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lunedì 14 gennaio 2019

Il libro del mese – "Amicizie profane" di Harold Brodkey

«Si desidera l'amore in varie forme. Si desidera un nudo mondo di amore in luogo di quello della malinconica quotidianità, un mondo in cui ci siano la passione del cuore e la passione dei sensi, un mondo invaso da un tale calore, da un tale sgomento di luce, che potrebbe anche essere l'Inferno».
Harold Brodkey scrisse "Amicizie profane" nel 1992 durante un suo lungo soggiorno a Venezia, su invito del Consorzio Venezia Nuova, in un'edizione fuori commercio che fu successivamente rivista, ampliata e pubblicata da Mondadori nel 1994 con la traduzione di Delfina Vezzoli.
"Amicizie profane" è un romanzo essenzialmente dedicato all'amore e al ricordo. È la storia di un rapporto di amicizia che nasce tra due ragazzi, l'americano Nino (voce narrante) e il veneziano Onni, nel momento in cui, ancora bambini, le loro vite si incrociano sui banchi di scuola, per poi proseguire attraversando fasi alterne fino a sfociare in una forma particolare di amore, divenendo, appunto, un'amicizia "profana".



L'autore, con una scrittura elegante, travolgente, fortemente introspettiva e ricca di divagazioni filosofiche e spunti di riflessione, analizza nel dettaglio le dinamiche dei rapporti tra i due ragazzi attraverso i vari stadi in cui si sviluppa questa loro amicizia "profana", tra momenti di tenerezza e aspri contrasti, avvicinamenti e rifiuti, in un ritrovarsi reciproco a volte ossessivo e morboso. Un'indagine profonda senza alcuna autocensura ("Mi riservo il diritto di essere pornografico. Senza pudore" afferma l'autore nel prologo) alla scoperta continua di ogni sfaccettatura del sentimento e della sessualità.
Durante l'infanzia, ovvero la prima fase di questo rapporto, Nino pare avvertire fin da subito il particolare magnetismo di Onni, nella sua bellezza infantile che già inizia a farsi notare. Tra di loro nasce un legame quasi simbiotico e di dipendenza, che finisce per scatenare pure qualche sentimento di gelosia e avversione tra i familiari dei ragazzi. Ma ormai chiunque abbia modo di osservarli non riesce più a considerarli come due elementi separati. È un legame molto forte, fatto anche di giochi violenti e di litigi, ma che si interrompe bruscamente nel momento in cui Onni inizia a farsi coinvolgere dal regime mussoliniano assumendo le vesti di 'bambino fascista'. Nino, profondamente deluso e trascurato, fa ritorno in America con la famiglia prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.
La seconda fase, al termine della guerra, è segnata dal ritorno a Venezia di Nino che, ormai quattordicenne, non appare pienamente felice ed entusiasta («Non avevo voglia di chiamare nessuno. All'inizio non avevo nessuna energia e nessuna volontà, nessun desiderio preciso, né una voglia particolare di vivere attivamente. Ero ammalato di adolescenza, di infedeltà dell’attenzione»), almeno fino al suo casuale riavvicinamento a Onni, divenuto uno splendido sedicenne. È a questo punto che i caratteri e i sentimenti dei due protagonisti iniziano a delinearsi con maggior precisione. Nino è un ragazzo riservato, pudico, pacifista e si ritrova di fronte a un Onni decisamente più trasgressivo e ardimentoso, perso nel suo desiderio di rivalsa, nella sua incontenibile volontà di emergere e di sfondare come attore. È una fase in cui i sentimenti di Nino verso Onni sono ancora poco chiari, divisi tra il legame di affetto amichevole, il fascino della seduzione, il disagio nei confronti di quell'elemento di perversa corruzione che in Onni ormai insisteva (vittima di violenza sessuale durante il conflitto, aveva iniziato a prostituirsi spinto dalla madre e dalla zia), per la sua disinibita e sfrontata sensualità, per i loro primi approcci sessuali.


