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giovedì 30 agosto 2018

Eventi casuali e storie da raccontare: "La panne"

«Ci sono ancora storie possibili, storie per scrittori?». È questo il quesito, a tratti allarmante, che lo scrittore Friedrich Dürrenmatt pone all’inizio del suo delizioso racconto “La panne”. È una domanda che, in realtà, nasce da alcune considerazioni sui possibili temi che un autore può affrontare nel realizzare le sue opere, considerazioni che si basano su una determinata logica.
Si inizia tale ragionamento escludendo che un autore voglia parlare di sé, raccontare le proprie “speranze e sconfitte”. Si ipotizza, invece, che voglia lavorare al proprio tema ponendosi “come uno scultore di fronte alla materia da cui trarre una statua”. Tale limitazione finisce necessariamente per trasformare la scrittura in un mestiere irto di notevoli difficoltà.
Escludendo, poi, di dedicarsi a valori elevati, moralità e sentenze di facile uso, per rimanere, piuttosto, sulla superficie, lo scrittore si chiede cosa altro vi sia da raccontare e arriva, quindi, a constatare che il destino ha ormai definitivamente abbandonato la scena artistica appostandosi dietro le quinte, per cui vi sono soltanto incidenti, eventi che accadono casualmente senza alcun legame con il fato, con l’insieme dell’universo. Proprio questi accadimenti potrebbero formare oggetto della scrittura.



Ed è proprio da un evento casuale, una panne, che la storia narrata prende avvio. Il racconto, dopo tale interessante prologo, parte subito con l’incidente di lieve entità che coinvolge Alfredo Traps, un rappresentante di articoli tessili, un guasto alla sua auto che lo costringe a pernottare in paese.
L’uomo inizia, quindi, a girare per il ridente villaggio ai cui margini si trova l’officina cui ha appena affidato la sua auto per le necessarie riparazioni, non senza prima aver espresso una certa ironia nei confronti della categoria dei meccanici: «Traps fumò una sigaretta e poi fece quanto gli restava ormai da fare. Il meccanico che rimorchiò infine la Studebaker disse che non avrebbe potuto riparare il guasto, un difetto all'alimentazione, prima dell'indomani. Non c'era modo di sapere se fosse davvero così né era prudente tentare di scoprirlo: siamo alla mercé dei meccanici come i nostri antenati erano alla mercé dei predoni e, ancora prima, delle divinità locali e dei demoni»
È, dunque, il caso che lo induce a fermarsi in quel simpatico paesello, oltre al desiderio di un’avventura galante. Ed è sempre il caso a condurlo presso una villa in cui riceve ospitalità per la notte. Una villa di proprietà di un giudice in pensione, in cui, come di consueto, vengono ospitati altri tre bizzarri personaggi, un pubblico ministero, un avvocato difensore e un boia, tutti ormai giunti a quell'età in cui diviene necessario cessare la propria età lavorativa.
I quattro personaggi, come avrà modo di scoprire molto presto il rappresentante tessile, sono soliti inscenare, per trascorrere il loro tempo libero ormai dilatato, i grandi processi della storia (Socrate, Gesù, Giovanna D'Arco, Dreyfus), ciascuno nel ruolo ricoperto durante la propria attività lavorativa. E quando un ospite si unisce a loro, questi diviene il principale imputato, con un divertimento di gran lunga maggiore, considerato lo sforzo per ricostruire il delitto commesso e decidere quale pena applicare.



Il geniale racconto, nella coinvolgente sequenza narrativa, pone in evidenza la totale ingenuità di Alfred Traps che, nonostante le raccomandazioni dell'avvocato difensore e l'invito alla cautela, viene invischiato in pieno nel processo e irretito dal vortice delle domande del pubblico ministero, che ricava ogni elemento utile per la definizione della causa, con accusa di colpevolezza, dal racconto di Traps su eventi della propria vita. Eventi che mostrano come il rappresentante tessile sia un uomo dagli orizzonti assai limitati al punto da non avere piena consapevolezza e coscienza della spregiudicatezza di certe sue condotte e dei relativi effetti.
In un certo senso, i suoi quattro compagni di una serata dalle abbondanti libagioni e dalle sconvenienti confessioni, sembrano porre in atto un processo catartico, con una presa di coscienza delle conseguenze delle proprie azioni e delle relative responsabilità, consentendo la visione di un orizzonte di giustizia che sembra porsi al di là della giustizia ordinariamente gestita dagli uomini con procedure burocratiche.
"La panne" è un racconto coinvolgente e accattivante, a tratti paradossale, con una costruzione narrativa estremamente lucida e densa di ironia, che sembra quasi dimostrare un teorema: mettendo da parte il destino e le leggi universali e partendo da un incidente casuale, si arriva comunque a percorrere una sequenza di eventi che dal particolare giunge all'universale, dal circoscritto ed egoistico ambito personale perviene, seppure con una certa bizzarria, alla scoperta di un ideale di giustizia.

domenica 13 maggio 2018

Amori giovanili in Grecia tra crisi e ribellione

«Mi dico che forse siamo davvero dei pericoli pubblici in questa città bigotta. Ma non per quei pochi grammi di marijuana che Kostas aveva nel portafogli, no, lo siamo perché vogliamo decidere noi chi amare. E questo a volte non piace».
La libertà di amare senza il timore di sentirsi giudicati, senza quella paura che blocca ogni azione e spinge a guardarsi intorno per assicurarsi che non ci sia nessuno prima di poter dare un bacio o semplicemente stringere una mano. È questo il tema principale intorno a cui si snodano le vicende dei protagonisti di "Greco moderno" (Edizioni Syncro), un romanzo di Nikos Petrou, scrittore nato a Salonicco nel 1985 e attualmente residente a Bruxelles.
È un romanzo assai godibile che ho scoperto per caso un giorno in libreria e, sebbene non abbia particolari velleità letterarie o peculiarità stilistiche, risulta comunque ben scritto e permeato di ironia e leggerezza. Parla di sentimenti e attrazione fisica, di ragazzi alle prese con l'accettazione della propria omosessualità e delle difficoltà derivanti dalle prime relazioni, il tutto senza scadere in stereotipi, banali luoghi comuni o facili sentimentalismi.


