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giovedì 7 febbraio 2019

Novità letterarie – “Sonno bianco” di Stefano Corbetta

«Si avvicinò piano e il cono di visuale si strinse sfocando le pareti laterali. Più avanzava, più Bianca diventava riconoscibile, il profilo dagli zigomi alti e le labbra sottili congelate in un lieve sorriso eterno. Un senso di trionfo emergeva dal suo corpo immobile, come l’eroina di un tempo passato, vittima del più terribile degli incantesimi. Lei, quel corpo ancestrale al centro di un sonno bianco».
Sonno bianco” (Hacca Edizioni), il secondo romanzo di Stefano Corbetta, è la storia di un’assenza e del dolore che inevitabilmente da tale assenza deriva, è una disamina sincera e commossa dei sentimenti di una famiglia che si trova a fare i conti con quel dolore così smisurato, una famiglia i cui membri, cercando di reagire, trascinano ogni giorno la propria vita alla ricerca di un possibile equilibrio.
Bianca ed Emma sono due gemelle, tanto identiche nell’aspetto fisico quanto diverse nel carattere, protettiva ed estroversa la prima, più chiusa e insicura la seconda. Hanno nove anni quando, nel corso di una gita scolastica in montagna, vengono travolte da un camion: Emma, nel rincorrere una pallina di gomma, aveva attraversato la strada senza accorgersi del pericolo imminente, mentre Bianca le si era buttata addosso cercando di metterla in salvo. Emma viene gravemente ferita a una gamba che, dopo numerose operazioni, rimane più corta dell’altra costringendola per sempre a un’andatura claudicante. Bianca, invece, colpita alla testa, entra in uno stato di coma vegetativo. 


Per i successivi nove anni, dunque, Emma e i suoi genitori, Enrico e Valeria, si ritrovano a dover gestire questa dolorosa situazione, tra rancori e rimorsi per non essere riusciti a evitare un incidente simile e con la speranza che Bianca un giorno si risvegli per tornare a vivere con loro uscendo da quella stanza con le bianche pareti all'interno dell’istituto in cui è ricoverata da tanto tempo.
Con la sua scrittura sobria, limpida, scorrevole, quasi musicale, l’autore fa emergere una sofferenza che, grazie anche alla descrizione attenta e minuziosa di gesti e azioni dei singoli personaggi, sembra quasi dilatarsi in un tempo immobile, come se tutto fosse rimasto fermo a quella drammatica giornata in cui l’incidente è avvenuto: «Era come se tutto, dopo l’incidente, si fosse ridotto a pochi giorni messi in fila, vuoti e senza significato, in cui l’unico sentimento sopravvissuto era un senso di colpa latente che inquinava ogni cosa e non li abbandonava mai. E tutto era sempre stato neutralizzato con il silenzio».
Il silenzio di un’assenza, che pian piano scava dentro annullando ogni reazione, è uno degli elementi chiave che emerge dalla narrazione. Il silenzio cui Bianca è costretta a causa del suo sonno bianco, sembra a poco a poco indurire il cuore dei suoi familiari, come un “velo sottile e invisibile” che si posa su di loro: invece di farsi forza reciprocamente, sembrano allontanarsi ogni giorno di più costruendo una parete sempre più spessa. 


Il romanzo si concentra, quindi, sull'evoluzione interiore dei singoli componenti di quella famiglia in rapporto al dolore che vivono quotidianamente. In particolare, Emma sembra schiacciata dai sensi di colpa, il pensiero di sua sorella diventa quasi ossessivo, le pare addirittura di vederla mentre si trova sul palco del teatro per le prove della compagnia di cui fa parte. Era Bianca che avrebbe dovuto fare l’attrice, è questo a cui pensa spesso Emma, come se stesse vivendo una vita non sua e avesse usurpato il posto di sua sorella. E la ragazza sembra voler tradurre questo suo angosciante rimorso in una scultura di creta realizzata a scuola, due mani giunte in cui viene posizionata quella pallina di gomma che Emma stava rincorrendo il giorno dell’incidente. Un pensiero che le impedisce di vivere pienamente, che la costringe a ritrarsi non appena un’occasione di felicità si protrae all’orizzonte, nonostante il piccolo Mattia, vicino di casa e prodigioso pianista, e il suo giovane maestro Leon cerchino di restituirle quella dimensione di intima familiarità che a casa orma era scomparsa da tempo.
Perché a casa c’è sua madre Valeria che sembra quasi aver abdicato al suo ruolo materno, rinchiusa nel suo dolore e nel rancore verso sua figlia e suo marito, che come lei devono pagare il prezzo di quella tragedia, con il silenzio «che aveva iniziato a prendere l’intero spazio della sua vita». E c’è suo padre Enrico, che, pur cercando di mettere insieme i pezzi delle loro vite e di intravedere il fondo del tunnel, può solo constatare quanto le donne della sua vita si siano ormai allontanate da lui.
Sonno bianco” è, dunque, un romanzo coinvolgente da cui emerge una sentita partecipazione al profondo dolore di tante famiglie che si ritrovano ad avere un parente in uno stato vegetativo, è una storia di silenzi e rancori, ma in cui a un certo punto si avverte come ineludibile l’esigenza di alzare la testa e lottare, di colmare l’assenza e il silenzio, di rimediare ai tanti errori commessi.