Nella terza fase, li ritroviamo ormai adulti e girovaghi per Venezia, in una lunga notte di bagordi in cui Nino ha ormai raggiunto una maggior consapevolezza del proprio potere, delle proprie sensazioni e di quelle di Onni: «Lui non ha mai amato … Io rappresento tutto ciò che sa dell’amore … Generalizza a partire da me. Sta riempiendo le lacune nel suo repertorio, e soffre … Il tanto amato Onni sta elaborando sospetto e antipatia, meschinità e rabbia in quello stomaco bruto, rabbia e ossessione per essere ossessionato da qualcuno in calde ondate di ebbrezza che montano e si frangono nei flussi e riflussi di una marea travolgente. Sentii una grande paura, sentii la verità dei miei sentimenti … sentimenti diversi … sentii una specie di risata rassegnata e un’irrefrenabile risata interiore di esultanza, come se stessi nuotando in alto mare tra onde enormi sopra vasti abissi. Penso che Onni sia un innamorato che non sa amare, e io sono uno che sa amare ma che non lo amerà oltre un certo limite».
Infine, a Venezia giunge la vecchiaia, il ricordo nostalgico del passato, della giovinezza, il rimpianto inutile per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, per non aver trovato un "amore destinato a durare tutta la vita, solido come una piramide, massiccio e davvero immortale", magari con una persona diversa, la successiva consapevolezza che in fondo ciò che conta è aver amato ed essere stati amati.
"Amicizie profane" è anche una lunga e profonda riflessione sulla realtà, sul tempo e sul ricordo, in cui il ricordo viene considerato come uno strumento non adatto, per sua natura, a cogliere la continuità del tempo – ove il tempo è costituito da una sequenza di momenti che, a loro volta, risultano nascosti tra le pieghe del ricordo stesso - essendo una visione fugace, incapace di intravedere il momento reale: «Avete mai pensato al fascino dell'idea di onnipotenza? Per me, nel ricordo, Onni esiste privo di peso, privo di presenza, di volumi, di masse e di umori, e privo della sua volontà. Nella mente non si trovano statue sepolte o antiche città. La mente non porta niente di tangibile dentro di sé. Tutto è memoria e opinioni. È spettrale. Che strano posto per cercarvi lo spirito e la carne di un amore reale».


Eppure Nino mostra un certo disagio verso la realtà, quasi un'amarezza e un senso di persecuzione, desiderando, piuttosto, intraprendere una conoscenza sentimentale: «La realtà, la realtà vera e propria, ha per me un fascino nervoso e nauseante, ma io anelo alla pace di quella assoluta libertà di schizzare in avanti, di lato o indietro che trovi solo nei libri. O in una storia che non sia questa».
Brodkey ci regala, poi, un ritratto vivido di Venezia, che è forse la vera protagonista del romanzo, colta nella sua grandiosità e nei suoi dettagli architettonici e monumentali, intarsiata di "palpebre tremolanti" e con un occhio vigile che dà l'impressione di sentirsi sempre osservati e non consente mai una vera e propria solitudine. È una Venezia dipinta con colori fervidi e ricchi di sfumature, tra giochi di luce e di ombre che accompagnano gli stati d'animo e le peregrinazioni sentimentali dei due protagonisti tra calli, ponti, canali e campielli. Una Venezia su cui il narratore insiste fermamente fino alla fine, osservandola dopo tanti anni nella sua vecchiaia e fragilità, con la sua evidente dolcezza perversa, quasi che la sua decadenza si sia accompagnata pian piano a quella dei suoi personaggi.
"Amicizie profane" è, dunque, un complesso e grandioso romanzo veneziano, un racconto di formazione e una spietata e lucida analisi di rapporti e sentimenti tra amicizia e amore, un viaggio lungo una vita tra struggimenti, ossessioni morbose e rimpianti, il «tentativo di rappresentare un piccolo aspetto dell'amore nelle sue dimensioni limitate e nel suo colore, nella sua pochezza».

domenica 5 agosto 2018

Il libro del mese – "Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Erich Maria Remarque

