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martedì 26 luglio 2016

Discutibili recensioni su Tripadvisor

Tripadvisor è un famoso portale web in cui sono pubblicate le recensioni degli utenti su hotel, ristoranti e altre attrazioni turistiche. Si tratta, solitamente, di giudizi che, condivisibili o meno, aiutano le persone ad orientarsi nella scelta della propria meta di viaggio.
Accade, però, che una di queste recensioni finisca per sollevare parecchie polemiche. Un padre, infatti, si è lamentato su Tripadvisor, affermando che nel villaggio vacanze dove era appena stato con i propri figli vi erano troppi ragazzi disabili, la cui vista aveva turbato profondamente la serenità dei suoi bambini, costretti tutto il giorno a guardare persone sofferenti. Questo signore sarebbe, quindi, intenzionato a chiedere un risarcimento alla struttura ricettiva, rea di non averlo avvisato della presenza di turisti disabili.


Questa recensione ha scatenato la reazione inviperita di Selvaggia Lucarelli che nella sua pagina Facebook parla dell'imbecille di turno che "ha intenzione di denunciare la struttura perché c’erano troppi disabili. E poverini, i figli sono rimasti impressionati. Mica da un padre così, no, da due carrozzine". Ovviamente, di fronte al linguaggio colorito di Selvaggia (che rimane una delle più interessanti teste pensanti nel Web), le risposte degli utenti sono state, come sempre, contrastanti.
Mi colpisce, in particolare, un commento secondo cui non vi è nessuna legge che imponga ad un padre di insegnare ai propri figli a convivere con la diversità e la disabilità. Sinceramente, trovo questo commento sconcertante. Certamente, non vi è nessuna legge scritta approvata da un Parlamento e pubblicata in Gazzetta Ufficiale, ma, a mio avviso, esiste una legge morale, basata su sentimenti di umanità ed empatia, secondo cui un genitore ha il dovere di far capire ai propri figli che la diversità esiste e non è un elemento negativo, ma deve essere rispettata e apprezzata. Anche perché, in fondo, ognuno di noi è un diverso, possedendo peculiarità che lo distinguono da tutti gli altri e lo rendono speciale. Questo insegnamento è fondamentale anche per evitare che alcuni bambini divengano vittime di atti di bullismo da parte di soggetti convinti che la diversità implichi debolezza e inferiorità.
La disabilità, a sua volta, non deve essere considerata una fonte di sofferenze da cui proteggere i propri bambini, relegandoli in un mondo inesistente: i bambini proprio con le sofferenze devono imparare a convivere, per poter sviluppare quei sentimenti di solidarietà ed empatia di cui, oggi, purtroppo si sente spesso la mancanza.
In proposito, molto toccante e significativa è la risposta di Jacopo Melio, ventiquattrenne attivista per i diritti dei disabili, anche lui costretto in una carrozzina: "Se mai un giorno avrò dei figli vorrò insegnare loro che la vera disabilità è negli occhi di chi guarda, di chi non comprende che dalle diversità possiamo solo imparare. Disabile è chi non è in grado di provare empatia mettendosi nei panni degli altri, di mescolarsi affamato con altre esistenze, di adottare punti di vista inediti per pura e semplice curiosità".

lunedì 20 giugno 2016

Predicare e diffondere amore: un precetto applicato da tutti?

Mi riprometto sempre di non parlare più di attualità e di dedicarmi agli argomenti che mi interessano maggiormente (libri, musica, arte), ma poi accade sempre qualcosa che mi trascina nuovamente alla realtà quotidiana. Ma procediamo con ordine.
Nel precedente post, ho accennato alle mie idee in fatto di religione che vorrei chiarire meglio. Secondo la mia opinione, le persone "umane" (ovvero quelle che provano sentimenti di altruismo, generosità, solidarietà, lealtà, empatia e potrei continuare a lungo) non sono necessariamente credenti, l'assenza di fede non implica assenza di sensibilità, anzi la capacità di riconoscere il bene e di metterlo in pratica prescinde da qualsiasi fede religiosa. A sua volta, la fede in qualcosa di ultraterreno è un elemento aggiuntivo che, se vissuto in maniera autentica e non solo per il timore della "dannazione eterna", può anche essere gratificante, purché abbinato a quella sensibilità di cui parlavo prima. Una sensibilità che ci porta ad avere rispetto degli altri, senza giudicarli (come spesso ci ricorda Papa Francesco).
Si può tranquillamente affermare, quindi, che non tutte le persone credenti purtroppo sono "umane", soprattutto quando tradiscono il precetto fondamentale che una religione che possa definirsi tale generalmente tramanda, ovvero amare gli altri.
Don Pusceddu ne è un esempio eclatante. Nella sua omelia, questo "simpatico" prete cagliaritano ha detto che gli omosessuali meritano la morte, "poiché non ritennero di dover conoscere Dio adeguatamente, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne: sono colmi di ogni ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d'invidia, di omicidio, di lite, di frode, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E, pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo le commettono, ma anche approvano chi le fa".


Queste parole piene di odio parlano da sole. Gli insulti rivolti agli omosessuali dimostrano come questo personaggio non conosca affatto il mondo di cui sta parlando, nutrendosi solo di preconcetti alterati da una fanatica esaltazione religiosa, non lontana dai rigurgiti fascisti e nazisti di cui si parla spesso.
Ma, come se non bastasse, Alberto Agus, ex candidato sindaco di Cagliari per il Popolo della famiglia (un adepto di Adinolfi per intendersi), meravigliandosi del caos mediatico causato dalle parole di Don Pusceddu, ha affermato che il prete ha solo  esercitato  il suo diritto a confessare il proprio credo religioso e il diritto alla libera manifestazione del pensiero. Chi lo accusa di augurare la morte agli altri non ha voluto cogliere la differenza tra "morte spirituale e morte fisica".
Dunque, l'esaltazione fanatica intrisa di rancore viene difesa come libertà religiosa. Tuttavia, di fronte a tutto questo odio, mi chiedo: l'amore e la misericordia che la Chiesa dovrebbe predicare sono solo belle parole? Probabilmente sì, così come sono solo belle parole i precetti di povertà e umiltà (che nell'attico di Bertone si praticano poco), per non parlare della castità.
Mi chiedo se qualcuno abbia ancora il coraggio di dire che sono gli Islamici ad odiare gli omosessuali.