La narrazione avviene in prima persona, con la voce del protagonista principale, Vasilis, ventunenne studente di Ingegneria Navale all'Università di Salonicco, che si descrive come un ragazzo nervoso e impaziente, assillato dalla fretta e dalla paura, ma che con la sua spiccata ironia riesce a descrivere efficacemente il mondo chiuso e bigotto della sua città.
Ha una relazione, che procede da circa un anno, con Dimitris, studente di filosofia ventitreenne, originario di Katerini, il cui carattere è esattamente l'opposto di quello di Vasilis: sempre calmo, rilassato, metodico, nella sua mente sembra esserci un posto preciso per ogni cosa. Non ha mai nascosto a Vasilis la sua bisessualità e il fatto di avere una relazione 'ufficiale' con una ragazza, per cui il suo rapporto con il ventunenne si limita a sporadici incontri clandestini. Salvo poi un giorno cambiare completamente atteggiamento, tentando di diventare più affettuoso e presente.
Vasilis cerca di gestire le continue oscillazioni della sua complicata relazione con Dimitris senza avere mai il desiderio o la forza di troncare, fino a quando sulla sua strada non incrocia Kostas, il bel compagno di scuola di suo cugino Nikos.
Si delinea, così, un intreccio di sentimenti, con Vasilis che prova un'attrazione sempre più forte nei confronti di Kostas, definito "un lupo dagli occhi verdi", e quest'ultimo che non esita a travolgerlo con le sue doti da leader. Il tutto tra la gelosia di Dimitris e i tormenti del cugino Nikos, che mostra di non essere più disposto a incarnare quel modello di insopportabile perfezione che tutti sembrano avergli cucito addosso, aspirando a una maggior libertà.


La libertà è un argomento che ritorna spesso nel romanzo, un obiettivo cui i protagonisti aspirano, nel tentativo di realizzare i propri desideri e di spogliarsi di incertezze e timori, dovendo, tuttavia, fare i conti, oltre che con l'atteggiamento chiuso e bigotto della città in cui abitano, anche con la profonda crisi economica che assilla la Grecia: «Sono ormai due anni che Yannis non ingrana più con il lavoro. Potrebbe essere il più bravo agente immobiliare del mondo, ma a Salonicco farebbe comunque la fame. Non c'è denaro e scarseggia anche la speranza. Troppo poca, comunque, per entrare in una banca, bussare alla porta del direttore e firmare le carte necessarie per chiedere un mutuo».
Le condizioni di precarietà del suo Paese spingono Kostas a organizzare un'occupazione nel proprio liceo per protestare contro l'arrivo della Troika previsto in quei giorni. Il diciottenne, con il suo carattere forte e la sua capacità di persuasione, non esita a coinvolgere Nikos e gli altri compagni, chiedendo anche il sostegno di Vasilis, che, tuttavia, si mostra riluttante, convinto che quei liceali stiano andando incontro a guai seri con tale follia. Ma l'occupazione sarà l'occasione per far avvicinare ulteriormente i due ragazzi.
"Greco moderno" è, dunque, un romanzo scorrevole e intrigante, che, seppure animato da un intento di denuncia sociale, rimane comunque concentrato sul tema essenziale, quella libertà di amare di cui parlavo sopra, quella voglia di dare sostanza ai propri sogni e di uscire finalmente allo scoperto con un bacio in mezzo alla folla festante.



giovedì 12 aprile 2018

Tre ragazzi ai margini e una "Santa piccola"

"A volte sembra che tiene paura di correre, ed è brutto quando hai paura di correre perché rimani sempre indietro agli altri che ti superano e si pigliano tutto quello che è tuo, anche la gioia. Per questo io non ho paura e corro e mi piglio tutto, perché è tutto mio. Funziona così quando non hai niente, quando parti da zero. Devi correre più forte degli altri e vincere sempre".
Questa riflessione del giovane Mario - espressa con un'esuberanza giustificata dal desiderio di rivalsa - rappresenta uno dei punti nodali del romanzo di Vincenzo Restivo "La Santa piccola" (Milena Edizioni). Si tratta della continua corsa di chi si trova a vivere in una condizione di povertà, disagio, abbandono, superstizione, violenza e cerca di sopravvivere, di emergere, di allontanarsi dai margini tentando di conquistare un obiettivo, un sogno, una piccola vittoria che, però, finisce per rarefarsi sempre di più, man mano che ci si avvicina, fino a scomparire come fosse un miraggio.
"La Santa piccola" è ambientato in un caseggiato popolare di Forcella, una zona di Napoli, in cui gli abitanti sono ormai abituati all'odore di gas delle vecchie e usurate tubature e cercano di andare avanti aggrappandosi magari anche a qualche miracolo.