«Dovevano essere per noi diciottenni tutori e guide all'età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla cultura e al progresso; insomma all'avvenire. Noi li prendevamo in giro e talvolta facevamo loro dei piccoli scherzi, ma in fondo credevamo a ciò che ci dicevano. Al concetto dell'autorità di cui erano rivestiti, si univa nelle nostre menti un'idea di maggior saggezza, di più umano sapere. Ma il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa convinzione. Dovemmo riconoscere che la nostra età era più onesta della loro, che ci sorpassavano soltanto nelle frasi e nell'astuzia. Il primo fuoco tambureggiante ci rivelò il nostro errore, e fece crollare la concezione del mondo che ci avevano insegnato».
"Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Erich Maria Remarque è uno straordinario romanzo sugli orrori e sull'assurda follia della Prima Guerra Mondiale, un romanzo che indubbiamente risente dell'esperienza personale dell'autore, che nel 1916 fu spinto ad arruolarsi volontariamente e nel 1917 fu spedito sul fronte occidentale, dove rimase gravemente ferito.
Il romanzo ruota intorno alle vicende di quattro ragazzi, Paul Baumer, la voce narrante, Albert Kropp, ritenuto il più intelligente del gruppo, Muller, che in caserma e sul fronte ancora si tirava dietro i suoi libri di scuola sognando una sessione di esami di emergenza, Leer, barbuto e con una predilezione per le ragazze dei bordelli riservati agli ufficiali. Quattro diciottenni, compagni di scuola, che decidono di arruolarsi volontariamente e di recarsi a combattere al fronte, spinti dai discorsi esaltati del loro professore, Kantorek, che cerca in ogni modo di imprimere loro il senso del dovere verso la patria e la necessità di difenderla da ogni pericolo.


Kantorek era un idealista, come ve ne erano tanti all'epoca, che si considerava favorevole all'intervento in guerra pur rimanendo in patria e, ammantato di una parvenza di saggezza, aveva creato nelle menti dei giovani in procinto di arruolarsi un mondo illusorio, destinato a crollare con il primo compagno morto, colpito da una granata.
La narrazione si apre immergendoci subito negli orrori della guerra, con un apparente cinismo che vuol essere un modo per fuggire mentalmente da quella barbarie, cercando gli aspetti positivi e inseguendo una sensazione di leggerezza. I giovani soldati hanno appena ricevuto il cambio al fronte e stanno facendo ritorno nelle retrovie, dopo aver ricevuto un duro attacco da parte dei nemici e aver subito numerose perdite. Eppure mettono da parte lo spavento e il dolore e si aggrappano a tutto ciò che di positivo ci può essere, come una doppia razione di rancio, una sigaretta in più, un paio di stivali, pensando alla possibilità di starsene alcune ore tranquilli all'aria aperta a leggere, a giocare carte e a parlare.
Il dramma di questi ragazzi, come viene ribadito più volte nel romanzo, soprattutto nelle riflessioni di Paul, è il non aver fatto in tempo a mettere radici, essendo troppo giovani per creare progetti in vista dell'avvenire e per costruire propri saldi punti di riferimento: si sono presentati al fronte rivestiti di ideali romantici, ben presto distrutti e soppiantati da un senso pratico che rischia di farli apparire spietati. Illuminante in tal senso è un episodio di cui è protagonista Muller, che appare quasi ossessionato dal desiderio di difendere gli stivali del compagno in fin di vita.
Questo senso pratico deriva loro soprattutto dall'addestramento: «Divenimmo duri, diffidenti, spietati, vendicativi, rozzi; e fu un bene: erano proprio quelle le qualità che ci mancavano. Se ci avessero mandato in trincea senza quella preparazione, la maggior parte di noi sarebbe impazzita. Così invece eravamo preparati a ciò che ci attendeva»