martedì 14 giugno 2016

Il giorno dopo, per non dimenticare

All'indomani di ogni evento drammatico, la coscienza popolare sembra  ritornare subito alla tranquillità. Al momento della notizia, lo smarrimento e l'incertezza, poi nel pomeriggio il diffondersi di opinioni disparate e la mattina successiva la calma apparente (a parte alcune eccezioni).
Non vorrei ripetere quello che è stato detto in altri blog, ma credo assolutamente che non ci si debba abituare alle stragi, né tantomeno pensare che alcune vittime siano più degne di rimpianto di altre.
Chi è morto in quel locale non era "solo" gay, come qualche omofobo sta dicendo in queste ore, era un figlio, un fratello, aveva amici, aveva una vita che è stata spazzata via. Ieri, mi è venuta in mente questa riflessione: l'orientamento sessuale è un po' come il colore degli occhi o dei capelli, lo si può nascondere, alterare, ma fa parte della nostra natura e prima o poi  emerge chiaramente e diventa una parte integrante del nostro modo di agire. E, lo ripeto ai soliti omofobi, bisogna farsene una ragione, non è una "macchia", è una parte di noi, insieme a tutte le altre caratteristiche che ci rendono persone uniche e irripetibili.
In queste ore, stiamo insistendo nel cercare una ragione alla strage di Orlando, la religione, l'omofobia, il terrorismo. Ma l'odio non ha bisogno di questi pretesti, si diffonde come la fiamma innescata da una miccia gettata su un po' di benzina da chi predica i propri falsi moralismi e incita alla violenza, nascondendosi dietro il paravento della propria ignoranza.
Qualcuno sta facendo i nomi di chi ha le mani "insanguinate" per le proprie opinioni diffuse con violenza (inutile elencarli, sono sempre i soliti noti) per metterli "alla berlina". Io suggerirei di smetterla di farci divorare dall'odio, anche se qualcuno dovrebbe cominciare a farsi un serio esame di coscienza, sempre che ne abbia mai avuta una.
Non credo nemmeno che si debba incolpare la religione in quanto tale, commettendo l'errore di un personaggio mediocre come Trump. Perché continuare a dire che gli islamici vanno mandati via e messi al bando?
La meravigliosa Margherita Hack diceva che "non è necessario avere una religione per avere una morale. Perché se non si riesce a distinguere il bene dal male, quella che manca è la sensibilità, non la religione". Io aggiungerei che chi ha tale sensibilità è in grado di capire che la fede deve essere semplicemente un mezzo di conforto, di cui in fondo tutti abbiamo bisogno.
Chi strumentalizza la religione per ricattare le coscienze (e non parlo solo degli islamici, anzi!), sta semplicemente cercando di legittimare la propria iniquità. E coloro che vivono la fede in maniera autentica nel rispetto degli altri rischiano persecuzioni simili a quelle che si sono ripetute nel corso dei secoli. Perché, come diceva Montale, "la storia non è magistra di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve a farla più vera e più giusta. La storia non è poi la devastante ruspa che si dice".

domenica 12 giugno 2016

La terra è un solo paese, siamo onde dello stesso mare

Pochi giorni fa un mio amico ha pubblicato su Facebook questa foto scattata nel Parco Sigurtà, antico giardino nei pressi di Peschiera del Garda, le cui origini risalgono al 1400.
La foto ritrae una targa con un chiaro messaggio di fratellanza "La terra è un solo paese, siamo onde dello stesso mare, foglie dello stesso albero, fiori dello stesso giardino".

Foto di Alessandro Toldo

Dovrebbe essere davvero così, la terra dovrebbe essere un unico paese senza rigidi confini in cui vivere in pace, ma sappiamo bene che la Storia è costellata di guerre fratricide, lotte per la conquista del potere, genocidi, discriminazioni razziali. E si può certamente affermare che gli insegnamenti che la Storia ci ha tramandato non sempre sono stati ben assimilati, considerato il dilagare di nostalgici nazionalisti che mirano a minacciare l'integrazione europea faticosamente raggiunta.
Oggi la situazione dei migranti che fuggono dalla povertà e, soprattutto, dalla guerra non può lasciarci indifferenti. È abbastanza chiaro e pacifico che il problema non sia di facile soluzione e che non possa essere affrontato solo dall'Italia. Ma costruire muri, fatti soprattutto di odio, non è degno di un genere che ha ancora la pretesa di definirsi umano.
Ci sono tanti pregiudizi nei confronti degli stranieri che arrivano in Italia, pregiudizi che dovremmo incominciare a mettere da parte. Anzitutto, non tutti gli immigrati vengono qui per delinquere, come è solito pensare chi "fa di tutta un'erba un fascio". Ci sono sicuramente soggetti pericolosi o malintenzionati, ma questi individui si trovano in tutte le popolazioni, inclusa quella italiana, e spesso occupano posizioni al di là di ogni sospetto. Certamente, se iniziassimo a mandar via o a punire seriamente tutti coloro che compiono atti illeciti (stranieri e non), il Parlamento italiano rimarrebbe semivuoto.
Si dice sempre, poi, che gli stranieri vengono qui a rubarci il lavoro. In realtà, mi viene da pensare che quasi sempre finiscono per fare quei lavori che gli Italiani si rifiutano ormai di svolgere, non essendone magari all'altezza. Ricordo che l'impresa che tempo fa stava realizzando alcuni lavori a casa nostra mandò un muratore rumeno che svolse il suo operato in maniera precisa, ineccepibile, sicuramente meglio di ciò che avrebbero potuto fare i colleghi nostrani. In ogni caso, gli immigrati finiscono spesso per diventare preda degli sfruttatori e vengono utilizzati per lavori di fatica con paghe miserevoli, per non parlar di altro. Basta guardare la situazione di Rosarno.
Infine, una frase che si sente spesso pronunciare negli ultimi tempi è "aiutiamoli a casa loro". In proposito, Giuseppe Civati ha pubblicato di recente sulla sua pagina Facebook questo grafico (tratto dalla Stampa), in cui risulta abbastanza chiaro che, pur in presenza di una legge del 1990 sul controllo delle armi, che ne vieta l’esportazione in Paesi in cui è in corso un conflitto armato, ancora oggi l’Italia vende pistole e fucili in numerosi Paesi. Questa tendenza è aumentata dal 2009, per cui l’Italia ha venduto armi soprattutto in Medio Oriente e nel Nordafrica, regioni tra le più turbolente, mentre le autorizzazioni del Parlamento sono aumentate. Come giustamente sottolineato da Civati, "per la serie: «aiutiamoli a casa loro». Con le bombe. Intanto manca completamente la trasparenza, la serietà, la politica. Poi dopo ci si sorprende delle migrazioni forzate, delle tragedie umanitarie, dei campi profughi, della tensione che non si abbassa mai".
Se è vero che dal 2009 questa tendenza è aumentata con il beneplacito del Parlamento, occorrerebbe ricordare a Salvini, che continua a diffondere messaggi razzisti e xenofobi, che il suo partito faceva parte della maggioranza di Governo in quegli anni. Le morti dei profughi in mare dovrebbero cominciare a pesare sulle coscienze di chi ha favorito questo commercio.

mercoledì 8 giugno 2016

La vera indifferenza

In questi giorni, il terribile omicidio di Sara ha notevolmente scosso l'opinione pubblica che ormai si esprime quasi principalmente attraverso i social. La mia impressione, condivisa anche da altri utenti, è che le principali invettive questa volta siano state indirizzate, almeno in una prima fase, alle auto che quella maledetta sera sfrecciavano veloci, indifferenti alle richieste di aiuto della ragazza.
Io mi auguro, invece, che non si dimentichi mai, anche se sono trascorsi alcuni giorni e la coscienza popolare sembra essersi tranquilizzata, che la povera Sara è stata l'ennesima vittima di quella terrificante "cultura" della violenza e del maschilismo di coloro che credono di poter disporre degli altri come fossero oggetti.
Addossare gran parte della responsabilità ai passanti, che non si sono fermati per paura o incapacità di realizzare cosa stesse realmente accadendo, significa distogliere l'attenzione dal vero problema della inarrestabile violenza contro le donne e, più in generale, contro tutti coloro che non sono in grado di difendersi. Persone come Sara andrebbero aiutate prima di ritrovarsi sul ciglio di una strada a fuggire da un maniaco incendiario o in preda ad un compagno folle che fa bere loro soda caustica per farle abortire, come accaduto in provincia di Bologna.

