando i suoi occhi chiari lucidi di pianto; li guardò come mai prima di allora aveva guardato, e per un ultimo istante al mondo non furono che loro tre".
"Quella solitudine immensa di amarti solo io", l'opera prima di Paolo Vitaliano Pizzato (Editori Priamo e Meligrana), è un romanzo intenso, intimo, fortemente introspettivo, che tocca le corde dell'anima con quella delicatezza di chi arriva in punta di piedi, ma con la sua sensibilità letteraria riesce sempre a lasciare il segno. Anche se con le successive opere Paolo ha raggiunto una diversa maturità stilistica, non posso non sentirmi legato a questo suo primo romanzo (in ordine di pubblicazione), che contiene il germe essenziale della sua scrittura.
La trama è, in apparenza, semplice: due giovani hanno appena avuto un figlio, ma la felicità di tale evento viene ben presto oscurata dal timore di non essere in grado di diventare bravi genitori, una paura che sembra bloccarli anche di fronte a banali imprevisti, come il pianto improvviso del bimbo o le difficoltà della madre nel dargli il latte. Sono timori dietro cui si celano conflitti mai risolti con le rispettive famiglie, che tornano di frequente a tormentarli.


Quella di Pizzato è una scrittura accurata nella scelta dei termini, nelle descrizioni degli ambienti, filtrate attraverso lo sguardo attento del protagonista, nella costruzione delle frasi sempre fluide ed eleganti, una scrittura che nello stesso tempo denota anche una forte istintività, una spontaneità che trasuda da ogni pagina: l'autore si dà completamente, con assoluta trasparenza rivela il suo mondo interiore, mostra la sua visione delle cose, spesso disillusa e disincantata, una visione che viene trasfusa nei suoi personaggi principali, colti nelle loro fragilità e paure, smarriti lungo il percorso alla ricerca di se stessi e della propria identità.
I protagonisti, i genitori del piccolo Cristiano, sono tratteggiati in tutta la complessità del loro carattere. Il padre, chiamato semplicemente "il ragazzo", è un giovane introverso che mostra una grande attenzione per i dettagli, in una sorta di ossessione per l'ordine, e nutre una forte passione per i libri, passione che vorrebbe trasmettere anche a suo figlio.
La sua vita è continuamente attraversata da dubbi e paure, che lo bloccano e gli impediscono di credere alla possibilità di essere felice: "Non era, la sua, comune ritrosia, né difficoltà a rapportarsi agli altri e neppure senso di inadeguatezza, che pure spesso sentiva acutamente; non si trattava di una specificità del suo carattere quanto piuttosto di una sorta di "doppio" che qualche volta si sostituiva a lui. [...] Qualche volta il ragazzo pensava che la sua vita non fosse altro che questo, una continua attesa, fradicia di terrore, dell'arrivo del proprio doppio, l'inevitabile resa alla sua violenza e la faticosa restituzione degli accadimenti di cui era stato vittima a un ordine possibile talmente fragile da sfiorare l'inconsistenza, fondato soltanto sulle patetiche ansie di una fantasia sovraeccitata".
La continua paura che tale doppio possa presentarsi, quindi, lo ha sempre indotto a fuggire da difficoltà e responsabilità, rifugiandosi in un mondo illusorio, in cui ogni ostacolo è già superato. Sullo sfondo vi è il ricordo di una madre che non c'è più da alcuni anni, per la quale il ragazzo prova una infinita nostalgia, un rapporto irrisolto che gli ha lasciato molti sensi di colpa e l'idea che forse solo con lei potesse esserci una vera famiglia, Un ricordo che ritorna continuamente nei pensieri del ragazzo, soprattutto nei momenti di sconforto, quasi un'ancora a cui aggrapparsi.