sabato 1 settembre 2018

Novità letterarie – "Ripaferdine (storie di cortile)" di Paolo Vitaliano Pizzato

«Avevo trattato la zona con indifferenza, come un vecchio amico che si è smesso di frequentare, un ex compagno di scuola sbiadito insieme agli insegnanti amati e odiati, alle aule e ai loro odori, abbandonato nell'eterno sovrapporsi dei giorni. Avevo avuto le mie buone ragioni per comportarmi così, lo sapevo bene, ma in quel momento era come se le motivazioni di un tempo avessero perduto la loro importanza. Adesso c'era soltanto la zona, e il terrore di perderla per sempre».
"Ripaferdine (storie di cortile)" (Giraldi Editore) è un romanzo molto particolare di Paolo Vitaliano Pizzato, composto da una sequenza di quadri, di storie, di stralci di vita che alternano momenti di ironia, tenerezza e coraggio, ma anche di paura e scoramento. Sono storie legate tra loro dal filo della memoria, dalla nostalgia di un uomo che intende narrare tali vicende per cercare in qualche modo di trattenere e rievocare il passato, sforzandosi di impedire che i pezzi che lo compongono vadano inesorabilmente perduti a causa dell'inarrestabile avanzare del progresso.


L'uomo che cerca di realizzare tale salvifica narrazione è un ingegnere che ha trascorso la sua infanzia e adolescenza in un quartiere periferico di Milano, "un quadrilatero, una serie di vie che tagliano schiere di palazzi e piccoli negozi", confidenzialmente ribattezzato "la zona" dai suoi abitanti, e che ora vi ritorna per svolgere il suo lavoro, ovvero vigilare sull'esecuzione di un piano di ristrutturazione che, in vista dell'Expo 2015, avrebbe dovuto coinvolgere l'intera zona trasformandola radicalmente.
La paura dell'ingegnere è che la zona con questo profondo stravolgimento possa perdere i suoi connotati essenziali, quelle caratteristiche che in un certo senso l'avevano resa un luogo unico e a cui i suoi ricordi di bambino sono legati in modo indissolubile. Per questo motivo vuole affidare tali ricordi alla scrittura, da cui emerge un'assai variopinta galleria di personaggi, ognuno con il proprio mondo interiore da cogliere e svelare nella sua essenza.
L'io narrante - inizialmente rappresentato dall'ingegnere che nelle pagine successive ritorna a essere semplicemente Paolo, quel bambino che giocava in cortile con i suoi amici - si trasforma acquisendo un punto di vista collettivo, ovvero quel gruppo di ragazzini che della zona costituisce l'anima, lo spirito vitale, l'acuto occhio indagatore.
I ragazzi vivono la zona con i loro giochi, i litigi, i conflitti e le competizioni, i primi tormenti amorosi e un profondo sentimento di fratellanza che nel corso degli anni li unisce. La zona diviene il loro punto di riferimento rispetto a cui paragonare ogni altra parte della città che, di conseguenza, «diventa miraggio, qualche volta desiderio, qualche altra invece, quando decidiamo di avventurarci oltre la nostra zona, diventa scoperta». E, percorrendo la strada principale, talmente lunga e dritta che non se ne vede la fine, nella zona finiscono per arrivare i protagonisti delle diverse storie, persone che i ragazzi non possono fare a meno di osservare con attenzione imparando col tempo a capirle.


"Ripaferdine", in continuità con i precedenti romanzi di Pizzato, denota una forte esigenza di analisi introspettiva, che viene resa efficacemente attraverso la combinazione di altri elementi, tra cui la narrazione di carattere memoriale e, per certi aspetti, il romanzo di formazione, e assume una dimensione corale, collettiva, di umana partecipazione alle vicende di uomini e donne che si sentono sconfitti dalla vita, ma che in qualche modo riescono a non essere completamente infelici: «gli uni avevano gli altri, seppur in una comunione umana confusa, in una babele d'affetti che scambiava per autentico interesse una morbosità pruriginosa, in un immaturo labirinto di invidie, separazioni, alleanze che mutavano a un ritmo impressionante; vivevano una vita da villaggio, obbedienti alla regola non scritta di una mutua trasparenza, ciascuno esibendo se stesso, il ladro come il fallito, la puttana come l'ubriaco».
Ho parlato prima di "romanzo di formazione", in quanto i ragazzi, come risulta particolarmente evidente nella narrazione, crescono e maturano in quella "comunione umana confusa", imparano a capire il mondo che li circonda, traendone numerosi insegnamenti di vita, e in tal modo, si fortificano cercando di comprendere come affrontare la morte, la malattia, la solitudine, la disperazione, la follia.
L'autore conferma di possedere uno stile originale, con una scrittura precisa e ben articolata, forse ancor più matura rispetto alle precedenti opere, ricca di descrizioni accurate di luoghi e sensazioni, ben incanalate attraverso il punto di vista dei vari protagonisti. È un romanzo denso di una poeticità malinconica che trapela da ogni storia. 