Progetto Fondazione Scarpe Rosse contro la violenza sulle donne

Io credo, poi, che la vera indifferenza più che tra quei passanti, debba essere ricercata altrove, assieme ai motivi da cui questa indifferenza trae origine.
Non condivido l'affermazione secondo cui è la società che ci ha resi ciechi e indifferenti, perchè si tratta di una banalità sconcertante: siamo noi a creare la nostra società e possiamo migliorarla grazie al contributo collettivo, considerato che le istituzioni sociali non sono una mera entità esterna che ci viene imposta dall'alto. Affermare che la colpa è tutta della società significa semplicemente tentare di lavarsi la coscienza.
La vera indifferenza sta nella incapacità di ciascuno di noi di capire se le persone che ci sono vicine ogni giorno hanno realmente bisogno di aiuto. Questo non vuol dire necessariamente dar loro un po' di denaro, perchè a volte è sufficiente una parola di sostegno o di conforto. Non significa nemmeno diventare eroi - come diceva Manzoni, se uno il coraggio non ce l'ha non se lo può dare – anche se certamente acquisire quella consapevolezza che ci porta a chiamare le forze dell'ordine ogni volta che avvistiamo una situazione di pericolo potrebbe essere già un bel traguardo.
Quando il Papa ha parlato di indifferenza, molti si sono concentrati su alcune sue parole, ritenendo che stesse invitando i fedeli a non amare gli animali, mentre il suo vero obiettivo era far comprendere che spesso siamo talmente presi dalle nostre vite che ci dimentichiamo di chi ci sta vicino.
Un episodio di alcune settimane fa, cui i notiziari hanno dato solo un breve cenno, è un esempio drammatico della vera indifferenza. Un uomo è stato ritrovato in casa morto da almeno cinque anni. Nel frattempo, nessuno si era accorto di nulla, nè si era chiesto cosa fosse accaduto a quell'uomo che non si faceva vedere da anni. I vicini non hanno mai pensato di andare a bussare a quella porta per chiedere se ci fosse bisogno di aiuto. Una perdita d'acqua e il successivo intervento dei vigili del fuoco hanno rivelato quella situazione di estrema solitudine e abbandono.
Credo che questo non sia un caso isolato, chissà quanti episodi simili, seppure non così estremi, si verificano quotidianamente. Ma difficilmente potremmo saperlo con certezza, perchè questi episodi generalmente non fanno notizia, se non poche righe nei giornali locali, e non finiscono in pasto agli pseudo moralisti da salotto che dalle loro comode posizioni non fanno altro che condannare la società senza poi compiere alcuna azione concreta per cambiarla.
Questa frase di Einstein dice più di tanti discorsi.

martedì 17 maggio 2016

Un intollerabile e assurdo accanimento

Qualche giorno fa, un amico su Facebook ha pubblicato una foto in cui indossava una maglietta con questa scritta “Alcune persone sono gay. Fattene una ragione”. Un messaggio forte e chiaro contro ogni forma di omofobia.
Eppure, mi sembra di capire, leggendo recenti notizie e commenti, che molte persone ancora non se ne sono fatte una ragione. Ovviamente, i primi a non aver ancora accettato questa realtà sono i politici di centrodestra, impegnati in una intensa campagna elettorale: Salvini ha adottato la linea dura, invitando i sindaci della Lega a non registrare le unioni civili, mentre Giorgia Meloni ha affermato che si impegnerà a tutti i costi per far abrogare la recente legge sul riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso.
Un quesito sorge spontaneo: una campagna elettorale basata sulla negazione dei diritti civili che razza di campagna è? Quali obiettivi intende raggiungere per favorire i cittadini che si recheranno alle urne, quali vantaggi intende realizzare?
Inevitabili le riflessioni e considerazioni di molti utenti dei social su questo tema: i politici che pochi mesi fa non ritenevano la legge sulle unioni civile una priorità, adesso si stanno accanendo per ottenerne l’abrogazione. Le altre emergenze sono, dunque, passate in secondo piano?
Ovviamente, i politici durante la campagna elettorale possono dire tutto e il suo contrario, ma questo non significa che realizzeranno ciò che hanno promesso.
Il vero problema, in realtà, più che le false promesse elettorali, sono i messaggi e le manifestazioni di odio che si diffondono come un virus, come dimostra una recente e triste notizia. Venerdì scorso, come riportato sul sito di Repubblica, la sede romana del Gay Center è stata presa di mira dai militanti di Forza Nuova, movimento di estrema destra, che in tarda serata (intorno alle 22) hanno fatto irruzione negli uffici di Testaccio, urlando e circondando Fabrizio Marrazzo, portavoce dell'associazione, che in quel momento era da solo. I militanti hanno, quindi, estratto un volantino in cui era scritto: “Unioni civili, la perversione non sarà mai legge”, insultando Marrazzo e definendolo “perverso”. I militanti sono andati via solo quando il portavoce ha minacciato di chiamare la polizia.


Questo episodio non può non intristirmi, soprattutto pensando alle giuste parole di Marrazzo: “Non possono esserci partiti che istigano all'odio”. Eppure, di partiti e di politici che istigano all’odio ce ne sono fin troppi, anche se, formalmente, non figurano all'interno di movimenti fascisti.
Vedo tante coppie omosessuali che convivono serenamente senza arrecare disturbo ad alcuno, e mi chiedo dove sia la vera perversione, nell’amore tra due persone o nell’odio che viene inculcato da soggetti affamati di voti e di poltrone. Credo che la risposta sia scontata.
Ricordiamo che oggi, 17 maggio, si celebra la Giornata internazionale contro l'omofobia, istituita dall’Unione europea nel 2007. Nella risoluzione del Parlamento europeo del 26 aprile 2007, si legge:
Il Parlamento europeo ribadisce il suo invito a tutti gli Stati membri a proporre leggi che superino le discriminazioni subite da coppie dello stesso sesso e chiede alla Commissione di presentare proposte per garantire che il principio del riconoscimento reciproco sia applicato anche in questo settore al fine di garantire la libertà di circolazione per tutte le persone nell'Unione europea senza discriminazioni”; “condanna i commenti discriminatori formulati da dirigenti politici e religiosi nei confronti degli omosessuali, in quanto alimentano l'odio e la violenza, anche se ritirati in un secondo tempo, e chiede alle gerarchie delle rispettive organizzazioni di condannarli”.
Si tratta di un testo che alcuni nostri politici, e anche certi cardinali, dovrebbero leggere molto spesso e con attenzione.

mercoledì 11 maggio 2016

Se il candidato sindaco dice no

La legge sulle unioni civili ha ottenuto la sua approvazione definitiva, dopo un lungo percorso irto di polemiche, passi indietro, cedimenti, manifestazioni dense di odio e luoghi comuni. Un'approvazione che alcuni considerano una sconfitta per le numerose rinunce (tra cui la Stepchild Adoption), mentre per altri si tratta di un decisivo passo in avanti nella battaglia da lungo tempo intrapresa dal movimento LGBT per la conquista dei propri sacrosanti diritti.
Si potrebbe pensare che quei diritti che finalmente sono stati acquisiti con questa legge saranno certamente garantiti e tutelati dalle figure istituzionalmente previste dalla legge stessa.
Eppure, a quanto pare, non tutti la pensano in questo modo. Il candidato sindaco di Roma per il centrodestra, Alfio Marchini, scelto dopo un lungo e quasi penoso tira e molla, ha affermato che non celebrerà alcuna unione civile, se dovesse vincere le elezioni, in quanto non è un compito che spetta al sindaco.