È un romanzo breve, strutturato come un racconto a tre voci, in cui Assia, Mario e Lino, tre giovani abitanti dello stabile, si alternano nella narrazione, esprimendo sogni e desideri, ma anche delusioni, sconfitte e frustrazioni, facendo emergere il proprio punto di vista sulle vicende vissute e ribaltandolo sugli altri, quasi inseguendosi l’uno con l’altro in una specie di “circolo emozionale”, in cui le sensazioni si susseguono e spesso non vengono rivelate apertamente, se non con uno sguardo, un gesto, una parola.
La scrittura di Restivo è scorrevole, apparentemente semplice, ma nello stesso tempo attenta nel restituire, anche con parole tratte dal gergo giovanile napoletano, la spontaneità delle riflessioni dei tre ragazzi non ancora diciottenni, che appaiono più adulti e maturi della loro età, forse per il vissuto che li ha costretti a prendere rapidamente decisioni, ad assumersi responsabilità più grandi di loro, assorbiti da quella continua corsa a cui accennavo sopra.
Mario, Assia, Lino … come non affezionarsi a loro? Mario è il primo personaggio che si presenta in scena, colto nel momento in cui cerca di aiutare il suo migliore amico Lino, pure lui costretto a darsi da fare per imprescindibili necessità economiche. Mario è un ragazzo generoso che nutre un forte desiderio di emanciparsi dalla povertà, avverte innegabilmente la necessità di aiutare i propri genitori, di sostenerli, di portare a casa i soldi che servono per le esigenze di tutti. E da un anno non esita a prostituirsi, coinvolgendo anche Lino. È certamente una situazione di degrado, che in alcuni casi riesce anche a procurargli piacere, anche se mai potrebbe ammetterlo. Ma sicuramente è forte il suo disgusto verso quei personaggi che in pubblico si ammantano di una veste di rispettabilità e in privato si approfittano di ragazzi come lui.
Mario è preda di un conflitto che non comprende davvero e non sa risolvere, un sentimento nei confronti del suo amico Lino che gli rimbomba nel petto, un desiderio con cui cerca di andare avanti. Può cercare di ridimensionarne la portata, continuare a ripetersi che quei sentimenti lui li prova solamente verso Lino, che a lui le donne piacciono fisicamente, ma quel desiderio esiste e non può negarlo. C'è confusione, incertezza in Mario, tipica di chi si sente circondato da un muro di intolleranza che guarda con sospetto, disgusto, vergogna chi appare diverso. Prevale, dunque, la paura di far trasparire le proprie sensazioni, sembra che non si possa far altro che nascondere i propri sentimenti, mentire anche a se stessi fino a quando quel desiderio non esplode irrefrenabile.


Assia si sente circondata e oppressa da una situazione familiare che vorrebbe imporle determinate scelte di vita: una relazione con qualcuno che si collochi in una situazione migliore, studi universitari, stabili prospettive di vita. Ma lei rifiuta tali imposizioni, che finirebbero soltanto per comprimere la sua felicità, non ha alcuna intenzione di accontentare i suoi familiari per scontentare se stessa. Dei tre protagonisti è probabilmente il personaggio più assennato: innamorata di Lino, progetta con lui un matrimonio e, temendo che il ragazzo possa cacciarsi nei guai, cerca in ogni modo di metterlo in guardia. Eppure, a volte si trova a fronteggiare i suoi istinti, i suoi scatti di violenza finendo, a torto, per assecondarne le giustificazioni, perché in fondo lui è fatto così e non può farci niente .
E poi Lino, finalmente, questo ragazzo che non vuole in alcun modo mostrare segni di debolezza, che teme che qualsiasi cedimento possa trasformarlo in una vittima della violenza e dei soprusi altrui, che considera Mario un debole da fortificare e Assia la sua ragione di vita e di riscatto. Ma in realtà questa sicurezza nasconde una profonda paura che di notte gli opprime il petto, soprattutto dopo la violenta uccisione del padre. Una paura che sfocia in rabbia e violenza.
Sullo sfondo vi è quella religiosità che rasenta la superstizione, quel miracolo che tutti aspettano, come una speranza a cui aggrapparsi, quella ragazzina, Annaluce, la “Santa piccola” appunto, intorno a cui l'intero caseggiato, e non solo, sembra affollarsi. “Io un po' la capisco questa gente, perché se preghi quando le cose non vanno bene, pare che un po' ti passa e ti senti meglio. Io non lo nascondo che, anche se non ci credo, a volte, di notte, ci parlo con qualcuno. Non so se è Dio o papà, so solo che gli parlo e gli chiedo tante cose, anche su di me e su Assia, anche su mamma. Così mi sento meglio e riesco a dormire senza la paura in petto”.
“La Santa piccola” è, dunque, un romanzo duro, disincantato, struggente, che, pur nella sua brevità, semina notevoli spunti di riflessione, che continuano a germogliare anche dopo aver voltato l'ultima pagina, sospeso tra speranza, paura, desiderio di riscatto e le bugie di “uno di quei giorni che poi finivano”.

lunedì 26 febbraio 2018

Conflitti e paure di una giovane famiglia

"Lei guardò il ragazzo e il figlio che aveva appena partorito spalancando i suoi occhi chiari lucidi di pianto; li guardò come mai prima di allora aveva guardato, e per un ultimo istante al mondo non furono che loro tre".
"Quella solitudine immensa di amarti solo io", l'opera prima di Paolo Vitaliano Pizzato (Editori Priamo e Meligrana), è un romanzo intenso, intimo, fortemente introspettivo, che tocca le corde dell'anima con quella delicatezza di chi arriva in punta di piedi, ma con la sua sensibilità letteraria riesce sempre a lasciare il segno. Anche se con le successive opere Paolo ha raggiunto una diversa maturità stilistica, non posso non sentirmi legato a questo suo primo romanzo (in ordine di pubblicazione), che contiene il germe essenziale della sua scrittura.
La trama è, in apparenza, semplice: due giovani hanno appena avuto un figlio, ma la felicità di tale evento viene ben presto oscurata dal timore di non essere in grado di diventare bravi genitori, una paura che sembra bloccarli anche di fronte a banali imprevisti, come il pianto improvviso del bimbo o le difficoltà della madre nel dargli il latte. Sono timori dietro cui si celano conflitti mai risolti con le rispettive famiglie, che tornano di frequente a tormentarli.