In questo contesto, diventa forte il legame che Paul e i suoi compagni stringono con altri soldati, un legame fatto di sostegno reciproco, di confidenze e di conforto pur di fronte al dolore e alla morte. Un rapporto che si concretizza anche in accese discussioni su svariati e interessanti temi, partendo dal tentativo di spiegare perché uomini modesti nella vita ordinaria diventano spietati tormentatori in caserma, per poi arrivare alla ricerca dei motivi che spingono i Paesi a dichiararsi guerra.
Il legame è molto forte soprattutto con Katczinsky, il capo della squadra, tenace e scaltro quarantenne, che riesce a cavarsela in ogni situazione, capace di trovare ovunque i mezzi per sopravvivere, soprattutto cibo in abbondanza, un vero emblema del cameratismo: «Anziché spezzarci ci adattammo, aiutati in questo dai nostri vent'anni, che pure ci rendevano tanto duri altri sacrifici. Ma importante fu che tra noi venne in tal modo sviluppandosi un forte sentimento di solidarietà, il quale poi al fronte si innalzò a quanto di meglio abbia prodotto la guerra: il cameratismo»
Nel romanzo la caratterizzazione dei personaggi è molto forte: Remarque non manca mai di presentarci i suoi protagonisti con pennellate decise, con quei tratti che li contraddistinguono e li accompagnano nelle alterne vicende belliche. Ma la forza della narrazione risiede soprattutto nella capacità di scolpire immagini indelebili, forti e crude, oppure ilari e spassose, spesso dense di una poeticità struggente, in grado di far rivivere le sensazioni di smarrimento di ragazzi al fronte che, privi di saldi punti di riferimento, non riescono a intravedere un futuro e si sentono ormai perduti.


Si alternano le descrizioni dettagliate degli scenari e delle operazioni di guerra, con una precisione tecnica accompagnata da una tensione emotiva che trapela con violenza. Paul pensa al fronte come a un orribile gorgo che attrae con forza, ma nello stesso tempo benedice la terra che lo protegge e in cui si ritrova avvolto contro il pericolo delle schegge che piovono continuamente, spinto da un atavico istinto di sopravvivenza che di seguito viene descritto con grande maestria: «Al fischio delle prime granate, al primo strappo dell'aria solcata dalle detonazioni, subito nelle nostre vene, nelle mani, negli occhi è come un'attesa sommessa, un origliare, un essere più svegli, una singolare duttilità dei sensi: all'improvviso tutta la persona si trova in piena efficienza».
"Niente di nuovo sul fronte occidentale" è, dunque, un capolavoro della letteratura mondiale, un romanzo che necessità di una lettura lenta, affinché ogni immagine, ogni pagina possa sedimentare dentro. È il racconto di una generazione perduta a causa della guerra, ragazzi strappati alla loro vita e mandati al fronte, purtroppo consapevoli che se anche venisse loro restituito il paesaggio della loro gioventù, non saprebbero goderne, ormai completamente slegati dal loro mondo iniziale: «abbandonati come bambini, disillusi come anziani, siamo rozzi, tristi, superficiali. Io penso che siamo perduti». E questa sensazione Paul la sperimenta durante la prima licenza trascorsa a casa.
È, in conclusione, una narrazione di vicende belliche che sa tradursi splendidamente in poesia tenera e tragica: «Un piccolo soldato e una voce benevola, e se gli faceste una carezza, forse non vi capirebbe più: ha gli scarponi ai piedi e il cuore pieno di terra; e marcia così, e ha tutto dimenticato fuorché il marciare. Non sono forse fiori quelli all'orizzonte, e un paesaggio così quieto che gli viene voglia di piangere, al soldato? Non ci sono forse là immagini che lui non ha perduto perché non le ha mai possedute? Immagini che lo turbano, ma che per lui sono passate via? Non sono forse là i suoi vent'anni?»