Siamo talmente abituati agli strafalcioni dei politici italiani, che ormai non ci facciamo più caso. Eppure, questa affermazione grida vendetta.
Asserire che la celebrazione delle unioni civili è un compito che non spetta al sindaco significa ignorare completamente la legislazione vigente. Il disegno di legge sulle unioni civili, infatti, afferma che "due persone maggiorenni dello stesso sesso costituiscono un'unione civile mediante dichiarazione di fronte all'ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni". L'ufficiale di stato civile, secondo il DPR n. 396 del 2000, è il "sindaco, quale ufficiale del Governo, o chi lo sostituisce a norma di legge". Dunque, Marchini, semmai sarà malauguratamente eletto sindaco di Roma Capitale, sarà ufficiale di stato civile e, dunque, avrà tra i suoi compiti anche la celebrazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Salvo che non voglia trasgredire la legge e addossarsi le conseguenze.
Inutile dire che questa affermazione deriva, oltre che dall'ignoranza (o forse sarebbe più corretto parlare di malafede?), anche da una detestabile omofobia strisciante tipica di chi dice "non sono contrario al riconoscimento dei diritti gay" e, poi, si comporta, nei fatti, esattamente all'opposto. Ovviamente, l'omofobia è frutto dell'ignoranza e della stupidità.
Oltretutto, un personaggio pubblico che fa queste affermazioni non si rende affatto conto delle assurde conseguenze che potrebbero derivare dal messaggio negativo che sta diffondendo, che si tratti o meno di una mossa studiata per accaparrarsi i voti della frangia di elettori contrari alle unioni civili. Se un sindaco decide di trasgredire ai propri doveri, allora altri soggetti potrebbero sentirsi autorizzati a fare lo stesso: medici, infermieri, funzionari pubblici, notai, tutori dell'ordine potrebbero per assurdo rifiutarsi di svolgere la propria attività in favore di una coppia gay, asserendo che non rientra tra i propri compiti. Forse sto esagerando, il mio potrebbe apparire un paradosso, ma forse anche no.
Mi chiedo cosa accadrebbe se Marchini avesse bisogno di cure e un medico gli rispondesse: "Non sono contrario all'esistenza degli idioti, ma generalmente non li curo, non è un mio compito"!!!

sabato 7 maggio 2016

Sentimenti ed emozioni di una vera storia d'amore

Le emozioni positive sono un bisogno essenziale, un elemento di cui nutrirsi, specialmente nei momenti di sconforto. In questi mesi, ho potuto constatare come l'Huffington Post sia una miniera quasi inesauribile di emozioni che arrivano un po' da tutti gli angoli del globo e che, a volte, sono state anche fonte di ispirazione per questo blog: testimonianze toccanti di personaggi famosi (vedi Ian Thorpe qualche post fa), ma anche esperienze di persone comuni che, magari, possiamo sentire vicine per affinità di sentimenti.
Proprio, sull'Huffpost ho letto di recente una storia che mi ha coinvolto in maniera particolare, quasi un pugno nello stomaco. In questo racconto, ritorna il tema dell'autismo, ma questa volta non si tratta di un episodio di bullismo o di discriminazione, ma di una storia d'amore narrata con termini semplici, ma decisi dalla sua protagonista.
Jessica e CJ stanno insieme da dieci anni e sono molto innamorati. Lei usa queste espressioni per descrivere l'amore che prova: "Mio marito è lo yang del mio ying. La luce del mio buio. Il freno della mia impetuosità. È un padre eccezionale, sempre presente per la sua piccola tribù al femminile".
In questa tribù, tuttavia, la figlia maggiore comincia a mostrare alcuni problemi verso i quattro anni, disagi continui legati ad azioni quotidiane: non sopporta di cambiare strada o di essere toccata dagli altri bambini, è legata in maniera inflessibile alle sue abitudini e non riesce a gestire qualsiasi novità. Jessica è disperata, ma CJ non sembra preoccuparsi, anzi non vede nulla di strano in quelle manie. Piuttosto, quando alla sua bambina viene diagnosticato l'autismo, ne rimane scioccato.
I due cominciano a passare in rassegna tutti i problemi e i criteri diagnostici legati all'autismo della loro piccola e alla fine riescono a capire il motivo per cui CJ considerava normali quelle reazioni: lui condivide gran parte di quelle manie, perché anche lui è autistico. Una successiva diagnosi conferma questa loro intuizione.
Jennifer afferma che, dopo sette anni di amore e condivisione, "tutti i pezzi del puzzle iniziavano a trovare il loro posto: la sua ansia sociale, il suo disinteresse nel conoscere nuove persone, il modo specifico in cui gli piaceva organizzare la dispensa". In quei sette anni, con il loro amore si erano adattati a tutto ciò che poteva sembrare "strano", senza neanche farci caso: "quando ho detto "sì" alla proposta di matrimonio di mio marito, ho detto sì a lui e alle sue stranezze. Lo amavo per il modo in cui vedeva il mondo e per come vi si muoveva. Lo amavo per il modo in cui sapeva sistemare qualsiasi cosa fosse rotta, lo amavo per il modo in cui sembrava adattarsi facilmente alle diverse situazione sociali e per la sua impeccabile attenzione ai dettagli.".
Indubbiamente, in questa storia non si può non prestare attenzione all'importante messaggio sulla necessità di una diagnosi precoce e di un sostegno adeguato nei confronti delle persone autistiche: "le etichette non definiscono o limitano le capacità di una persona, ma possono permettere uno sguardo più profondo nella personalità di ciascuno e metterci nelle condizioni di essere aiutati ad esprimerci al massimo delle nostre potenzialità". D'altronde, se CJ avesse ricevuto questa diagnosi quando era piccolo, avrebbe potuto affrontare diversamente tanti problemi, senza improvvisare, pur rimanendo una persona straordinaria.
Tuttavia, mi colpisce molto anche il messaggio di profondo amore che arriva da questa coppia che ha vissuto le proprie difficoltà senza mai perdere il sorriso e la forza.