Quella di Pizzato è una scrittura accurata nella scelta dei termini, nelle descrizioni degli ambienti, filtrate attraverso lo sguardo attento del protagonista, nella costruzione delle frasi sempre fluide ed eleganti, una scrittura che nello stesso tempo denota anche una forte istintività, una spontaneità che trasuda da ogni pagina: l'autore si dà completamente, con assoluta trasparenza rivela il suo mondo interiore, mostra la sua visione delle cose, spesso disillusa e disincantata, una visione che viene trasfusa nei suoi personaggi principali, colti nelle loro fragilità e paure, smarriti lungo il percorso alla ricerca di se stessi e della propria identità.
I protagonisti, i genitori del piccolo Cristiano, sono tratteggiati in tutta la complessità del loro carattere. Il padre, chiamato semplicemente "il ragazzo", è un giovane introverso che mostra una grande attenzione per i dettagli, in una sorta di ossessione per l'ordine, e nutre una forte passione per i libri, passione che vorrebbe trasmettere anche a suo figlio.
La sua vita è continuamente attraversata da dubbi e paure, che lo bloccano e gli impediscono di credere alla possibilità di essere felice: "Non era, la sua, comune ritrosia, né difficoltà a rapportarsi agli altri e neppure senso di inadeguatezza, che pure spesso sentiva acutamente; non si trattava di una specificità del suo carattere quanto piuttosto di una sorta di "doppio" che qualche volta si sostituiva a lui. [...] Qualche volta il ragazzo pensava che la sua vita non fosse altro che questo, una continua attesa, fradicia di terrore, dell'arrivo del proprio doppio, l'inevitabile resa alla sua violenza e la faticosa restituzione degli accadimenti di cui era stato vittima a un ordine possibile talmente fragile da sfiorare l'inconsistenza, fondato soltanto sulle patetiche ansie di una fantasia sovraeccitata".
La continua paura che tale doppio possa presentarsi, quindi, lo ha sempre indotto a fuggire da difficoltà e responsabilità, rifugiandosi in un mondo illusorio, in cui ogni ostacolo è già superato. Sullo sfondo vi è il ricordo di una madre che non c'è più da alcuni anni, per la quale il ragazzo prova una infinita nostalgia, un rapporto irrisolto che gli ha lasciato molti sensi di colpa e l'idea che forse solo con lei potesse esserci una vera famiglia, Un ricordo che ritorna continuamente nei pensieri del ragazzo, soprattutto nei momenti di sconforto, quasi un'ancora a cui aggrapparsi.


Emma, la madre del bimbo, ci viene presentata come una ragazza capace di donare sempre un sorriso gentile e di amare gli altri per ciò che sono, inclusi i difetti, le ansie e le piccole ossessioni. Concreta e intelligente, Emma ha dovuto sopportare il peso di una famiglia che non ha fatto altro che bloccarla nell'espressione della propria identità, cercando di imporle le proprie scelte, ritenute più giuste, e tarpandole le ali. In particolare, sua madre si presenta come una figura ingombrante che non esita a far valere sulla figlia la propria esperienza per indurla a seguire le sue convinzioni. Pur se determinata ad affrancarsi da tale prigionia, cercando di seguire le proprie passioni e sentirsi realizzata professionalmente, Emma ne esce fortemente condizionata nell'espressione dei propri sentimenti.
La nascita del bimbo viene, dunque, vista come il momento in cui tutti i contrasti e i conflitti irrisolti vengono alla luce, una prova cruciale in cui i due ragazzi mostrano tutta la loro vulnerabilità. Da un lato, vi è il ragazzo, che vorrebbe fortemente divenire l'artefice della felicità di suo figlio, facendolo crescere nella consapevolezza che il dolore esiste, ma fornendogli tutto l'aiuto necessario per poterlo affrontare, senza rinchiuderlo in una gabbia dorata, in modo che possa divenire forte e in grado di sostenere ogni avversità che il destino vorrà porgli di fronte. È un desiderio che qualsiasi padre proverebbe, quello di rendere un figlio capace di costruire il proprio futuro, ma che deve scontrarsi con le paure del ragazzo, la convinzione di non essere in grado di sopportare una simile responsabilità. Dall'altro lato, c'è Emma, che pur amando i suoi genitori, vorrebbe liberarsi dai loro condizionamenti, dimostrare di essere in grado di crescere e badare a suo figlio, senza vedersi continuamente rinfacciare l'esperienza di sua madre. Vuole mostrare di essere finalmente una madre e non più solo una figlia, in questa sua lotta vorrebbe il ragazzo accanto a sé, libero finalmente dalle sue paure, ma ogni difficoltà diviene fonte di frustrazioni.
"Lotta, battaglia, scontro, conflitto ... parole che disegnavano, o meglio abbozzavano, i contorni, la trama di punti di vista, opinioni, certezze differenti, opposte". Il solco tra generazioni, è questo il tema fondamentale di questo romanzo, un solco che spesso diviene una parete di incomunicabilità e incomprensione, in cui i figli cercano di conquistare la propria identità, il loro essere un'entità separata rispetto ai loro genitori, combattendo contro l'incapacità di questi ultimi di accettarlo.
È un tema fortemente attuale, che tocca sentimenti comuni, rapporti che, almeno in parte, in molti hanno sperimentato. Un argomento che l'autore sviscera fino in fondo, con quella consapevolezza (che ritornerà anche nei suoi successivi scritti) che le scelte compiute, anche senza la volontà di far del male, si ripercuotono necessariamente sugli altri, condizionandone le successive azioni come "un maligno cordone ombelicale che un dio privo di misericordia, o molto più banalmente un infermiere distratto, non si era curato di recidere e che lo teneva legato a un destino minaccioso e terribile come un cumulo di nubi temporalesche".