sabato 24 febbraio 2018

Il libro del mese – “Le coccinelle non hanno paura” di Stefano Corbetta

E sai perché non hanno paura? Perché sono belle, bellissime. E sanno di esserlo. Nessuno ucciderebbe una coccinella”. Teo – il protagonista del bellissimo romanzo di esordio di Stefano Corbetta “Le coccinelle non hanno paura” (Editore Morellini) - non può fare a meno di condividere queste parole, pronunciate da un ragazzino appassionato come lui di fotografia, incontrato casualmente in un parco. E l'idea che la coccinella, grazie alla sua bellezza, possa salvarsi dalla mano minacciosa di chiunque, mi riporta a uno dei temi fondamentali che ho colto in questo romanzo, ovvero che solo sviluppando una propria forza, una propria ricchezza interiore si può andare avanti inseguendo determinati obiettivi e cercando di sconfiggere ogni timore, soprattutto la paura della morte, nella ricerca dell'eternità.
Teo ha una grande passione per la fotografia, sviluppata sin da quando era piccolo e andava in giro osservando e riprendendo ogni angolo della casa da differenti visuali. Questa passione nasconde un segreto, una capacità particolare che rimane per lungo tempo celata agli altri, ovvero la possibilità per Teo di catturare immagini con gli occhi, di inquadrare una scena e immortalarla con il semplice movimento di una palpebra, per poi conservarla, perfettamente intatta, nella propria memoria sensoriale, che si trasforma in un immenso archivio.


È un dono che per Teo si rivela ben presto molto simile a una maledizione, che lo porta a vedere “la muta condanna di tutte le cose”, l'evoluzione successiva, sino alla morte, di qualsiasi essere vivente lui riprenda. E ciò lo spinge a non fotografare mai persone o animali, ma soltanto elementi inanimati e paesaggi.
Teo ha scoperto da poche settimane di avere un tumore al cervello: l'assenza di sintomi ha portato ad un accertamento tardivo, per cui il cancro si è talmente diffuso da non essere più operabile. E a quel punto decide che vi può essere un solo modo per affrontare il poco tempo che gli è rimasto da vivere, ovvero “trattare la faccenda nello stesso modo in cui scatta fotografie: osserva la luce, fa clic e non pensa a nient'altro che non sia la foto successiva”. In questo, dimostra, quindi, una ostinata determinazione nel volere procedere linearmente lungo una traiettoria che non ammette deviazioni, come se stesse giocando una partita a scacchi in cui le strategie si susseguono regolarmente senza discutere, allontanando da sé ogni forma di compatimento.
In questo suo percorso gli unici che possono stargli vicino e assecondare la sua volontà sono i suoi migliori amici, Luca ed Elena, che si conosciuti e innamorati proprio grazie a lui e adesso aspettano un figlio. Soltanto loro sono a conoscenza del reale stato di salute di Teo, ma non riescono ad arrendersi all'idea che il loro amico a breve dovrà abbandonarli.
Eppure qualsiasi strategia, qualunque traiettoria non può non conoscere una deviazione improvvisa che distoglie l'attenzione dal percorso già delineato. E questa deviazione è rappresentata da una persona che Teo non ha mai conosciuto e che non potrà più conoscere, la zia di Elena, Grazia, che, durante il viaggio intrapreso per raggiungere la nipote, viene coinvolta in un incidente mortale. Un evento luttuoso che sconvolge la vita di Teo che “si chiede cosa stia facendo lì a svuotare la casa di una donna che non ha mai conosciuto, tra il pieno e il vuoto di quelle mura a fare lo stesso lavoro che un giorno qualcun altro farà a casa sua”.
A questo punto, il racconto diviene un gioco a incastro, in cui si compongono differenti destini e le vite presenti e passate finiscono per intersecarsi le une con le altre, mentre Teo si sforza di trovare un filo conduttore. Elemento scatenante di questa ricerca è una vecchia fotografia in bianco e nero che ritrae Grazia assieme a un uomo misterioso, una foto contenuta in una cartellina, intestata a un certo Signor P., con alcuni fogli dattiloscritti che Teo ritrova tra le cose di Grazia temporaneamente depositate a casa sua.