Emma, la madre del bimbo, ci viene presentata come una ragazza capace di donare sempre un sorriso gentile e di amare gli altri per ciò che sono, inclusi i difetti, le ansie e le piccole ossessioni. Concreta e intelligente, Emma ha dovuto sopportare il peso di una famiglia che non ha fatto altro che bloccarla nell'espressione della propria identità, cercando di imporle le proprie scelte, ritenute più giuste, e tarpandole le ali. In particolare, sua madre si presenta come una figura ingombrante che non esita a far valere sulla figlia la propria esperienza per indurla a seguire le sue convinzioni. Pur se determinata ad affrancarsi da tale prigionia, cercando di seguire le proprie passioni e sentirsi realizzata professionalmente, Emma ne esce fortemente condizionata nell'espressione dei propri sentimenti.
La nascita del bimbo viene, dunque, vista come il momento in cui tutti i contrasti e i conflitti irrisolti vengono alla luce, una prova cruciale in cui i due ragazzi mostrano tutta la loro vulnerabilità. Da un lato, vi è il ragazzo, che vorrebbe fortemente divenire l'artefice della felicità di suo figlio, facendolo crescere nella consapevolezza che il dolore esiste, ma fornendogli tutto l'aiuto necessario per poterlo affrontare, senza rinchiuderlo in una gabbia dorata, in modo che possa divenire forte e in grado di sostenere ogni avversità che il destino vorrà porgli di fronte. È un desiderio che qualsiasi padre proverebbe, quello di rendere un figlio capace di costruire il proprio futuro, ma che deve scontrarsi con le paure del ragazzo, la convinzione di non essere in grado di sopportare una simile responsabilità. Dall'altro lato, c'è Emma, che pur amando i suoi genitori, vorrebbe liberarsi dai loro condizionamenti, dimostrare di essere in grado di crescere e badare a suo figlio, senza vedersi continuamente rinfacciare l'esperienza di sua madre. Vuole mostrare di essere finalmente una madre e non più solo una figlia, in questa sua lotta vorrebbe il ragazzo accanto a sé, libero finalmente dalle sue paure, ma ogni difficoltà diviene fonte di frustrazioni.
"Lotta, battaglia, scontro, conflitto ... parole che disegnavano, o meglio abbozzavano, i contorni, la trama di punti di vista, opinioni, certezze differenti, opposte". Il solco tra generazioni, è questo il tema fondamentale di questo romanzo, un solco che spesso diviene una parete di incomunicabilità e incomprensione, in cui i figli cercano di conquistare la propria identità, il loro essere un'entità separata rispetto ai loro genitori, combattendo contro l'incapacità di questi ultimi di accettarlo.
È un tema fortemente attuale, che tocca sentimenti comuni, rapporti che, almeno in parte, in molti hanno sperimentato. Un argomento che l'autore sviscera fino in fondo, con quella consapevolezza (che ritornerà anche nei suoi successivi scritti) che le scelte compiute, anche senza la volontà di far del male, si ripercuotono necessariamente sugli altri, condizionandone le successive azioni come "un maligno cordone ombelicale che un dio privo di misericordia, o molto più banalmente un infermiere distratto, non si era curato di recidere e che lo teneva legato a un destino minaccioso e terribile come un cumulo di nubi temporalesche".


sabato 24 febbraio 2018

Il libro del mese – “Le coccinelle non hanno paura” di Stefano Corbetta

E sai perché non hanno paura? Perché sono belle, bellissime. E sanno di esserlo. Nessuno ucciderebbe una coccinella”. Teo – il protagonista del bellissimo romanzo di esordio di Stefano Corbetta “Le coccinelle non hanno paura” (Editore Morellini) - non può fare a meno di condividere queste parole, pronunciate da un ragazzino appassionato come lui di fotografia, incontrato casualmente in un parco. E l'idea che la coccinella, grazie alla sua bellezza, possa salvarsi dalla mano minacciosa di chiunque, mi riporta a uno dei temi fondamentali che ho colto in questo romanzo, ovvero che solo sviluppando una propria forza, una propria ricchezza interiore si può andare avanti inseguendo determinati obiettivi e cercando di sconfiggere ogni timore, soprattutto la paura della morte, nella ricerca dell'eternità.
Teo ha una grande passione per la fotografia, sviluppata sin da quando era piccolo e andava in giro osservando e riprendendo ogni angolo della casa da differenti visuali. Questa passione nasconde un segreto, una capacità particolare che rimane per lungo tempo celata agli altri, ovvero la possibilità per Teo di catturare immagini con gli occhi, di inquadrare una scena e immortalarla con il semplice movimento di una palpebra, per poi conservarla, perfettamente intatta, nella propria memoria sensoriale, che si trasforma in un immenso archivio.