Con le strampalate avventure del ladro Arnaldo, che del furto vorrebbe fare la propria professione, ma che si ritrova alle prese con un camion da rubare e una brutta sorpresa, emerge un racconto fortemente ironico e scanzonato con un personaggio fuori dal comune che non sembra volersi piegare alle avversità di un destino beffardo, ma ne affronta le conseguenze cercando di mantenere sempre il suo "contegno di ladro".
Tenera e struggente è, invece, la storia del giovane Emilio che, per il suo lieve ritardo mentale si sente rifiutato dal padre, deriso dai coetanei e anche da persone più grandi, e cerca, quindi, di sfuggire a tale triste realtà aggrappandosi all'oscurità della notte per inseguire sogni e illusioni, urlando il suo amore disperato per una ragazza.
La signora Angela, ne "La donna e i cani", è la protagonista di un racconto malinconico, ma decisamente istruttivo, che si concentra sul tema dell'abbandono dei cani, delle sofferenze e delle sevizie che spesso tali animali subiscono per opera di persone senza scrupoli. Angela con amore e dedizione si prende cura di loro prima al canile e poi con le adozioni, e si ritrova circondata dall'affetto e dalla comprensione dei ragazzini della zona che, dopo la morte di Biscotto, il primo cane adottato da Angela, si sentono responsabili e partecipi, quasi volessero prendersi una rivincita sulla morte.
"L'innamorato riflesso in un vetro" è, infine, la drammatica parabola di Desiderio, che vuol diventare ricco e farsi re come il sovrano longobardo di cui porta il nome, conosciuto studiando storia sui banchi di scuola. Ma Desiderio, in questa sua corsa, finisce per costruirsi intorno una barriera che lo porta a rifiutare la sua adolescenza, a opporsi a ogni coinvolgimento sentimentale e a ogni perdita di tempo che potrebbe distrarlo dal suo obiettivo, una barriera che, più in là con gli anni, mostrerà tutta la sua fatale fragilità.
"Ripaferdine" è, dunque, una narrazione corale di storie di persone sconfitte dalla vita, che cercano un modo per essere un po' meno infelici, ma è anche un racconto che ci parla dell'importanza della memoria. Non ci si può illudere che il mondo, specialmente quello della propria infanzia, possa rimanere per sempre inalterato e uguale a se stesso, in quanto ogni progresso è inevitabile e ogni rimpianto è inutile. Ma la memoria è un bene che nessuno può sottrarci e tentare di salvarla, trasmetterla, diffonderla, diventa una necessità ineludibile.

mercoledì 6 dicembre 2017

Novità letterarie – "Un'invincibile estate" di Filippo Nicosia

"Se mi avessero chiesto di nascere non so cosa avrei risposto, figuriamoci se mi avessero chiesto dove. Qui sulla nave sento che appartengo a questo posto e a questo mare e che pure l'appartenenza non vuol dire assoluta fedeltà, cieca sudditanza". Questa frase pronunciata da Diego, protagonista del bel romanzo di Filippo Nicosia "Un'invincibile estate" (Giunti Editore), è una toccante riflessione che mi colpisce particolarmente: è espressione della libertà di sentirsi parte di un luogo, ma nel contempo di non avvertirne un legame indissolubile, una trappola che impedisce di realizzare sogni e aspirazioni.
E il tentativo di conquistare tale libertà può essere considerato come il filo conduttore di questo romanzo, che si svolge in un quartiere messinese in cui "per fare amicizia con qualcuno dovevi far parte di una banda e dovevi sapere picchiare". Dunque, una ricerca di libertà quale obiettivo che i protagonisti cercano di realizzare lungo un percorso irto di difficoltà e ostacoli, spesso interiori.


In questo percorso Diego cerca, anzitutto, di ricostruire i pezzi del suo passato, la storia della sua vita e delle persone che ne fanno parte. Tutto sembra avere inizio con la scoperta di una fotografia, in cui, ancora bambino, è ritratto insieme a un altro ragazzo. Una foto che è solo in apparenza una semplice istantanea, ma che ha un "prima", una famiglia come tante altre immersa nella sua ordinaria quotidianità, e un "dopo", il dolore e l'allontanamento.
Il romanzo si apre con la morte di Salvatore, quel padre con cui Diego ha vissuto da solo dall'età di tre anni, dopo che la madre è morta per un tumore. Ma lui non è l'unico figlio, c'è anche un altro fratello, Giovanni, attorno a cui sembra aleggiare un alone di mistero e di omertà, anche da parte degli altri parenti. Suo padre si è limitato in tutti quegli anni a sostenere, mentendo, di aver allontanato Giovanni per il bene di Diego, perché "ricchiuni" e pedofilo. Tuttavia, Diego sente che la verità è un'altra.
Diego ha solo quindici anni la prima volta in cui ritrova nel portafoglio di suo padre quella foto che lo ritrae insieme a Giovanni. Su quella foto è annotato un indirizzo di Roma e lui non esita a recarsi lì per conoscere suo fratello, salvo ricevere, poi, un secco rifiuto e un invito a ritornare a casa. Ritroverà quella foto durante i preparativi per i funerali di Salvatore e a quel punto sarà Giovanni a ritornare a Messina e a ricomparire dopo la cerimonia.
"Un'invincibile estate" è un romanzo che scorre veloce, un po' come quelle giornate estive che si susseguono rapide tra le pagine di un calendario in cui "è difficile far scandire il tempo ai giorni", dotato di uno stile limpido e sobrio, di un linguaggio curato, ma che nello stesso tempo cerca di rendere con efficacia l'immediatezza e la spontaneità dei protagonisti, con i loro dialoghi rapidi e incisivi e con la descrizione dei luoghi di Messina, che viene rappresentata in tutte le sue bellezze e contraddizioni.