L'autore, partendo da questo elemento, ha costruito un solido intreccio narrativo, basato su una scrittura nel complesso immediata e lineare, ma che riserva diverse pagine dense di una poeticità a tratti malinconica, senza mai essere banale o scadere nel patetico, capace di suscitare immagini che si fissano nella mente nitide come fotografie. Corbetta indaga a fondo le sensazioni di Teo nel suo percorso che costituisce l'ultima fase di un'esistenza che non ha fatto in tempo a godere pienamente, in cui cerca di procedere senza sbandare, fuggendo sempre un attimo prima dalla tentazione di cedere alla disperazione e di lasciarsi andare al suicidio.
Nell'intreccio all'improvviso si materializza Arianna, una giovane psicologa temporaneamente impiegata in un negozio in cui Teo si ritrova ad acquistare cinque t-shirt nere, e a cui il romanzo riserva uno spazio speciale, con pagine narrate in prima persona, quasi un diario. Si rivedono pochi giorni dopo l'acquisto, quando Arianna gli restituisce la cartellina del misterioso Signor P. che lui aveva distrattamente dimenticato sul bancone. È, quindi, il caso, o il destino, a farli incontrare di nuovo. E Teo non può evitare di essere conquistato da lei, dalla sua semplicità, dal suo entusiasmo, dalla capacità di percepire i mondi che si celano dietro le parole e di dire sempre qualcosa in grado di destare sorpresa.
La storia tra i due inizia pian piano a farsi strada, delicatamente, tra scambi di vedute sull'arte della fotografia e ricordi lontani di foto in bianco e nero, tra sorrisi e rimpianti. E Teo, inizialmente timoroso di legarsi a lei per il troppo poco tempo che le potrebbe dare, vince le sue resistenze, allarga l'orizzonte della sua consapevolezza e comprende che non può buttar via gli ultimi istanti della sua esistenza. È la malattia a fargli vedere, a un certo punto, le cose con occhi diversi, ma anche l'incontro con il Signor P., ovvero Primo Guerrieri, della cui storia, trascritta in quei fogli, inizia ad appassionarsi, coinvolgendo anche Arianna: il viaggio intrapreso anni prima in un santuario toscano, l'incontro con Grazia, il mistero attorno al diario di un bambino coinvolto nei bombardamenti tedeschi, al termine del secondo conflitto mondiale, presso la Linea Gotica, che tanto sconvolge Primo. Storie racchiuse le une nelle altre come scatole cinesi.
Il Signor P. era stato vinto dagli eventi e dalla propria mente. Teo si sente così simile a quell'uomo da pensare che in fondo anche la sua vita finirà così, senza capirci niente e senza poter reagire, sospeso tra il mondo reale e un soffocato desiderio di rivalsa”. E Teo, reagendo a questo pensiero, quasi per chiudere il cerchio in cui si muovono tutte queste storie, pur nella consapevolezza che la sua forza fisica è ormai esaurita per il repentino progredire della malattia, di quella maligna massa tumorale che si estende sempre di più, non si arrende e va alla ricerca del Signor P.
Dopo aver terminato il romanzo, non posso fare a meno di pensare a quello che mi ha lasciato Teo, uno di quei personaggi di cui si sente la mancanza dopo aver chiuso il libro: il suo desiderio di fuggire da quelle immagini di muta condanna, la sua voglia di eternità, che insegue fotografando il cielo e lasciando in un foglio scritto parole destinate ai suoi cari, e quella sottile speranza, rappresentata da una coccinella che si muove lenta sulla superficie di un finestrino.



domenica 28 gennaio 2018

Il libro del mese – "I tre volti di Ecate" di Vito Santoro

Una statua rappresentante la dea Ecate, mitologica figura con le sembianze di tre donne unite per la schiena (una giovane, una adulta e una anziana) e con il compito di accompagnare gli uomini ancora in vita nel regno dei morti, è l'elemento centrale di un interessante romanzo noir di Vito Santoro, intitolato appunto "I tre volti di Ecate" (Edizioni Spartaco). Si tratta di una statua di grande valore, attorno a cui si snodano inevitabilmente le vicende dei protagonisti che, per desiderio di possesso o semplice casualità, si ritrovano a contatto con essa.
La vicenda ha, dunque, inizio con Alberto e Dario, due ragazzi che, per guadagnare qualcosa, spesso si fanno coinvolgere in lavoretti non proprio legali e che sono stati inviati da Messala, proprietario alberghiero dedito a loschi affari, nella villa del Conte Balsamo per rubare la preziosa statua. Tutto sembra andare per il meglio: l'antifurto disattivato, la porta della sala dove è conservata la statua agevolmente scassinata. A un certo punto accade l'imprevisto: un uomo che sembra comparso dal nulla e che non sarebbe dovuto essere lì, interviene puntando una pistola contro Dario, ma viene colpito a morte da Alberto, che nel frattempo si era nascosto. Tale imprevisto è simile alla tessera di un domino che, cadendo, travolge tutte le altre diffondendo presagi di morte: infatti, subito dopo quanto accaduto nella villa, ha inizio una girandola di fughe e inseguimenti alla ricerca della statua, che passa di mano in mano lasciando dietro di sé una scia di cadaveri.