È un dono che per Teo si rivela ben presto molto simile a una maledizione, che lo porta a vedere “la muta condanna di tutte le cose”, l'evoluzione successiva, sino alla morte, di qualsiasi essere vivente lui riprenda. E ciò lo spinge a non fotografare mai persone o animali, ma soltanto elementi inanimati e paesaggi.
Teo ha scoperto da poche settimane di avere un tumore al cervello: l'assenza di sintomi ha portato ad un accertamento tardivo, per cui il cancro si è talmente diffuso da non essere più operabile. E a quel punto decide che vi può essere un solo modo per affrontare il poco tempo che gli è rimasto da vivere, ovvero “trattare la faccenda nello stesso modo in cui scatta fotografie: osserva la luce, fa clic e non pensa a nient'altro che non sia la foto successiva”. In questo, dimostra, quindi, una ostinata determinazione nel volere procedere linearmente lungo una traiettoria che non ammette deviazioni, come se stesse giocando una partita a scacchi in cui le strategie si susseguono regolarmente senza discutere, allontanando da sé ogni forma di compatimento.
In questo suo percorso gli unici che possono stargli vicino e assecondare la sua volontà sono i suoi migliori amici, Luca ed Elena, che si conosciuti e innamorati proprio grazie a lui e adesso aspettano un figlio. Soltanto loro sono a conoscenza del reale stato di salute di Teo, ma non riescono ad arrendersi all'idea che il loro amico a breve dovrà abbandonarli.
Eppure qualsiasi strategia, qualunque traiettoria non può non conoscere una deviazione improvvisa che distoglie l'attenzione dal percorso già delineato. E questa deviazione è rappresentata da una persona che Teo non ha mai conosciuto e che non potrà più conoscere, la zia di Elena, Grazia, che, durante il viaggio intrapreso per raggiungere la nipote, viene coinvolta in un incidente mortale. Un evento luttuoso che sconvolge la vita di Teo che “si chiede cosa stia facendo lì a svuotare la casa di una donna che non ha mai conosciuto, tra il pieno e il vuoto di quelle mura a fare lo stesso lavoro che un giorno qualcun altro farà a casa sua”.
A questo punto, il racconto diviene un gioco a incastro, in cui si compongono differenti destini e le vite presenti e passate finiscono per intersecarsi le une con le altre, mentre Teo si sforza di trovare un filo conduttore. Elemento scatenante di questa ricerca è una vecchia fotografia in bianco e nero che ritrae Grazia assieme a un uomo misterioso, una foto contenuta in una cartellina, intestata a un certo Signor P., con alcuni fogli dattiloscritti che Teo ritrova tra le cose di Grazia temporaneamente depositate a casa sua.