Diego, alla ricerca del suo posto nel mondo, ci cattura con le sue riflessioni acute, su svariati temi: "Forse lo studio non era per me, o non era per me la letteratura, o certa letteratura, o forse l'università, o non era per me il servilismo: così, a vent'anni, è troppo presto, ci devi essere portato a stare supino anche se è da giovani che si vede il talento ... La morte di qualcuno è una sconfitta atroce, una vergogna. Io mi vergogno che qualcuno sia morto per il mio bene, mi fa venire voglia di urlare, e invece la gente si riempie la bocca di Falcone e Impastato. Non basta chiamare i figli con il loro nome o intitolargli strade, bisognerebbe vergognarsi, sentirsi un po' responsabili della loro morte.".
Colpisce la determinazione di Diego nel voler rimanere coerente con i propri ideali e valori, la voglia di mettere a frutto, a costo di sacrifici, la sua passione per la cucina. E soprattutto il legame con un padre che lo ha cresciuto da solo, un affetto contrastato dal ricordo di un uomo che, quando era ubriaco, non esitava a essere violento e manesco, il tentativo di difenderne la memoria con l'arrivo del fratello Giovanni, inizialmente considerato un intruso, i dubbi su una verità che fatica a venire a galla.
Diego cerca di apprendere questa verità dal fratello, un ragazzo fragile, che sembra fuggire di fronte agli ostacoli, incapace di assumersi le proprie responsabilità. Il rapporto tra i due ragazzi sembra attraversare fasi alterne, tra il duro scontro iniziale, il rifiuto, i tentativi di avvicinamento, in cui Diego cerca di ricostruire i ricordi di sua madre, scomparsa troppo presto. E poi ulteriori contrasti, quando Giovanni si invaghisce di Ester, la migliore amica di Diego, da cui aspetterà poi un figlio. Scontri che hanno sempre sullo sfondo il ricordo ingombrante del padre con cui i ragazzi devono fare i conti ogni volta, ponendosi a confronto e rinfacciandosi reciprocamente di essere uguali o peggiori di lui.
Un aspetto del carattere di Diego che emerge nel corso del romanzo è una certa resistenza al cambiamento: "Non credo troppo ai cambiamenti, mi sembra sempre che siano illusori". Una resistenza che nasconde la paura di affrontare il cambiamento stesso, come si evince dal dialogo con Martina, una ragazza con la quale ha da poco iniziato una storia:
" - E cosa mi metto a fare, qui ho un lavoro e mio fratello e la mia amica che aspetta un figlio e sento che hanno bisogno di me, e poi c'è il mare.
- Ma anche lì puoi trovarne, di amici e lavori.
- Non lo so perché, capisci, è come se una volta di là non potessi più tornare indietro.
- E perché?
- Perché di là ci sono più opportunità e la vita è facile; lì potrei essere normale e mi potrebbe piacere".
Diego appare, dunque, in preda a un contrasto interno: da un lato, la volontà di conquistare quella libertà che la sua ragazza Martina e il suo amico Lillo, lo chef del ristorante dove lavora, sembrano volergli offrire, il desiderio di percorrere quel tratto di tre chilometri che separa la Sicilia e la Calabria persino a nuoto; dall'altro, la paura dei pericoli in cui potrebbe incorrere lungo quel tratto, il senso di sicurezza e di appartenenza che lo fa sentire avvinghiato al luogo natio, pur con le sue miserie e i suoi limiti.
"Un'invincibile estate" è, dunque, per me più di un romanzo di formazione, è il racconto di una conquista, del raggiungimento della consapevolezza di sé e delle proprie capacità, l'idea che non vi è un legame indissolubile con il contesto di origine, perché si può andare o tornare, ma in fondo siamo (o dovremmo essere) tutti liberi.

martedì 10 ottobre 2017

Novità letterarie – "Non devi dirlo a nessuno" di Riccardo Gazzaniga

L'inizio del periodo adolescenziale è, indubbiamente, un momento cruciale nella vita di una persona, un momento durante il quale ci si sente smarriti, si avverte il cambiamento in atto e si teme di non riuscire a comprenderlo e a dominarlo.
Riccardo Gazzaniga, scrittore genovese già vincitore nel 2013 del Premio Calvino con "A viso coperto", nel suo nuovo romanzo "Non devi dirlo a nessuno" (Edizioni Einaudi) cerca di indagare i sentimenti di un ragazzino che alla fine degli anni Ottanta si ritrova a crescere e ad affrontare tutti i problemi legati alla pubertà, alla scoperta del corpo e della sessualità. Un libro di formazione, ma anche un avvincente racconto ricco di tensione e atmosfere da thriller.