domenica 11 febbraio 2018

Un giallo metropolitano tra conflitti sociali e incomunicabilità

Alcune settimane fa ho avuto di modo di rileggere un romanzo dello scrittore Raffaele Crovi cui mi ero già dedicato circa venti anni prima, intitolato "L'indagine di Via Rapallo". Un giallo, quindi, finalista al Premio Strega nell'edizione del 1997, la cui rilettura, oltre a riportarmi indietro nel tempo all'estate dopo la maturità, mi ha svelato e fatto riscoprire nuovi aspetti.
L'indagine si concentra essenzialmente intorno alla morte di uno scrittore, Orio Zaniboni, in apparenza caduto accidentalmente da un balcone. A valutare se si sia trattato di un incidente o di un omicidio viene inviato il vice ispettore Gino Pompei, che si finge cugino del defunto, incaricato di effettuare un inventario dei beni che dovranno formare oggetto di una eredità dello scrittore in favore di un'università.


Pompei, esperto di idraulica, approfitta di tali doti per girare tra gli appartamenti degli otto piani del condominio di Via Rapallo in cui il presunto incidente (o omicidio) è avvenuto. E tra un rubinetto che perde, tubature da riparare e termosifoni che scaldano poco, cerca di scoprire nuovi elementi chiacchierando con gli abitanti di quel palazzo, tra cui spiccano diversi personaggi ambigui e bizzarri.
L'indagine mette in luce una realtà piena di conflitti sociali e di disagio, con condomini che dialogano poco tra di loro e non conoscono quasi nulla l'uno degli altri, vivendo realtà parallele che difficilmente sembrano intersecarsi, se non quando si tratta di lasciarsi andare a ripicche e rivalse.
Tutto ciò accade in una metropoli, Milano, in cui "la solitudine, la mancanza di dialogo familiare e comunitario, genera in molti il cancro della depressione, che suggerisce il corteggiamento della morte".
Il vice ispettore, nel suo peregrinare tra un appartamento e l'altro, incontra, quindi, molteplici personaggi che sembrano abitare pianeti distanti: gli Allegretti, padre e figlio, ladri gentiluomini e forse più sinceri di tanti finti perbenisti; il giovane Felice, ben presto orfano di entrambi i genitori e privo di altri legami di parentela (la nonna, unica familiare, è morta da poco), preso dai suoi studi e avvolto da un alone di mistero assieme alla sua amica Alice; la portinaia Sonia, che sfrutta il sesso e le gravidanze come strategia di sopravvivenza, per sfuggire a una condanna a seguito dell'omicidio del marito; l'infido amministratore.


"In un palazzo urbano non c'è dialogo: c'è l'incontro casuale per le scale o in ascensore che può diventare scontro di avare parole; non ci sono discorsi, ci sono silenzi, invettive o delazioni". E gli inquilini si svelano anche nel loro rapporto con il defunto, quello scrittore impiccione che amava indagare e intromettersi nelle vite altrui, per rinvenire materiale narrativo per un nuovo romanzo sui conflitti urbani oppure, come molti sostengono, con un intento moralizzatore.
L'autore adotta uno stile assai sobrio, quasi cronachistico, e a tratti ironico, nel suo mostrare i resoconti degli incontri quotidiani del vice ispettore. E non manca, forse, qualche stereotipo nella costruzione di alcuni personaggi e di talune vicende.
In particolare, nel romanzo viene introdotta la figura del professore trentenne, Sergio Conti, che rivela di essere omosessuale e viene descritto, secondo un canone di frequente utilizzato in narrativa, come impeccabile amante dell'ordine, un uomo solo, infelice, inquieto, pieno di sensi di colpa, soprattutto dopo il suicidio dei genitori. E per il suo "atteggiamento eccessivamente morbido", uno stereotipo che risente di pregiudizi diffusi ancora oggi, il professore viene respinto dal giovane deejay, Luigi Neirotti, presso cui si era recato per farsi prestare alcuni dischi.
Il Neirotti, descritto come il classico deejay rinchiuso in un suo mondo di musiche, discoteche, luci colorate, riceve, come gli altri, la visita del vice ispettore che, in qualche modo, si convince che il ragazzo sia omosessuale, salvo poi ricredersi (il Neirotti ha un flirt con un'altra ragazza che abita nel palazzo) e toglierlo dalla "lista degli ambigui e, quindi, dei sospettabili". E, a questo punto, non si può fare a meno di chiedersi perchè mai, secondo l'autore, un omosessuale, in quanto tale, debba essere automaticamente incluso nella lista dei sospettati per un omicidio.
Il finale, in ogni caso, non presenta particolari soprese o colpi di scena nella scoperta del colpevole, per cui il romanzo, più che come giallo, è interessante in quanto propone, pur con i limiti sopra evidenziati, un'analisi sociologica con un'indagine dei conflitti e delle ambiguità che caratterizzano quei numerosi microcosmi quotidiani tra loro non comunicanti che si collocano nella realtà metropolitana.



domenica 8 ottobre 2017

La principessa e il calzolaio

"C'era una volta in un regno non molto lontano", è questa la frase con cui ogni classica fiaba che si rispetti ha inizio. E la fiaba scritta da Emanuela Contran dal titolo "Il re calzolaio" non è da meno, anche se nel prosieguo si discosta un po' dal classico racconto fiabesco.
La sua protagonista è una bella e giovane principessa che sembra davvero possedere tutto, al punto che non desidera più nemmeno uscire dalla sua stanza. Eppure, non sembra davvero così soddisfatta di tutto ciò che ha, avvolta com'è da un velo di malinconia e apatia.
Il re, suo padre, vuol provare a farla uscire da tale apatia cercando un compagno che sia alla sua altezza. Egli sembra molto sicuro di sé, convinto di sapere davvero ciò che la figlia realmente desidera e quale uomo sia veramente alla sua altezza. E ovviamente la strada che i pretendenti dovranno percorrere per arrivare a chiedere la sua mano sarà diversa a seconda del ceto di appartenenza e della ricchezza posseduta: una strada diritta e agevole per i principi, tortuosa e irta di ostacoli per i giovani incoscienti popolani.