L'autore, partendo da questo elemento, ha costruito un solido intreccio narrativo, basato su una scrittura nel complesso immediata e lineare, ma che riserva diverse pagine dense di una poeticità a tratti malinconica, senza mai essere banale o scadere nel patetico, capace di suscitare immagini che si fissano nella mente nitide come fotografie. Corbetta indaga a fondo le sensazioni di Teo nel suo percorso che costituisce l'ultima fase di un'esistenza che non ha fatto in tempo a godere pienamente, in cui cerca di procedere senza sbandare, fuggendo sempre un attimo prima dalla tentazione di cedere alla disperazione e di lasciarsi andare al suicidio.
Nell'intreccio all'improvviso si materializza Arianna, una giovane psicologa temporaneamente impiegata in un negozio in cui Teo si ritrova ad acquistare cinque t-shirt nere, e a cui il romanzo riserva uno spazio speciale, con pagine narrate in prima persona, quasi un diario. Si rivedono pochi giorni dopo l'acquisto, quando Arianna gli restituisce la cartellina del misterioso Signor P. che lui aveva distrattamente dimenticato sul bancone. È, quindi, il caso, o il destino, a farli incontrare di nuovo. E Teo non può evitare di essere conquistato da lei, dalla sua semplicità, dal suo entusiasmo, dalla capacità di percepire i mondi che si celano dietro le parole e di dire sempre qualcosa in grado di destare sorpresa.
La storia tra i due inizia pian piano a farsi strada, delicatamente, tra scambi di vedute sull'arte della fotografia e ricordi lontani di foto in bianco e nero, tra sorrisi e rimpianti. E Teo, inizialmente timoroso di legarsi a lei per il troppo poco tempo che le potrebbe dare, vince le sue resistenze, allarga l'orizzonte della sua consapevolezza e comprende che non può buttar via gli ultimi istanti della sua esistenza. È la malattia a fargli vedere, a un certo punto, le cose con occhi diversi, ma anche l'incontro con il Signor P., ovvero Primo Guerrieri, della cui storia, trascritta in quei fogli, inizia ad appassionarsi, coinvolgendo anche Arianna: il viaggio intrapreso anni prima in un santuario toscano, l'incontro con Grazia, il mistero attorno al diario di un bambino coinvolto nei bombardamenti tedeschi, al termine del secondo conflitto mondiale, presso la Linea Gotica, che tanto sconvolge Primo. Storie racchiuse le une nelle altre come scatole cinesi.
Il Signor P. era stato vinto dagli eventi e dalla propria mente. Teo si sente così simile a quell'uomo da pensare che in fondo anche la sua vita finirà così, senza capirci niente e senza poter reagire, sospeso tra il mondo reale e un soffocato desiderio di rivalsa”. E Teo, reagendo a questo pensiero, quasi per chiudere il cerchio in cui si muovono tutte queste storie, pur nella consapevolezza che la sua forza fisica è ormai esaurita per il repentino progredire della malattia, di quella maligna massa tumorale che si estende sempre di più, non si arrende e va alla ricerca del Signor P.
Dopo aver terminato il romanzo, non posso fare a meno di pensare a quello che mi ha lasciato Teo, uno di quei personaggi di cui si sente la mancanza dopo aver chiuso il libro: il suo desiderio di fuggire da quelle immagini di muta condanna, la sua voglia di eternità, che insegue fotografando il cielo e lasciando in un foglio scritto parole destinate ai suoi cari, e quella sottile speranza, rappresentata da una coccinella che si muove lenta sulla superficie di un finestrino.



domenica 11 febbraio 2018

Un giallo metropolitano tra conflitti sociali e incomunicabilità

Alcune settimane fa ho avuto di modo di rileggere un romanzo dello scrittore Raffaele Crovi cui mi ero già dedicato circa venti anni prima, intitolato "L'indagine di Via Rapallo". Un giallo, quindi, finalista al Premio Strega nell'edizione del 1997, la cui rilettura, oltre a riportarmi indietro nel tempo all'estate dopo la maturità, mi ha svelato e fatto riscoprire nuovi aspetti.
L'indagine si concentra essenzialmente intorno alla morte di uno scrittore, Orio Zaniboni, in apparenza caduto accidentalmente da un balcone. A valutare se si sia trattato di un incidente o di un omicidio viene inviato il vice ispettore Gino Pompei, che si finge cugino del defunto, incaricato di effettuare un inventario dei beni che dovranno formare oggetto di una eredità dello scrittore in favore di un'università.