Ricordo, che un giorno si parlava tra colleghi di un nostro amico che stava perdendo poco a poco la vista ed era quotidianamente assistito dalla sua compagna. Una signora intervenne molto a sproposito affermando che se si fosse trovata in quella condizione, con un compagno in difficoltà, avrebbe certamente tagliato la corda. Qualcuno le fece notare senza mezzi termini che si stava dimostrando una persona incapace di amare.
Ma amare davvero è molto difficile. L'amore non è certo quello delle fiabe, con il principe che in groppa al suo cavallo bianco corre a salvare la donzella rinchiusa nella torre. Amare, secondo il mio punto di vista, è condividere un progetto di vita insieme, rispettarsi a vicenda, sentirsi protetti, non considerare l'altro come un oggetto acquistato al mercato su cui accampare ogni diritto, affrontare le difficoltà quotidiane e gli ostacoli che altri cercano di porre davanti.
Soprattutto, amare non è un diritto riservato ad alcune categorie e prescinde dal sesso delle persone interessate..... e spero che di questo i molti omofobi che ancora circolano prima o poi se ne facciano una ragione.

martedì 19 aprile 2016

L’ignoranza e la stupidità continuano a fare male

In questo blog mi sono già occupato altre volte delle problematiche legate all’autismo e sono consapevole di quanta ignoranza e indifferenza vi sia attorno a questo tema: ragazzi discriminati sul posto di lavoro, uno Stato assente per coloro che diventano maggiorenni e vengono abbandonati assieme alle loro famiglie, idioti che chiedono di indossare magliette che segnalino il problema.
Quindi, il recente episodio della ragazzina autistica di 13 anni che ha rinunciato al viaggio di istruzione a Mauthausen perché discriminata dai compagni non dovrebbe stupirmi più di tanto.
Eppure, fa male leggere le parole della sua mamma: “L’arrivo di nostra figlia è stato un dono del Signore. Ma dirle che è stato tutto facile no, non me la sento. È dura, è estenuante; è una battaglia ogni giorno. Da piccola non parlava. Passava il tempo e non parlava. Però con testardaggine ha fatto le elementari e adesso è in terza media…. Mia figlia è negli scout. Con il gruppo sta via anche due, tre giorni. Dorme con le altre in tenda. Si comporta da persona normale... Normale... Lo vede che devo giustificarmi? Me l’hanno processata e condannata da innocente… Ma davvero, non ce l’ho con i compagni di classe. I messaggini li considero una ragazzata. Sono gli adulti che mi hanno deluso e rattristato” (da un'intervista pubblicata sul Corriere della Sera).
Ricordo quando avevo dieci anni, ero un ragazzino timido e qualche compagno in gita ebbe alcuni problemi a dormire con me perché “ero troppo serio e portavo gli occhiali”. Poi, sono cresciuto, ho raggiunto da solo i miei obiettivi, perché in realtà non avevo nessun problema e le stupidaggini dei bambini viziati e cattivi sono scivolate via.
Altri ragazzi che, invece, hanno problemi andrebbero aiutati, ma l’indifferenza scava un abisso intorno a loro, abisso che molto difficilmente potranno superare da soli, mentre le cattiverie altrui sono ferite profonde che si porteranno dentro.
Il Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini ha inviato ispettori ministeriali a scuola a Legnano per chiedere chiarimenti. Un atto doveroso questo, che riguarda il singolo caso, ma non basta a risolvere il problema generale.
Lo Stato dovrebbe fare molto di più con interventi che tutelino e sostengano le famiglie di bambini autistici, adottando anche campagne di sensibilizzazione sul tema. Tuttavia, queste opere di sensibilizzazione non serviranno a nulla, se tutti noi che siamo parte integrante di questa società continueremo a pensare che i problemi sono sempre e solo degli altri.
Citando Temple Grandin, "different, not less".


Su Facebook negli ultimi giorni circola un messaggio su questo tema da ricopiare come in una “catena di Sant’Antonio”, ma io ho preferito non ricopiare nulla e scrivere qui ciò che penso davvero, cercando di contribuire con una mia piccola goccia.

sabato 16 aprile 2016

La famiglia è dove c'è amore

Il titolo di questo post potrebbe sembrare banale a qualcuno, ma abbiamo potuto constatare, soprattutto in questi ultimi mesi, che molte persone hanno idee un pochino confuse o forse troppo radicali in merito ai concetti di famiglia e sentimenti.
Ieri sera, invece, Paola Cortellesi e Laura Pausini hanno dato una splendida dimostrazione di cosa sia davvero l'amore. Le due talentuosissime artiste si sono da sempre rivelate anche due grandi donne e nel loro show hanno diffuso messaggi importanti, in particolare contro il bullismo e la violenza sulle donne.
Nella puntata di ieri, quella conclusiva dello spettacolo, il monologo emozionante di Paola ha avuto, invece, come tema centrale la famiglia: la piccola Anna è stata concepita da due ragazzi diciannovenni, forse troppo giovani per diventare genitori. Perlomeno, lui è convinto di non essere in grado e decide di tagliare la corda e abbandonare madre e figlia. Le due donne affrontano la loro vita da sole, ma in fondo la piccola Anna non è così dispiaciuta: con la madre sta bene, è serena e non sembra avvertire la mancanza di nulla. Finché un giorno non arriva Massimo, che diventa il fidanzato della madre: Anna è gelosa perché non ha più la madre tutta per sé e teme di essere presa in giro dai compagni. Dopo un po' di tempo, però, capisce che Massimo le vuole bene: le da affetto e la difende a scuola dalla direttrice che vorrebbe punirla per una marachella. Alla fine, Anna ritrova la serenità insieme a lui e alla madre, diventando finalmente una famiglia, ma il lieto fine non è sempre dietro l'angolo: la madre muore di cancro e il padre biologico sembra volersi fare avanti e chiedere l'affidamento della bambina. Tuttavia, Anna non vuole lui come padre, non ne riconosce nemmeno la voce, è solo un perfetto estraneo. Viene lasciata libera di scegliere e decide di tornare a casa dove Massimo sta cucinando: lo abbraccia e lo chiama finalmente papà, perché è solo l'amore che conta.


Il monologo si alterna alla canzone "In una stanza quasi rosa" cantata da Laura Pausini e Biagio Antonacci, una canzone bellissima sull'amore libero da tutti i pregiudizi, (gay o etero): "Qui nessuno può dividere quello che ha voluto Dio, qui nessuno può decidere per noi, accarezzami senza vergogna, ridi pure se ti va e vedrai che primo o poi lo farai fuori da qui, senza paura e con il sole, senza più occhi da evitare, senza paura e con il sole, con il coraggio di chi vuole".
Grazie a Paola, Laura e Biagio che ci hanno regalato queste emozioni! È sempre bello che personaggi famosi e amati lancino messaggi positivi.


In questi mesi, tanti soggetti si sono riempiti la bocca con queste parole "il diritto dei bambini ad avere una madre e un padre", ma ciò di cui i bambini hanno davvero diritto è di essere amati e di stare con le persone che sono in grado di dare loro affetto. La stessa Cortellesi ha definito la Stepchild Adoction in maniera chiara come "il diritto di una creatura di stare con chi gli vuole bene e non con un parente a caso", una bella risposta a chi non ha fatto altro che parlare di pratiche contro natura e utero in affitto, evitando che la Stepchild Adoction venisse approvata.
Qualche politico ha parlato di una possibile legge organica sulle adozioni, ma finora non mi sembra vi sia ancora traccia. Sarebbe, invece, importante che il tema venisse affrontato in maniera seria, considerato che tanti bambini italiani continuano a marcire negli orfanotrofi: per loro le parole "diritto ad avere una madre e un padre" sono davvero solo parole.