A quel punto il vero eroe della fiaba si materializza. A prima vista non sembra avere le caratteristiche del classico eroe, se lo si guarda con i soliti schemi mentali: non il maestoso e aitante principe in groppa ad un cavallo bianco, ma un giovane calzolaio dinoccolato che sembra inciampare a ogni passo. Eppure la sua forza d'animo, che solo apparentemente e simbolicamente sembra provenire dalle "magiche" calzature che sostituiscono le gambe perse anni prima, gli è di grande aiuto nel superare ogni ostacolo, arrivando a infondere persino fiducia nei "mostri" che gli si parano di fronte. Fino a conquistare il cuore della principessa, che, quindi, comprenderà i suoi errori e vorrà sentire, finalmente, il mondo a modo suo, libera da condizionamenti.
Quella di Emanuela Contran è, dunque, una bella fiaba contro i pregiudizi e la paura della diversità, che si può sconfiggere solo avendo fiducia in se stessi e nelle proprie capacità. Perché, come dice il calzolaio, "E poi a noi che importa di come la gente ci vede? Noi siamo qui e abbiamo una vita da vivere, da godere. Una vita bella, che vale la pena di essere vissuta al meglio".

venerdì 14 luglio 2017

Crowdfunding letterario per un "ladro di sogni"

Crowdfunding, letteralmente "finanziamento popolare", è uno strumento che consente di supportare economicamente e in modo rapido, tramite la rete informatica, coloro che presentano al pubblico progetti potenzialmente interessanti e creativi.
In ambito letterario, il crowdfunding costituisce un valido strumento per la realizzazione di pubblicazioni di opere narrative, una modalità alternativa rispetto all'editoria tradizionale. In proposito, stanno nascendo diverse piattaforme dedicate esclusivamente al crowdfunding letterario.
Rispetto a queste iniziative, spicca, in modo particolare, Bookabook che, più che una piattaforma, costituisce una vera e propria casa editrice che pubblica soltanto i libri che hanno raggiunto, in un certo periodo di tempo, un determinato obiettivo di raccolta fondi attraverso il crowdfunding. In tale ambito, quindi, il crowdfunding consente a coloro che hanno un progetto letterario interessante di portarlo avanti superando le note difficoltà dell'odierna editoria, rinvenendo i necessari finanziamenti e testando, nello stesso tempo, gusti e preferenze del pubblico rispetto a quel progetto.
Sicuramente interessante e degno di nota è il progetto letterario di Fabio Cruccu dal titolo "Il ladro di sogni e altre storie", una raccolta di dieci racconti fantastici, "onirici e bizzarri", che si discostano dalle tradizionali narrazioni fiabesche per l'originalità dei personaggi creati e delle situazioni ideate.


Si tratta di racconti ben strutturati, caratterizzati da una narrazione avvincente, specialmente nelle parti più avventurose, e da uno stile semplice, ma non banale, forte di una leggerezza ricercata e di una fantasia e di una capacità creativa non trascurabili. Dunque, racconti adatti a tutti, bambini e adulti e arricchiti dalle illustrazioni di Gian Battista Andrea Marongiu.
Le dieci storie attingono da un vasto immaginario, richiamando, tra l'altro, la mitologia orientale (in "Sette rintocchi a mezzanotte" con due monaci buddisti alle prese con piccoli fantasmi burloni) e le leggende pellerossa (in "L'uccello dalle piume di fuoco") i cui protagonisti devono affrontare prove che mostrino coraggio e abilità, ma anche rispetto e sensibilità.
Tutti i racconti, al di là dell'indubbia originalità dei personaggi e delle fantastiche narrazioni, intendono lanciare messaggi profondi. Dunque, storie che fanno sorridere e riflettere.
E così la piccola Lisa, alle prese con un albero fatato, insegna ad andare oltre le apparenze e a non farsi ingannare da dicerie e maldicenze. A seguire, il risoluto Esteban mostra che inseguire con tenacia i propri sogni, anche percorrendo strade che non sempre possono apparire lineari, porta sempre buoni risultati. E a volte, come ci indica Mister Cianfrusaglia, ci si può trovare a seguire e realizzare sogni e speranze senza neanche rendersene conto, semplicemente cercando un palloncino.
Un re sonnacchioso, accompagnato da una fata incontentabile e brontolona, gli abitanti di un mondo dove sembra regnare solo l'armonia, un coraggioso spaventapasseri e un orologio magico sono altri elementi di queste storie che faranno sognare e riflettere piccoli e grandi.
Per contribuire alla realizzazione del progetto di Fabio Cruccu, al seguente link si può preordinare una copia del libro: Il ladro di sogni e altre storie