Pompei, esperto di idraulica, approfitta di tali doti per girare tra gli appartamenti degli otto piani del condominio di Via Rapallo in cui il presunto incidente (o omicidio) è avvenuto. E tra un rubinetto che perde, tubature da riparare e termosifoni che scaldano poco, cerca di scoprire nuovi elementi chiacchierando con gli abitanti di quel palazzo, tra cui spiccano diversi personaggi ambigui e bizzarri.
L'indagine mette in luce una realtà piena di conflitti sociali e di disagio, con condomini che dialogano poco tra di loro e non conoscono quasi nulla l'uno degli altri, vivendo realtà parallele che difficilmente sembrano intersecarsi, se non quando si tratta di lasciarsi andare a ripicche e rivalse.
Tutto ciò accade in una metropoli, Milano, in cui "la solitudine, la mancanza di dialogo familiare e comunitario, genera in molti il cancro della depressione, che suggerisce il corteggiamento della morte".
Il vice ispettore, nel suo peregrinare tra un appartamento e l'altro, incontra, quindi, molteplici personaggi che sembrano abitare pianeti distanti: gli Allegretti, padre e figlio, ladri gentiluomini e forse più sinceri di tanti finti perbenisti; il giovane Felice, ben presto orfano di entrambi i genitori e privo di altri legami di parentela (la nonna, unica familiare, è morta da poco), preso dai suoi studi e avvolto da un alone di mistero assieme alla sua amica Alice; la portinaia Sonia, che sfrutta il sesso e le gravidanze come strategia di sopravvivenza, per sfuggire a una condanna a seguito dell'omicidio del marito; l'infido amministratore.


"In un palazzo urbano non c'è dialogo: c'è l'incontro casuale per le scale o in ascensore che può diventare scontro di avare parole; non ci sono discorsi, ci sono silenzi, invettive o delazioni". E gli inquilini si svelano anche nel loro rapporto con il defunto, quello scrittore impiccione che amava indagare e intromettersi nelle vite altrui, per rinvenire materiale narrativo per un nuovo romanzo sui conflitti urbani oppure, come molti sostengono, con un intento moralizzatore.
L'autore adotta uno stile assai sobrio, quasi cronachistico, e a tratti ironico, nel suo mostrare i resoconti degli incontri quotidiani del vice ispettore. E non manca, forse, qualche stereotipo nella costruzione di alcuni personaggi e di talune vicende.
In particolare, nel romanzo viene introdotta la figura del professore trentenne, Sergio Conti, che rivela di essere omosessuale e viene descritto, secondo un canone di frequente utilizzato in narrativa, come impeccabile amante dell'ordine, un uomo solo, infelice, inquieto, pieno di sensi di colpa, soprattutto dopo il suicidio dei genitori. E per il suo "atteggiamento eccessivamente morbido", uno stereotipo che risente di pregiudizi diffusi ancora oggi, il professore viene respinto dal giovane deejay, Luigi Neirotti, presso cui si era recato per farsi prestare alcuni dischi.
Il Neirotti, descritto come il classico deejay rinchiuso in un suo mondo di musiche, discoteche, luci colorate, riceve, come gli altri, la visita del vice ispettore che, in qualche modo, si convince che il ragazzo sia omosessuale, salvo poi ricredersi (il Neirotti ha un flirt con un'altra ragazza che abita nel palazzo) e toglierlo dalla "lista degli ambigui e, quindi, dei sospettabili". E, a questo punto, non si può fare a meno di chiedersi perchè mai, secondo l'autore, un omosessuale, in quanto tale, debba essere automaticamente incluso nella lista dei sospettati per un omicidio.
Il finale, in ogni caso, non presenta particolari soprese o colpi di scena nella scoperta del colpevole, per cui il romanzo, più che come giallo, è interessante in quanto propone, pur con i limiti sopra evidenziati, un'analisi sociologica con un'indagine dei conflitti e delle ambiguità che caratterizzano quei numerosi microcosmi quotidiani tra loro non comunicanti che si collocano nella realtà metropolitana.