Luca Ferrari, di 13 anni, vive a Genova con i suoi genitori e il fratellino Giorgio, in un'atmosfera opprimente, abituato alle colate di cemento del quartiere di Sampierdarena. Ama giocare a calcio, ma sua madre, molto apprensiva, non gli permette di andare all'oratorio ("Non mi fido di quelli" diceva, riferendosi ai preti), né di unirsi alla squadra di calcio del quartiere, preoccupata che ciò possa influire negativamente sulle sue crisi di asma.
Ma ogni volta che la famiglia Ferrari si trasferisce a Lamon, piccolo paese situato su un altopiano tra le province di Belluno e Trento, per trascorrere le vacanze estive nella propria villetta, Luca rinasce: può correre in bicicletta, giocare a calcio con gli amici finalmente ritrovati, immergersi nel verde del bosco.
Eppure, l'estate del 1989, all'inizio apparentemente uguale alle altre, fa emergere un elemento disturbante, uno sguardo nel bosco, una figura che emerge dall'oscurità e che sembra fissare minacciosamente Luca e il suo fratellino, giunti tra gli alberi alla ricerca di un tasso. E l'ossessione per quello sguardo spinge Luca a cercare di scoprire chi possa essersi nascosto nel bosco, tra i racconti della nonna su folletti dispettosi e un abitante di Lamon accusato anni prima di aver rapito un bambino e poi scomparso nel nulla; tra le indiscrezioni raccolte ascoltando di nascosto i discorsi dei genitori e le strane sensazioni vissute quattro anni prima, quando i carabinieri venivano a citofonare a casa loro a Genova per sincerarsi che tutto fosse a posto.
Non mancano i colpi di scena (che ovviamente non svelerò) legati alle scoperte di Luca, che si ritrova a frugare tra le carte del padre magistrato, per poi rendersi conto che quanto avvenuto nel passato sembra ancora minacciare il presente.


Questi eventi giustamente appaiono a Luca come insormontabili, fin troppo grandi per la sua età, ma non possono, però, fargli dimenticare che, nonostante tutto, è ancora un ragazzino che deve affrontare sensazioni e scoperte legate al suo corpo, vissute con quella ingenuità priva di malizia, che oggi ci sembra così strana, e con tanti sensi di colpa (il terrore per il giornalino rubato in edicola). Nel vivere queste sensazioni, si accompagna ai suoi amici, personaggi ben definiti e caratterizzati all'interno del romanzo: Alessio, un po' fanfarone, assai estroverso e molto legato a Luca; Marica, infatuata di Luca e leggermente egocentrica; Chiara di cui Luca è innamorato, più timida della sua amica Marica, ma anche più matura; Samuele un "bello e irraggiungibile", che conquista Chiara e tratta Luca con distacco e quasi con disprezzo; David, grosso e bonaccione. E con loro Luca affronta paure e complessi di inferiorità, cercando di crescere e maturare.
Molto bello e ben delineato nel racconto è anche il rapporto tra i due fratelli Luca e Giorgio, fatto di complicità e anche di senso di protezione. Giorgio, appena nato, ha avuto parecchi problemi di salute, avendo subito un lungo intervento all'intestino. Da piccolo è stato, quindi, strappato alla morte per un soffio, come racconta spesso nonna Ada. E Luca, molto affezionato al fratello, vuole a tutti i costi evitare che la morte possa tornare di nuovo indietro a riprenderselo.
Particolare è pure la descrizione del paese di Lamon, che fa da scenario a questa storia, un luogo che sembra un mondo a parte e la cui comunità tutto vede, tutto sa e tutto giudica; in cui anche le bestemmie assumono una connotazione singolare e dove la coltivazione e produzione di fagioli viene difesa a tutti i costi dall'invasione dei forestieri: "Dopo il raccolto fuori dalle case spuntavano cartelli con scritto "Qui fagioli" e ognuno smerciava i suoi. Per questo i lamonesi non sopportavano i foresti che cercavano di spacciare fagioli di altre zone per prodotti del loro altopiano. Francesco Cotoletta, lo zio di David, era famoso per aver rovesciato tutti i sacchi di fagioli di un ambulante di Venezia urlandogli: "Pensa alle gondoe, ma i fasòi làgheli star, dioscatenato!"".
"Non devi dirlo a nessuno" è, dunque, un bel romanzo, tenero e commovente, ma nello stesso tempo avvincente e pieno di mistero, realizzato con un stile semplice e immediato che cerca, in diversi momenti, di riprodurre il linguaggio giovanile senza cadere in fastidiosi stereotipi. Un romanzo che ha anche avuto il merito di avermi fatto rivivere la nostalgia degli anni Ottanta, con quei mitici personaggi richiamati spesso nei discorsi dei ragazzi: "Tirò fuori l'arma segreta che si era procurato al minimarket vicino a casa dei nonni: un tubetto di Gommina Simmons. Impiastricciò di gel i capelli ancora bagnati cercando di farsi dei riccioletti. Avrebbe voluto somigliare a Kirk Cameron, ma il risultato fu un inquietante mix tra Little Tony e Mirko dei Bee Hive". Atmosfere di altri tempi ...


domenica 24 settembre 2017

Novità letterarie – "La logica del mammifero" di Paolo Vitaliano Pizzato

Fino a che punto il dolore di un passato che continua a tormentare può condizionare la vita futura e produrre i suoi nefasti effetti sulle scelte quotidiane? Perché prima di compiere il male non si pensa mai a quali inevitabili conseguenze si possano determinare sugli altri? Sono queste le insidiose domande che suscita la lettura del romanzo "La logica del mammifero" (Prospero Editore) dello scrittore milanese Paolo Vitaliano Pizzato. Domande alle quali si tenta di dare risposte mai definitive.
Quella narrata ne "La logica del mammifero" è una storia difficile, attraversata da un'amarezza di fondo e da un continuo senso di impotenza. Non c'è alcun intento di accarezzare o consolare il lettore, né di redimere o salvare, ma di coinvolgere e indurre a riflettere. È una storia, dunque, alla quale ci si avvicina con delicatezza, in punta di piedi, nella consapevolezza che il dolore non può essere giudicato, può al limite essere compreso, anche se non pienamente.
Il dolore è il nucleo centrale della vicenda di Clarissa, che è poco più di una bambina quando sua madre mostra di non avere più alcuna intenzione di prendersi cura di lei e dei suoi fratelli Jacques e Alphonse. A quel punto, quella di Clarissa, abbandonata e lasciata in balia di un padre ubriacone e violento, diviene un'esistenza infernale, fatta di botte e continue umiliazioni, oltre alla privazione di tutto ciò che è indispensabile per la sua crescita e il suo benessere fisico e mentale.