domenica 11 giugno 2017

Elogio della testa fra le nuvole

Avere la testa fra le nuvole, vagare con la mente, superare i confini materiali e inoltrarsi in mondi fantastici, anche solo per evadere qualche minuto dalla noiosa realtà quotidiana. Non vi sarebbe alcun male, se non fosse che per qualcuno l'"essere distratti" è un grave difetto.
Io appartengo certamente a quella categoria di persone che amano distrarsi e fantasticare, salvo, poi, essere bruscamente interrotte da qualche parente che si sente indotto a chiedere "a cosa stai pensando?", neanche avesse colto qualcuno in flagranza di reato.
Per fortuna noi amanti delle soffici nuvolette possiamo sentirci confortati da uno studio dello psicologo neozelandese Michael C. Corballis, che afferma che avere la testa fra le nuvole è un elemento positivo per il proprio benessere, in quanto consente di riposarsi e recuperare energia e lucidità; accresce la nostra empatia con il mondo; ci permette di inventare e raccontare storie, di trovare collegamenti tra eventi e persone nello spazio e nel tempo. Secondo il Premio Nobel Joseph Brodsky è "la nostra finestra sull'infinità del tempo".
Tutte le argomentazioni di tale studio sono molto interessanti, soprattutto il riferimento alla possibilità di inventare storie, anche se dovrebbero essere considerate come scontate. Se ci pensiamo bene, molti filosofi e letterati venivano accusati di essere fuori dal mondo ed erano presi in giro perché avevano la testa fra le nuvole, salvo, poi, elaborare prodotti culturali di altissimo livello. Mi viene in mente Talete, il filosofo di Milete, descritto come una personalità multiforme, dotato di ingegno pratico e speculativo. Fu anche matematico e astronomo e proprio nell'osservare le stelle, secondo un celebre aneddoto a lui attribuito, cadde in un pozzo e venne deriso da una servetta.


Dunque, la testa fra le nuvole ci apre le porte verso la fantasia e la creatività. E magari, quando Susanna Tamaro ha ideato il suo romanzo di esordio intitolato proprio "La testa fra le nuvole", il messaggio che voleva comunicare era proprio questo.
Di certo, la storia creata dalla scrittrice triestina è, per certi aspetti, stravagante e fantasiosa. Il piccolo Ruben, appena nato, si lascia sfuggire un urlo sconsiderato che lo pone in profondo imbarazzo. I parenti che lo circondano, festanti per la sua nascita, a quell'urlo esplodono in sonore manifestazioni di gioia, per cui il piccolo si vergogna talmente tanto per il suo gesto inconsulto che si ripromette di non compiere mai più nella sua vita un'azione tanto fuori luogo, impegnandosi a trascorrere un'esistenza "tranquilla, ma tranquilla davvero".
Sicuramente, è abbastanza improbabile che un bambino nato da pochi minuti possa formulare pensieri così complessi, degni di un uomo già maturo. In realtà, tutto il romanzo della Tamaro è giocato sull'assurdo e sul non senso, con Ruben che sembra quasi felice di rimanere ben presto orfano perché ciò gli consentirà di attuare il suo proposito, chiuso nel suo mondo pacato e isolato.
Si trasferisce nella villa delle nonne e viene designato erede universale dal suo ricco zio americano, per cui il suo destino è già tracciato e la sua vita può procedere con la tranquillità tanto auspicata, sdraiato in una fossa tra la gloriette e i tigli.
Eppure, da quella posizione inizia a elaborare accurate riflessioni sulla legge di gravità e sulla possibilità di superarla, lanciando in aria giavellotti e sperando di ottenere prima o poi il risultato di farli librare in alto e vederli sparire verso il sole e le stelle. Ruben, seppure ci appare legato fortemente alla terra e a una vita tranquilla, si dimostra, in un certo senso, orientato verso il cielo, alla ricerca di una leggerezza che superi la gravità.
Ruben è davvero convinto che la sua vita sarebbe stata sempre "tranquilla, ma tranquilla davvero", ma un giorno un brutto incidente, in cui Oscar, il suo precettore viene colpito e ucciso per sbaglio da un giavellotto, costringe il ragazzo, ormai quindicenne, a staccarsi da quella terra e a fuggire, convinto di essere inseguito dalla polizia, andando incontro a personaggi sempre più strampalati.
Tra i tanti, incontra Ilaria, una signora priva di vista, che lo costringe a farle da aiutante e lo porta stretto a sé in giro per la città; Spartaco, ladro, affarista e privo di scrupoli, che lo deruba dei risparmi appena messi da parte; il Barone Aurelio, che per Ruben ha una particolare passione e lo assume come garcon de chambre, affinché si prenda cura di lui e della sua compagna.
Ruben, in tutte le sue avventure, si dimostra sempre ragazzo versatile, in grado di adattarsi a ogni situazione: perfetto stuntman in grado di compiere pericolose acrobazie, abile nei lavori casalinghi al servizio del Barone, esperto giardiniere nella villa di Margy, anziana vedova inglese.
E in questo particolare episodio, la Tamaro dimostra la sua passione per le scienze naturali con accurate e dettagliate descrizioni botaniche. In mezzo alla natura emerge anche il senso di solitudine di Ruben, il suo bisogno di colmare un vuoto esistenziale, con una sete di conoscenza che cerca di soddisfare rivolgendo al suo nuovo amico, lo scoiattolo Lucrezio, tante domande sul mondo e sul suo destino. Tante domande cui il piccolo Lucrezio sembra rispondere a modo suo.
L'avventura di Ruben è una continua e sorprendente sequenza di situazioni equivoche e bizzarre, situazioni che lo vedono sempre correre follemente nel tentativo di fuggire e liberarsi da quegli assurdi personaggi, per raggiungere, infine, la sua meta agognata, l'America, dove lo aspetta suo zio con l'eredità. Alla ricerca di quel sogno di leggerezza che si materializza nel pilota Arturo, stralunato cacciatore di parole perdute, che con il suo aereo gli farà attraversare l'oceano, alla scoperta del nome di quel sentimento che "nonostante tutto, permette di andare sempre avanti con occhi curiosi e attenti".


domenica 31 luglio 2016

L'arte dei piccoli passi di Antoine de Saint-Exupéry

Oggi ricorre l'anniversario della morte di Antoine de Saint-Exupéry, scrittore e aviatore francese, deceduto a Marsiglia appunto il 31 luglio 1944, a soli 44 anni.
È divenuto certamente famoso per il romanzo "Il piccolo principe", opera poetica in cui si affrontano temi come il senso della vita e il significato dell'amore e dell'amicizia, nei vari incontri che il protagonista fa con diversi personaggi e su molti pianeti.