domenica 28 gennaio 2018

Il libro del mese – "I tre volti di Ecate" di Vito Santoro

Una statua rappresentante la dea Ecate, mitologica figura con le sembianze di tre donne unite per la schiena (una giovane, una adulta e una anziana) e con il compito di accompagnare gli uomini ancora in vita nel regno dei morti, è l'elemento centrale di un interessante romanzo noir di Vito Santoro, intitolato appunto "I tre volti di Ecate" (Edizioni Spartaco). Si tratta di una statua di grande valore, attorno a cui si snodano inevitabilmente le vicende dei protagonisti che, per desiderio di possesso o semplice casualità, si ritrovano a contatto con essa.
La vicenda ha, dunque, inizio con Alberto e Dario, due ragazzi che, per guadagnare qualcosa, spesso si fanno coinvolgere in lavoretti non proprio legali e che sono stati inviati da Messala, proprietario alberghiero dedito a loschi affari, nella villa del Conte Balsamo per rubare la preziosa statua. Tutto sembra andare per il meglio: l'antifurto disattivato, la porta della sala dove è conservata la statua agevolmente scassinata. A un certo punto accade l'imprevisto: un uomo che sembra comparso dal nulla e che non sarebbe dovuto essere lì, interviene puntando una pistola contro Dario, ma viene colpito a morte da Alberto, che nel frattempo si era nascosto. Tale imprevisto è simile alla tessera di un domino che, cadendo, travolge tutte le altre diffondendo presagi di morte: infatti, subito dopo quanto accaduto nella villa, ha inizio una girandola di fughe e inseguimenti alla ricerca della statua, che passa di mano in mano lasciando dietro di sé una scia di cadaveri.


Il romanzo si distingue per la sua scrittura precisa e lineare, con un stile privo di ridondanze, ma ricco di interessanti sfumature, con una particolare attenzione alla scelta dei termini, specialmente nella descrizione dei luoghi in cui si dipana l'intreccio narrativo.
Attenta è anche la costruzione dei personaggi per i quali la linea di separazione tra bene e male, come si dirà dopo, non è mai così netta. Alberto e Dario sono due giovani che cercano di affrontare un'esistenza vissuta in un ambiente popolare: molto legati tra loro, ma completamente diversi, l'uno più riflessivo, attento e leale, l'altro più istintivo e incapace di star lontano dai guai, tentano di sbarcare il lunario come possono, anche se ciò significa infrangere la legge, e guardano con disprezzo i ragazzi più ricchi e viziati che non hanno mai dovuto faticare per ottenere qualcosa.
I ragazzi cercano di cavarsi di impaccio rivolgendosi a un loro amico, Mario Sforza, definito "il mercenario" e con un passato poco chiaro. Sforza è in realtà un uomo di grande umanità, che ha perso tragicamente i propri cari e che non esita a intervenire in favore di chi è in difficoltà. Molto affezionato ai due giovani, tenta in ogni modo di salvarli da quella che sembra una condanna a morte già scritta e di contrastare chiunque cerchi di far loro del male.


Il commissario Nebbio, colui che dovrebbe indagare sul furto e sull'omicidio avvenuto nella villa, è in realtà un poliziotto corrotto, l'intermediario tra il misterioso personaggio che ha commissionato il furto e Messala che ha, invece, avuto il compito di organizzare la rapina. E Nebbio, considerato l'evolversi degli eventi, non esita a intimare a Messala di recuperare la statua e di eliminare qualsiasi testimone, inclusi Alberto e Dario. Nebbio è un uomo spietato che uccide semplicemente per il gusto di farlo e che esprime chiaramente la sua concezione di bene e male: "Voi e la vostra visione incantata della vita. Mi chiedevo come fosse possibile filtrare la realtà in questo modo, ma poi ho capito che la vostra è solo cecità. Il male, il bene. Qual è il significato del bene se non si conosce il suo opposto? Male e bene sono un'unica cosa, l'uno ha bisogno dell'altro.".
Questa commistione tra bene e male sembra trapelare in molti aspetti della vicenda, rivestendo di una certa ambiguità alcuni personaggi. Come Messala, che nella sua attività non esita a intraprendere azioni illecite, ma poi, recuperata in qualche modo la statua, fugge via non solo per evitare di affrontare i propri nemici, ma per inseguire un desiderio passato, una storia d'amore che avrebbe potuto, ma non ha mai avuto un seguito. O come il Conte Balsamo che ambisce a riavere la sua amata e preziosa statua, mantenendo un alone di mistero sui veri motivi che lo legano a tale oggetto.
"I tre volti di Ecate" è, dunque, un romanzo avvincente, ma nello stesso tempo pieno di intriganti spunti di riflessione. Sullo sfondo l'ambita e ambigua statua, un oggetto che crea un misterioso turbamento in chi la osserva attentamente, come se riuscisse a captare il fatale messaggio di cui la dea si faceva portatrice nell'antichità. Quel destino ineluttabile verso cui ognuno viene condotto.