Tale vicenda è intessuta attraverso una scrittura precisa e accurata, che avvolge il lettore con la ricchezza di un impianto narrativo solido, basato su fitti dialoghi, descrizioni dettagliate degli ambienti in cui si svolgono le vicende quotidiane, e su di un'ammirevole attenzione ai particolari. Una scrittura che non perde mai di fluidità, pur con una narrazione che si muove spesso avanti e indietro nel corso degli anni, ripercorrendo un vasto periodo che va dalla seconda guerra mondiale al primo decennio del duemila.
Il romanzo si divide in due parti. La prima parte si concentra essenzialmente sulle vicende, ambientate in Francia, di Clarissa bambina e adolescente, sulle violenze fisiche subite e sul senso di vergogna che lei continuamente provava per la miseria in cui era costretta a vivere, indotta dal padre a rubare e a vivere di espedienti: "Era qualcosa di più oscuro, che aveva a che fare con il nostro destino. Tutti, ragazzi, adulti, amici, semplici conoscenti, bottegai, colleghi di lavoro di mio padre, ci guardavano con sospetto e diffidenza. Era come se le altre persone riuscissero a vedere, attraverso noi e al di là dei giorni, dei mesi e degli anni che con trepidazione vedevamo scorrere, il nostro futuro già scritto".
Dunque, Clarissa vede continuamente negli occhi altrui una condanna inesorabile, come se fosse impossibile poter cambiare il suo destino di miseria e vergogna. Ciò che la intristisce ancor di più, tuttavia, è il dover constatare che i suoi fratelli non hanno alcuna reazione di fronte a tale miserevole situazione, come se si fossero arresi, come se fossero morti dentro. Convinti, anzi, che sia la sorella a esagerare e a ingigantire il tutto.
Il padre avverte la vergogna di Clarissa e questo lo porta a odiarla e a trattarla anche peggio rispetto ai fratelli. Forse perché la consapevolezza di Clarissa, con la sua intelligenza e la capacità di capire "tutto al volo", è come uno specchio in cui lui è costretto a riflettersi e a vedere la propria malvagità e miseria umana. E ciò per lui è intollerabile.
Quando il fratello maggiore Jacques si fidanza con Georgette, la reazione di Clarissa, ormai da tempo fuggita di casa, è un misto di delusione e di rabbia incontrollabile. Non riesce, infatti, a tollerare che suo fratello, solo dopo aver incontrato Georgette, abbia iniziato a vergognarsi per la miserevole vita cui il padre lo aveva costretto, voltando così le spalle ai suoi fratelli. E tale rabbia finisce per scaricarsi su Georgette, aggredita e quasi uccisa da Clarissa in una concitata scena di lotta tra le due donne.
Nella seconda parte viene descritto l'arrivo di Clarissa in Italia, la sua lotta per non affondare, i lavori per mantenersi, alle dipendenze di datori sfruttatori. E, poi, la nascita di suo figlio Lorenzo, dopo numerosi aborti e il desiderio di non diventare madre perché "mettere al mondo un figlio sarebbe esattamente questo; legare alla macchina dispensatrice di morte una nuova vittima, perpetuare quell'assurdo, sanguinario rituale".


Una volta nato suo figlio, Clarissa si pone fermamente l'obiettivo di porlo al riparo da tutta la miseria che lei ha dovuto subire. Nel gestire il suo ruolo di madre, tuttavia, non può affidarsi a modelli o riferimenti affettivi, non ha esempi di amore su cui basarsi e con cui condurre in maniera equilibrata il suo rapporto con Lorenzo, detto Cico. Questi esempi lei non li ha mai avuti. C'è solo l'ossessiva idea di dignità e di rispetto, il tentativo di evitare che gli altri sappiano che lei e suo figlio devono lottare quotidianamente con la mancanza di soldi e con i debiti che si accumulano. E così Cico frequenta una scuola privata per benestanti, veste bene, non gli manca nulla, è circondato da un'illusione di ricchezza e benessere, mentre Clarissa è costretta a ricorrere a usurai e a prestiti da rimborsare con immensa fatica, ogni volta che un ostacolo si frappone sul suo cammino, che sia la perdita del lavoro o una costosa operazione dentistica.
Il rapporto tra Clarissa e Lorenzo è complesso, fatto di incomprensioni e muri, con il ragazzo che di fronte all'insorgere delle difficoltà non sa bene come reagire, timoroso di perdere ciò che ha sempre avuto e la madre che non tollera i suoi timori, ma vuole semplicemente essere compresa nelle sue scelte di vita e non esita a ricordare i motivi che sono alla base di tutte le sue azioni.
Sono numerosi i modelli letterari di riferimento dell'autore, classici, antichi, contemporanei, spesso citati tramite le letture di Lorenzo che considera i libri il suo "rifugio nei momenti tristi. E un'inesauribile fonte di gioia in tutti gli altri giorni". Mi colpisce, in particolare, il riferimento a Marziale che "guardava gli uomini, cercando in ognuno di essi un motivo per amarli, una ragione per farlo, ma per quanto cercasse non trovava nulla, e al suo cuore, colmo di amarezza, non rimase altra strada che quella dell'invettiva, della denuncia". La stessa amarezza che Clarissa ha provato molto spesso e che l'ha portata a fare certe scelte di vita.
E, poi, Dickens, il miglior creatore di personaggi secondo Chesterton, un grande scrittore le cui pagine prendono vita non appena compaiono i suoi personaggi. E, in un certo senso, molti personaggi de "La logica del mammifero" hanno qualcosa di dickensiano, compaiono nella vita di Clarissa e Lorenzo, cercando di portare una luce, una speranza, una svolta. Come Marion, la buona signora che vive di espedienti e furti e che accoglie la giovane Clarissa fuggita dal padre; gli amici Goffredo e Pilar Torres che sostengono Clarissa quando ha bisogno di aiuto o di affetto; la vicepreside Bonini che accoglie Lorenzo nella scuola e rappresenta, con il suo sorriso benevolo, l'anima dell'istituto; Dante, il miglior amico di Lorenzo e forse colui che più di tutti cerca di aprirgli gli occhi sulla realtà che lo circonda.
Sono, dunque, tanti i personaggi, definiti, scolpiti, che intrecciano le loro vite in un destino inesorabile che non risparmia i suoi fendenti. E la forza di questo romanzo è di rendere, con efficacia e senza eccessiva enfasi, l'incedere di tale destino nelle sue vicende quotidiane, un destino contrassegnato da un dolore ineluttabile, ma anche dalla ricerca di piccoli segnali di speranza.