sabato 2 aprile 2016

La Giornata Mondiale della consapevolezza dell’autismo

Oggi ricorre la nona edizione della Giornata Mondiale della consapevolezza dell’autismo, una giornata di sensibilizzazione voluta dall’Onu con molte iniziative volte a promuovere la conoscenza di questa disabilità. Per l'occasione, i monumenti di molte città italiane e mondiali sono stati illuminati di blu.
Leggo che in realtà si tratta di una delle malattie meno conosciute e meno indagate. Secondo alcune stime in Italia le persone colpite sarebbero circa mezzo milione, ma non vi è certezza di questi numeri, così come non vi è consapevolezza delle cause e delle conseguenti terapie da adottare. La maggior parte degli studi e delle ricerche parla di autismo infantile, senza considerare che quei bambini poi cresceranno e l'autismo, quel peso che si portano addosso, non scomparirà con il raggiungimento della maggiore età. Arrivati a quel punto, piuttosto, le difficoltà saranno ancora più grandi perché lo Stato (almeno quello italiano) non è pronto a questo passaggio e la società ancora non è preparata ad accoglierli.
Riguardo all'atteggiamento della società, in un mio precedente post (Alla ricerca di piccole gocce di umanità) avevo parlato della storia di Andy, ragazzo inglese autistico, cameriere in un ristorante di Manchester difeso dal suo datore di lavoro contro la stupidità e l'ignoranza dei clienti.
Adesso, comunque, vorrei parlare di un episodio che mi ha toccato molto più da vicino. Un mio collega di lavoro aveva due figli, tra cui una bambina autistica, alla quale si è dedicato con tutte le sue forze per farla crescere con serenità, con le cure adatte e, soprattutto, con immancabile affetto, dovendo supplire a quello della madre che ha pensato bene di abbandonare tutti e andarsene. Purtroppo devo parlare al passato, perché il mio collega se ne è andato quasi due anni fa per un tumore al cervello. La bambina, ovviamente, non può essere affidata ai nonni troppo anziani e adesso si trova in un Istituto. Noi colleghi abbiamo cercato di star vicino alla famiglia anche economicamente con piccole collette. Tuttavia, se la situazione è quella descritta negli articoli che ho appena letto, mi viene una grande tristezza nel pensare a cosa accadrà a quella bambina una volta divenuta maggiorenne. Spero, quindi, che lo Stato intervenga per risolvere situazioni simili a questa e per aiutare persone che non possono essere lasciate da sole.


Cronache di viaggio: piccole sorprese pasquali

Posto con un po' di ritardo il mio resoconto di viaggio pasquale, ma purtroppo la linea telefonica casalinga in questi giorni mi ha dato qualche problema (per usare un eufemismo)...meglio tardi che mai!


Stranamente, il viaggio da Roma a Potenza per trascorrere le festività pasquali con i miei familiari questa volta non è stato preceduto dai soliti seccanti imprevisti lavorativi dell'ultimo minuto che generalmente mi costringono ad arrivare alla stazione con l'affanno. Fortunatamente, ho lasciato l'ufficio con una bella sensazione di tranquillità, dopo aver concluso la mia attività lavorativa.
Recandomi verso la stazione Termini e osservando i numerosi militari ormai perennemente impegnati a difesa della nostra sicurezza nei punti strategici della città non ho potuto fare a meno di pensare agli ultimi tristi avvenimenti, gli attentati terroristici di Bruxelles che ci hanno fatto capire ancor di più quanto siamo fragili e vulnerabili.
Il viaggio in treno è proseguito abbastanza serenamente e senza particolari ritardi (quasi un evento): pochi disturbatori telefonici la cui premura principale sembra sia quella di far sapere all'intero Universo i propri problemi personali (sono molto diffusi in metropolitana) e alcuni passeggeri simpatici con cui scambiare qualche chiacchiera, compresa una coppia di ragazzi in cui lei ammirevolmente e pazientemente tentava di spiegare al fidanzato giochi enigmistici molto complicati (almeno per lui!).
Venerdì sera io e la mia migliore amica abbiamo deciso di dedicarci al cinema. Accantonato il troppo pubblicizzato "Batman vs Superman", abbiamo scelto un film che fortunatamente contribuisce a mostrare le bellezze della nostra Basilicata: "Un paese quasi perfetto". In sintesi, la trama è la seguente: nel paese di Pietramezzana (nome inventato che nasce dall'unione di Pietrapertosa e Castelmezzana), la miniera che costituiva la principale fonte di lavoro del paese ha chiuso ormai da diversi anni e gli abitanti in cassa integrazione sopravvivono grazie all'indennità mensile concessa dallo Stato. Molti decidono di abbandonare il paese per recarsi in città, incluso l'attuale sindaco il cui posto viene preso da Domenico (Silvio Orlando) che insieme ai suoi amici non vuole arrendersi a questa umiliante situazione. Una soluzione potrebbe esserci: l'apertura di una nuova fabbrica da parte di alcuni investitori che, tuttavia, hanno dettato alcune condizioni, tra cui la presenza di un medico condotto nel paese. Medico che, però, gli abitanti non sono mai riusciti a trovare. Nel frattempo, Gianluca (Fabio Volo), chirurgo estetico milanese, viene spedito temporaneamente in paese a seguito di un'infrazione: questa è una bella occasione per Domenico e i suoi amici che usano tutti i trucchi possibili per convincere Gianluca a rimanere e a diventare il loro medico, tra cui fargli trovare soldi sotto la bicicletta o fargli credere che gli abitanti hanno messo in piedi una squadra di cricket, il suo sport preferito.


Il film è in pratica una favola sulla volontà di reagire agli eventi sfortunati grazie anche alla forza che deriva dall'unione e dalla collaborazione tra amici. Il finale positivo arriva puntualmente: la fabbrica si rivela un bluff, ma il paese, grazie ai suggerimenti di Gianluca (che nel frattempo si è affezionato e vuole rimanere), riesce a sfruttare gli effluvi benefici delle grotte dell'ormai chiusa miniera creando una stazione termale. Il tanto agognato lavoro finalmente arriva per tutti. Ovviamente, come dicevo prima, il pregio del film è quello di mostrare i bei paesaggi lucani e i piccoli e caratteristici paesi, continuando lungo il percorso intrapreso da Papaleo con il suo "Basilicata coast to coast".


Queste vacanze pasquali ovviamente non potevano non essere dedicate al cibo e ai prodotti tipici lucani. Abbiamo deciso di rimanere a casa domenica, ma sabato sera con alcuni amici siamo andati in un locale molto interessante: l'intenzione iniziale era mangiare una pizza, ma poi il proprietario, amico di un ragazzo della nostra comitiva, ha deciso di deliziarci con una gran quantità di antipasti che hanno messo in luce la meravigliosa qualità della cucina nostrana: salumi, formaggi, melanzane, peperoni.... solo per citare alcuni ingredienti. Ovviamente, lo spazio residuo per la pizza era ben poco. La cena si è conclusa con alcuni liquori casalinghi, davvero molto buoni, che hanno dato vita a reazioni esilaranti!