Ma de Saint-Exupéry scrisse anche una poesia, anzi una vera e propria preghiera, in cui non invocava miracoli, intercessioni o prodigiose guarigioni, ma chiedeva di diventare più riflessivo con i piccoli passi che, giorno dopo giorno, lo avrebbero aiutato ad affrontare tutto ciò che la vita gli avrebbe posto dinnanzi.

Non ti chiedo né miracoli né visioni
ma solo la forza necessaria per questo giorno!
Rendimi attento e inventivo per scegliere
al momento giusto
le conoscenze ed esperienze
che mi toccano particolarmente.

Rendi più consapevoli le mie scelte
nell’uso del mio tempo.
Donami di capire ciò che è essenziale
e ciò che è soltanto secondario.
Io ti chiedo la forza, l’autocontrollo e la misura:
che non mi lasci, semplicemente,
portare dalla vita
ma organizzi con sapienza
lo svolgimento della giornata.

Aiutami a far fronte,
il meglio possibile,
all’immediato
e a riconoscere l’ora presente
come la più importante.
Dammi di riconoscere
con lucidità
che le difficoltà e i fallimenti
che accompagnano la vita
sono occasione di crescita e maturazione.

Fa' di me un uomo capace di raggiungere
coloro che hanno perso la speranza.
E dammi non quello che io desidero
ma solo ciò di cui ho davvero bisogno.

Signore, insegnami l'arte dei piccoli passi

In fondo, è una preghiera che potrebbe essere pronunciata anche da un non credente che cerca la forza per andare avanti, chiedendo non ciò che desidera, ma quello di cui ha davvero bisogno: la capacità di scegliere le esperienze più significative; la piena consapevolezza nell'utilizzare e organizzare al meglio il proprio tempo; l'importanza attribuita al presente senza rimpiangere il passato o angosciarsi per il futuro; la possibilità di utilizzare i propri fallimenti per crescere e maturare.
Tutti elementi che spesso trascuriamo e riteniamo poco importanti, ma che lo scrittore considera talmente fondamentali da farne oggetto di invocazione. Perché i piccoli passi sono quelli che ci consentono di arrivare lontano e raggiungere le nostre mete e i nostri obiettivi.

sabato 21 maggio 2016

I "se" di Rudyard Kipling dedicati al figlio

Rudyard Kipling è indubbiamente uno degli scrittori più celebri, famoso in tutto il mondo per la sua raccolta di racconti "Il libro della giungla", storie che narrano le avventure del "cucciolo d'uomo" di nome Mowgli, abbandonato nella giungla indiana e adottato da un branco di lupi, e da cui è stato tratto un divertente film della Disney, amato da tutti i bambini di ieri e di oggi.


Autore anche di romanzi (tra cui "Kim" e "Capitani coraggiosi"), ha scritto una poesia molto bella intitolata "Se" (del 1895) che leggo oggi per la prima volta.

Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all'odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;

Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c'è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: "Tenete duro!"

Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

Si tratta di una poesia dedicata al figlio, un'eredità spirituale oltre che un inno alla vita, in cui il padre cerca di indicare al ragazzo la strada per diventare un Uomo, tramite i propri sogni e i propri valori. Di questa poesia, mi colpiscono, in particolare, alcuni versi.
"Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano, tenendo però considerazione anche del loro dubbio": ci si arrabbia troppo spesso per le critiche altrui, soprattutto quando qualcuno si diverte a distruggere ciò che abbiamo faticosamente costruito, ferendo la nostra autostima e facendoci ripiombare nello sconforto. Non perdere la fiducia in se stessi nonostante le critiche e i dubbi altrui significa essere consapevoli del proprio valore e delle proprie capacità, non senza utilizzare, comunque, le critiche costruttive a proprio vantaggio.


"Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone; Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo": i sogni e i pensieri sono una componente essenziale del nostro essere, senza di essi saremmo degli automi capaci di agire solo in base a stimoli esterni. Indubbiamente, non ci si può limitare ad una vita riflessiva o a sognare la propria esistenza: il pensiero deve diventare azione e i sogni, se realizzabili, devono essere inseguiti e concretizzati. Non è sempre facile, anche perché a volte ci lasciamo travolgere dalle nostre vite senza riuscire ad andare nella direzione che vorremmo.


"Se riuscirai ... a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte, e piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi": questo verso non può non farmi venire in mente coloro che sono colpiti da terremoti o alluvioni, che da un giorno all'altro si ritrovano ad aver perso tutto ciò che avevano faticosamente conquistato, ma senza lamentarsi cercano di rialzarsi in piedi e di ricominciare.


"Se saprai riempire ogni inesorabile minuto dando valore ad ognuno dei sessanta secondi": Seneca, nel "De brevitate vitae" ci ricorda che "ognuno brucia la sua vita e soffre per il desiderio del futuro, per il disgusto del presente. Ma chi sfrutta per sé ogni ora, chi gestisce tutti i giorni come una vita, non desidera il domani né lo teme". Bisognerebbe godere ogni giorno, nella consapevolezza che ogni attimo della nostra vita è di per sé irripetibile.


Questa poesia è stata oggetto di numerose citazioni (Oriana Fallaci in "Un uomo"; Massimo Gramellini in "Fai bei sogni"; Pink Floyd nel disco "Atom heart mother"), a testimonianza del grande impatto avuto dai precetti indicati da Kipling, un'eredità che tutti dovremmo, almeno in parte, tenere in considerazione.