sabato 22 aprile 2017

Novità letterarie – "La traiettoria dell'amore" di Claudio Volpe

I nostri gesti difficilmente rimangono isolati, ma finiscono spesso per avere effetti sulle vite altrui, a volte in maniera limitata, altre in modo decisivo. E così, in una terribile e buia notte di agosto, un'auto lanciata in una folle corsa, nello sfrenato desiderio di vincere la noia, finisce per travolgere una ragazzina, uccidendola, mentre il suo investitore corre via sconvolto e impaurito.
Quel drammatico momento finisce per segnare inevitabilmente il destino di tre persone, Andrea, Giuseppe e Sara, i protagonisti di un intenso romanzo di Claudio Volpe, "La traiettoria dell'amore" (Laurana Editore), presentato al Premio Strega 2017. Un romanzo che descrive il percorso di evoluzione interiore dei tre ragazzi che, in qualche modo, cercano di mettere insieme i pezzi della loro vita per andare avanti. Un percorso che si delinea lungo una strada spesso irta di ostacoli, da superare soprattutto grazie alla forza dell'amore cui i protagonisti stessi si aggrappano con caparbietà. Una scrittura accurata, mai banale o scontata, attraverso cui l'autore, trattando temi attualissimi e delicati, ci lancia un messaggio di amore universale.


"Non sempre inciampare significa finire la corsa. Se cadi lungo il cammino l'importante è non pensare alle ferite, ma alla nuova prospettiva da cui poter guardare il mondo, un'angolazione diversa che ha il sapore delle piccole cose".
È questo, infatti, ciò che ci spinge ad andare avanti, la possibilità di rialzarsi e di ricominciare, guardando la vita in una diversa prospettiva.
Quando Giuseppe, quella notte, realizza ciò che ha appena commesso, in preda allo spavento, non trova altra soluzione che fuggire e recarsi da sua sorella Andrea, che convive con la sua ragazza Sara. Precipitarsi davanti alla porta di casa di Andrea, tempestandola di pugni, questa è l'unica prospettiva che Giuseppe, nella sua scarsa lucidità, riesce a intravedere.
I due fratelli, a causa di tante incomprensioni, non hanno contatti da ormai cinque anni. Il vuoto, il silenzio, un distacco emotivo, l'incapacità di vedere una luce, di comunicare: dopo tutti questi anni di lontananza, tali sono le sensazioni che invadono la mente di Andrea, che arriva a pensare a quanto sia vero che "le assenze ci plasmano e che quello che ci manca ci rende ciò che siamo più di qualunque cosa che possediamo".
Seguiamo il flusso di pensieri di Andrea, protagonista di una narrazione che si svolge in prima persona, percepiamo la sua fatica di vivere, la sua tendenza a rotolare via dai suoi stessi pensieri, il suo desiderio di stare ai confini del mondo, almeno fino al suo incontro con Sara che la costringe a mettere radici dentro se stessa.
E ora avvertiamo il suo tormento di trovarsi di fronte a un fratello perduto, che ripiomba in una notte d'estate nella sua esistenza, un fratello con cui non riesce a comunicare perché troppi silenzi hanno preceduto quel momento. Fino a quando quel silenzio non viene lacerato dalla terribile confessione di Giuseppe, dalla paura che quella ragazza investita sia già morta e che la polizia sia ormai sulle sue tracce.
Quale mai potrebbe essere la prospettiva di salvezza? Come rialzarsi dopo la caduta? In un momento così drammatico, in preda a un istinto irrazionale che mette la ragione a tacere, non si riesce a intravedere altro che la fuga come soluzione. I due fratelli cercano di aggrapparsi a uno spiraglio di speranza, con Giuseppe che ripete il primo principio della termodinamica (nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma) pensando che quella ragazza in fondo non è davvero morta. Vi è, in quel momento, il desiderio di farsi proteggere e custodire, unito al pensiero che la morte potrebbe non essere l'ultima destinazione. Tuttavia, la speranza non riesce ancora a prevalere, a sovrastare la paura.
Il flusso di pensieri di Andrea è un continuo vortice che ci consente di indagare a fondo la sua anima e quella delle persone che a lei sono legate. Le sue riflessioni passano dal dolore presente - anche attraverso le frasi tratte dalla serie televisiva "Grey's Anatomy", trascritte in un'agenda nera ormai consunta che diventa una vera e propria guida spirituale – ai frequenti flashback, ai ricordi che affiorano, al legame con suo fratello durante l'infanzia, alla difficile situazione familiare con un padre violento e una madre succube e debole, con Andrea che cerca in ogni modo di proteggere e custodire Giuseppe dal dolore e dal male, un po' come sta facendo adesso.