Per gli auguri pasquali ho pubblicato sul mio profilo Facebook una bella frase di Susanna Tamaro che riporto anche qui: "Il periodo che precede la Pasqua è il periodo in cui la vita si muove nuovamente verso la sua pienezza e, con questa sua forza oggi così poco compresa, spinge anche noi a rinnovarci, ad abbracciare con una nuova visione lo scorrere incerto della vita". L'augurio è che questo rinnovamento arrivi davvero, sebbene le notizie che sono continuate ad arrivare anche durante il periodo pasquale non sono state molto incoraggianti.
Mercoledì, giorno del mio ritorno a Roma, è arrivato davvero troppo presto. Il treno mi ha riportato celermente (e incredibilmente, ancora una volta, senza troppi ritardi) nella Capitale, ai miei quotidiani impegni. Appuntamento al prossimo viaggio!!!

martedì 15 marzo 2016

I bambini ci guardano

Come ho avuto modo di dire qualche post fa, l'omofobia peggiore è quella strisciante dei finti perbenisti che avanzano imperterriti nel loro devastante e distorto intento moralizzatore, senza aver alcun riguardo dei sentimenti delle persone vere.
L'ormai famigerato Mario Adinolfi, a quanto pare, ha fondato un nuovo partito, il "Popolo delle famiglie" e a suo favore si è ovviamente schierato Padre Livio che ai microfoni di Radio Maria ha intessuto un lungo panegirico non privo di esaltazione e fanatismo. In disparte le solite violente frasi omofobiche, l'affermazione che sicuramente non può passare inosservata è quella secondo cui questo nuovo partito impedirà che le maestre spieghino ai bambini come ci si masturba. Ovviamente, il riferimento è alla "teoria del gender" nelle scuole che è diventata da un po' di tempo uno spauracchio generale.
Sinceramente, credo che queste affermazioni dimostrino soltanto una colossale ignoranza, oltre alla solita strumentalizzazione dei bambini, divenuti l'ostaggio principale di questa moralizzazione. Di sicuro, le maestre non devono insegnare ai bambini pratiche autoerotiche!!! Come affermato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (le cui posizioni sono state spesso interpretate in maniera distorta), è necessario sensibilizzare i bambini ai temi della sessualità nel rispetto delle varie fasi di maturazione e adottando il loro punto di vista, partendo dal presupposto che i fanciulli non possono essere rinchiusi nella classica campana di vetro per poi ritrovarsi immaturi e spaventati alle prese con le prime naturalissime esperienze (inclusa quella di scoprirsi omosessuali). Difficilmente, la società potrà evolversi e accettare questi argomenti se personaggi pubblici che devono dare il buon esempio lanciano messaggi così negativi.
A quanto pare, comunque, l'Italia è in buona compagnia. A Taiwan, sicuramente tra i Paesi più evoluti in Asia orientale in materia di diritti LGBT, c'è stata una recente polemica su una pubblicità in cui un ragazzo decide di confessare la propria omosessualità al padre in un McCafè, scrivendo su uno dei bicchieri del fast-food quali siano le sue reali preferenze sessuali. Il padre, inizialmente sconvolto, sembra allontanarsi, ma poi si riavvicina al figlio e scrive su quello stesso bicchiere che a lui sta bene che il ragazzo sia gay. Questo messaggio, che ha emozionato migliaia di persone, ha fatto anche molto innervosire le associazioni familiari di Taiwan, che hanno chiesto di boicottare la famosa catena di ristoranti, affermando che il Mcdonald è frequentato da bambini ed è particolarmente importante non promuovere comportamenti omosessuali. Per l'associazione quella pubblicità potrebbe inquinare le nuove generazioni, per cui andrebbe fermata.
Ovviamente, quello che colpisce maggiormente, a parte la somiglianza con certe posizioni italiane, è l'intento di preservare i bambini da un pericolo inesistente, come se l'omosessualità sia una malattia contagiosa o un cattivo esempio da non imitare. Fortunatamente, il messaggio positivo ha superato la censura, considerato che su Youtube il video conta oltre un milione e mezzo di visualizzazioni.


giovedì 10 marzo 2016

Alla ricerca di piccole gocce di umanità

Episodi atroci di efferata violenza, da ultimo il delitto di Roma, non possono certamente lasciare indifferenti. Procurano sempre quel sentimento di orrore e disgusto non solo per la ferocia e la spietatezza di certi esseri che di umano mostrano poco, ma anche per quegli pseudo opinionisti che cavalcano l'onda delle notizie, scavano nella vita privata delle persone coinvolte e traggono le loro conclusioni banali e offensive.
In questi momenti la mia fiducia verso il genere umano vacilla pericolosamente e sento di aver bisogno di un po' di conforto, di sentire che in giro ci sono ancora piccole gocce di umanità. Per fortuna la mia attenzione si concentra su una notizia a prima vista un po' triste.
In un ristorante di Manchester, un giovane cameriere di nome Andy svolge il suo lavoro con impegno e professionalità da circa tre settimane ed è certamente benvoluto dal proprietario Mike. Tuttavia, alcuni clienti non vogliono essere serviti da lui. Il motivo è presto detto: il giovane e volenteroso Andy è purtroppo affetto da una forma di autismo. Nonostante l'impegno del ragazzo, i clienti non vogliono sentir ragione e addirittura invitano il giovane a segnalare la sua malattia con una maglietta, oltre a chiedere scandalizzati al proprietario perché lo faccia lavorare!
Le parole a volte feriscono molto più delle coltellate e sicuramente le discriminazioni non aiutano Andy che cerca solo di inserirsi nella società e superare gli ostacoli che la sua malattia gli pone continuamente davanti. Tra questi ostacoli vi è sicuramente l'ignoranza di alcune persone, il loro finto perbenismo: certamente, dovrebbero essere loro a portare una maglietta che evidenzi il loro problema, ovvero una grave forma di idiozia.
Fortunatamente, Andy tra i tanti ostacoli è riuscito a trovare un bravo datore di lavoro. Mike nella sua pagina Facebook con poche e incisive frasi ha chiesto a tutti i clienti del suo ristorante che credono di non dover farsi servire da Andy di non prenotare nel suo locale.
Mike e la sua compagna Karen hanno affermato che tutto quello che interessa loro è avere qualcuno con entusiasmo e passione, cui insegnare poi tutto ciò che serve.
Un esempio meraviglioso di umanità e rispetto, contro ogni forma di discriminazione e di assurda paura del "diverso".


venerdì 4 marzo 2016

Ritornare a far parte della vita: la storia di Ian Thorpe

In questi giorni di continue polemiche e notizie drammatiche, leggere il post di Ian Thorpe appena pubblicato sull'"Huffington Post" è stato davvero confortante. Ian è un grande campione australiano di nuoto, vincitore di ben 27 medaglie d'oro e dominatore delle olimpiadi di Sidney nel 2000, ma è soprattutto una persona di straordinaria umanità.
Soffre fin dall'adolescenza di una sindrome depressiva, cui si sono aggiunti successivamente alcuni problemi di alcolismo, e continua ancora adesso a lottare contro questo male oscuro e insidioso, ma, come afferma lui stesso, ha deciso di non permettere più di esserne influenzato. La depressione è un male spesso invisibile agli altri che non sempre riescono a capire che cosa realmente si provi nelle lotte quotidiane. Questa incomprensione è ancora più accentuata nel suo caso, un atleta di talento che poteva avere tutto il mondo nelle sue mani, mentre dietro un'apparenza di felicità si nascondeva un inferno. Da qui il senso di colpa di chi dovrebbe sentirsi fortunato rispetto ad altri che non hanno avuto le stesse possibilità, un senso di colpa che aggrava ancor di più la depressione in un circolo vizioso.