L'amore ricorre spesso in questo romanzo, anzi ne è l'elemento fondamentale e imprescindibile, la base di ogni rapporto che si possa definire tale, la linfa senza cui la nostra vita non ha alcun senso, anche se può far male, anche se può indurci a commettere alcuni errori.
E l'amore è quello che unisce Andrea e Sara, l'amore tra due donne, una storia che Andrea evoca proprio nel momento in cui teme di perdere la sua amata, quando Sara sembra volerla abbandonare al suo destino di protettrice di un fratello fuggiasco.
Sara, una ragazza, almeno in apparenza, fragile e avvolta da un alone di purezza, prima di convivere con Andrea, si prostituiva per pagare gli studi di filosofia e assistere la madre malata. Appassionata lettrice di testi filosofici, è una di quelle menti che "non sono in grado di accontentarsi del mondo così come appare, ma hanno bisogno di spingere il loro sguardo oltre, di cercare l'universo".
Mentre Andrea ricorda le fasi della sua storia d'amore con Sara, non può non pensare che è proprio grazie a questo amore che ha iniziato a vivere dopo aver trascorso anni ripiegata su se stessa, quasi come se fosse rinchiusa in una cassaforte. E, quindi, il destino non può che vederle unite.
"Guardare la vita in faccia ... essere in grado di amare gli altri e assicurarci che il nostro amore non sia inutile". Questo è il fulcro del pensiero di Andrea, questo è ciò che l'amore le sta insegnando, un amore che arriva in profondità e lascia il segno.
La fuga di Andrea, Giuseppe e Sara non è solo uno scappare dal pericolo e dalla paura, ma è anche un percorso di catarsi dai conflitti e dai problemi presenti e passati. Non a caso, la loro destinazione è un piccolo paese, Casigliano, un'oasi di pace, un luogo puro e incontaminato, in cui ha vissuto la nonna dei due fratelli, Adelina, che rivive nei ricordi di Andrea; una donna straordinaria che ci stupisce per la sua apertura mentale ("la famiglia nasce da un atto sessuale e non da un atto di amore) e per i suoi sentimenti di solidarietà, empatia, condivisione.
In questa oasi, la sensazione è che ci sia ancora speranza, che qualcuno possa arrivare a illuminare il loro cammino, allontanandoli dalla fitta oscurità. E, infatti, i ragazzi incontrano subito dopo due abitanti del posto, Pasquale e Antonia, persone di grande sensibilità e affabilità che fanno loro da guida nel paese, raccontando numerosi aneddoti. Pasquale, moderno Socrate, in un giorno di pioggia, spinge i ragazzi a raccontarsi storie, un modo per parlare di sé e guardarsi dentro alla ricerca della propria identità, del proprio percorso di vita.
E con i percorsi di vita dei tre ragazzi si delineano i temi portanti di questo romanzo:
  • l'omosessualità, con Andrea che attraversa una tempesta di sensazioni nella propria esistenza, cercando di capire se stessa, i propri impulsi, i propri desideri. Sensazioni che lei inizialmente avverte come deviate e caotiche. Poi, le prime esperienze e la rabbia nell'ascoltare i discorsi del padre, pieni di ignoranza, pregiudizi, omofobia. Il desiderio di allontanarsi da lui, per andare incontro all'amore di Sara;
  • la giustizia, con Giuseppe che fugge impaurito dal luogo dell'investimento e Andrea, novella Antigone, che combatte tra il desiderio di aiutare il fratello e il senso del dovere che le imporrebbe di andare alla polizia e sporgere denuncia. Fino a quando i due fratelli non realizzano che non vi è incompatibilità tra la legge e il cuore, se il cuore li spinge a fare ciò che è più sensato per il loro bene;
  • il carcere inteso non come strumento punitivo, ma come luogo di rieducazione, in cui i carcerati possano svolgere diverse attività, in questa loro pausa dalla vita, in modo da poter riaffrontare di nuovo l'esistenza una volta usciti;
  • il degradante mondo della prostituzione, un passato che assilla Sara che cerca di liberarsene attraverso un processo di catarsi che passa attraverso varie fasi (la distruzione di una videocassetta che la riprende in un rapporto sessuale con un cliente violento, l'interpretazione di una prostituta in una rappresentazione teatrale). Liberarsi del passato per vivere il suo futuro insieme ad Andrea.
Tanti temi, in questo romanzo appassionante che commuove e sorprende continuamente, tutti uniti da un unico grande legame, l'amore "l'unica cosa per cui vale la pena attraversare il gelo, in attesa che il sole sorga di nuovo e ci liberi dal freddo".