Il campione, nel suo toccante articolo, parla dei traguardi raggiunti e del suo impegno per raggiungerne altri e della necessità di reagire, forgiando la propria realtà: "Possiamo anche trovarci nella morsa della nostra depressione ma abbiamo sempre la possibilità di controllarla in qualche modo. Se dimostri accondiscendenza verso la tua malattia e la accetti, allora cadrai nella trappola della depressione e dell'atteggiamento che la depressione ti obbliga ad assumere.
Il suo è un messaggio di speranza, per cui è possibile ritornare a vivere in mezzo agli altri rompendo quell'isolamento cui la depressione spesso conduce: "C'è bisogno di tornare a far parte di questo mondo, a tutti è concessa la possibilità di ricostruire la propria resilienza nei confronti dei propri tormenti. È possibile ritrovare il senso di se stessi e sentirsi nuovamente parte di questa vita. Oggi, sono in grado di apprezzare la vita, non solo dimostro riconoscenza ma cerco anche di viverla al meglio. Mi sento tremendamente felice e voglio ricordare agli altri che vale la pena perseguire la felicità. Non do per scontato nessuna delle possibilità che la vita mi ha regalato".
Sicuramente, un evento che gli ha consentito di iniziare a rompere questo muro è stato il suo coming out nel 2014: rivelare la propria omosessualità gli ha permesso di spazzare via tutte le bugie che aveva costruito negli anni per paura di ledere quell'immagine di atleta bello, forte e imbattibile che tutti avevano di lui, smettendo finalmente di negare la propria natura.
Le parole di Ian Thorpe, cui auguro di raggiungere tutti i traguardi che si è prefissato, sono ovviamente uno stimolo per tutti, non solo per coloro che soffrono di depressione, a non abbattersi e a vivere pienamente la propria vita.

domenica 28 febbraio 2016

Indebite ingerenze e leggi dimenticate

In questi giorni, nel corso della discussione parlamentare sul disegno di legge in materia di unioni civili, abbiamo assistito ad un poco edificante teatrino di manovre politiche, dettate da squallidi interessi di parte, in cui i diritti ed i sentimenti di persone vere sono passati in secondo piano (per usare un eufemismo). Di questo specifico argomento, comunque, si è parlato a lungo in varie sedi, per cui, almeno per il momento, non vorrei procedere ad ulteriori discussioni.
Invece, avrei un gran desiderio di parlare di un tema che potrei definire "parallelo", ovvero la lotta all'omofobia. Lo spunto mi è arrivato da un articolo di Carlo Troilo apparso su "L'Espresso" di mercoledì scorso. Il giornalista sottolinea come l'intervento del Cardinal Bagnasco,  finalizzato ad ottenere il voto segreto in alcuni punti di discussione della legge sulle unioni civili, costituisca una ingerenza nelle vicende politiche italiane, in palese contrasto con il Concordato. A questo punto, il giornalista, dinnanzi a tanto zelo nel contrastare le adozioni gay, si chiede provocatoriamente perché i vescovi non si impegnino in maniera altrettanto vigorosa per sbloccare altri  provvedimenti, che possono essere considerati in linea con i precetti della Chiesa, tra cui la legge contro l'omofobia, giacente al Senato da più di due anni.
La provocazione di Troilo riporta alla luce temi che rischiano di essere dimenticati, pur essendo molto delicati: ovviamente, la Chiesa non può sbloccare provvedimenti di legge, dovrebbe solo esternare il proprio pensiero (possibilmente soltanto tramite moniti del Papa, uno dei pochi esseri umani all'interno del Vaticano), mentre è compito del Parlamento procedere celermente all'approvazione di importanti disegni di legge giacenti.
L''omofobia è un grave problema che mi tocca molto, essendo stato un ragazzino molto sensibile e timido e, quindi, potenziale vittima di atti di bullismo (ho usato il termine "potenziale" perché fortunatamente ho incontrato quasi sempre compagni tranquilli, per cui le prese in giro non sono state eccessive, ma tremo all'idea di cosa mi sarebbe accaduto se fossi andato in "certe scuole").


In un bellissimo post pubblicato nel suo blog "Distanti saluti", Giovanni Fontana giustamente afferma che l'omofobia è una parola non corretta, da cui si evince che l'unica fonte di odio verso gli omosessuali è la paura, mentre "il disprezzo per gli omosessuali ha molte forme: la repulsione, l’odio diretto, l’ignoranza schietta, il conformismo che ride del diverso, e in generale un approccio acritico, che non si domanda davvero che bene o male possa fare un omosessuale, ma si affida a quello che ne pensa l’ambiente che si ha attorno. E l’ambiente è spesso maschilista, banale, ferocemente canonico". Il post parla soprattutto di omofobia nel mondo del calcio, raccontando la storia, poco nota in Italia, di Graeme LeSaux, calciatore inglese oggetto di una vera e propria persecuzione da parte dei suoi compagni di squadra, convinti che fosse gay, e, subito dopo, da parte delle tifoserie. Che il ragazzo non fosse realmente gay era solo un dettaglio, tutti avevano deciso, in base ai giornali che leggeva, alla musica che ascoltata, agli amici con cui andava in vacanza, che era omosessuale e che per questo doveva diventare oggetto di continuo dileggio e disprezzo.
In Italia, episodi del genere, anche fuori dal mondo del calcio, ce ne sono tanti e finiscono sui giornali soltanto quando la vittima di turno decide di togliersi la vita. Per non parlare degli episodi di pestaggio (a Roma intorno alla zona del Colosseo erano molto frequenti in un certo periodo) da parte dei cosiddetti "uomini veri", anche se mi chiedo se possano considerarsi davvero uomini o  se siano invece bestie  (non vorrei, però, offendere gli animali con questo paragone).
Per questi motivi, c'è bisogno in Italia di una legge che contrasti tali fenomeni, punendoli severamente, oltre ad una campagna di sensibilizzazione. Tuttavia, mi chiedo come possa avvenire questa sensibilizzazione in un Paese come il nostro in cui è tanto diffusa quell'omofobia strisciante propria dei falsi perbenisti che organizzano manifestazioni in favore della famiglia incentrate sull'odio verso il diverso, in cui l'organizzatore principale (tale Gandolfini), di fronte ai suicidi di giovani omosessuali, suggerisce di spingerli verso l'eterosessualità, in cui i politici infestano i social di battute infelici (vedi Formigoni).
Una veloce ricerca sul sito del Senato mi ha consentito di capire a che punto sia l'approvazione di questo provvedimento contro l'omofobia e di comprendere di cosa realmente stiamo parlando. A quanto pare, il testo presentato dall'Onorevole Scalfarotto del PD è stato approvato dalla Camera dei Deputati nel settembre del 2013, poi trasmesso al Senato: la discussione in Commissione Giustizia è, tuttavia, ferma dal mese di luglio del 2014.
Il testo prevede reclusione e multe per chi stiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi fondati sull'omofobia o transfobia, per chi istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per i medesimi motivi, per chi partecipa ad organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi aventi tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza basata sull'orientamento sessuale. Viene, in ogni caso, fatta salva la libertà di opinione ed espressione (tutelata, comunque, dalla Costituzione), purché non si istighi all'odio o alla violenza.
La discussione è ferma in Senato a causa dell'ostruzionismo, neanche a dirlo, di NCD e, in particolare, di Giovanardi, cui si aggiungono i pareri contrari di altre forze politiche (tra cui la Lega, altra grande sorpresa!), che temono venga lesa la libertà di opinione, nonostante le salvaguardie stabilite dalla legge stessa.
In sintesi, i politici hanno paura che, andando in giro a dire che i gay sono malati e che le unioni civili sono contro natura, qualcuno possa fargli causa. Tuttavia, non si preoccupano minimamente che tanti ragazzi possano essere picchiati o indotti al suicidio, non è quella la loro priorità. E qualcuno dice ancora che viviamo in un Paese civile!!!