Il romanzo si distingue per la sua scrittura precisa e lineare, con un stile privo di ridondanze, ma ricco di interessanti sfumature, con una particolare attenzione alla scelta dei termini, specialmente nella descrizione dei luoghi in cui si dipana l'intreccio narrativo.
Attenta è anche la costruzione dei personaggi per i quali la linea di separazione tra bene e male, come si dirà dopo, non è mai così netta. Alberto e Dario sono due giovani che cercano di affrontare un'esistenza vissuta in un ambiente popolare: molto legati tra loro, ma completamente diversi, l'uno più riflessivo, attento e leale, l'altro più istintivo e incapace di star lontano dai guai, tentano di sbarcare il lunario come possono, anche se ciò significa infrangere la legge, e guardano con disprezzo i ragazzi più ricchi e viziati che non hanno mai dovuto faticare per ottenere qualcosa.
I ragazzi cercano di cavarsi di impaccio rivolgendosi a un loro amico, Mario Sforza, definito "il mercenario" e con un passato poco chiaro. Sforza è in realtà un uomo di grande umanità, che ha perso tragicamente i propri cari e che non esita a intervenire in favore di chi è in difficoltà. Molto affezionato ai due giovani, tenta in ogni modo di salvarli da quella che sembra una condanna a morte già scritta e di contrastare chiunque cerchi di far loro del male.


Il commissario Nebbio, colui che dovrebbe indagare sul furto e sull'omicidio avvenuto nella villa, è in realtà un poliziotto corrotto, l'intermediario tra il misterioso personaggio che ha commissionato il furto e Messala che ha, invece, avuto il compito di organizzare la rapina. E Nebbio, considerato l'evolversi degli eventi, non esita a intimare a Messala di recuperare la statua e di eliminare qualsiasi testimone, inclusi Alberto e Dario. Nebbio è un uomo spietato che uccide semplicemente per il gusto di farlo e che esprime chiaramente la sua concezione di bene e male: "Voi e la vostra visione incantata della vita. Mi chiedevo come fosse possibile filtrare la realtà in questo modo, ma poi ho capito che la vostra è solo cecità. Il male, il bene. Qual è il significato del bene se non si conosce il suo opposto? Male e bene sono un'unica cosa, l'uno ha bisogno dell'altro.".
Questa commistione tra bene e male sembra trapelare in molti aspetti della vicenda, rivestendo di una certa ambiguità alcuni personaggi. Come Messala, che nella sua attività non esita a intraprendere azioni illecite, ma poi, recuperata in qualche modo la statua, fugge via non solo per evitare di affrontare i propri nemici, ma per inseguire un desiderio passato, una storia d'amore che avrebbe potuto, ma non ha mai avuto un seguito. O come il Conte Balsamo che ambisce a riavere la sua amata e preziosa statua, mantenendo un alone di mistero sui veri motivi che lo legano a tale oggetto.
"I tre volti di Ecate" è, dunque, un romanzo avvincente, ma nello stesso tempo pieno di intriganti spunti di riflessione. Sullo sfondo l'ambita e ambigua statua, un oggetto che crea un misterioso turbamento in chi la osserva attentamente, come se riuscisse a captare il fatale messaggio di cui la dea si faceva portatrice nell'antichità. Quel destino ineluttabile verso cui ognuno viene condotto.


lunedì 18 dicembre 2017

Il libro del mese – "Mia madre è un fiume" di Donatella Di Pietrantonio

"Mia madre è un fiume. Erano un fiume i suoi capelli scuri e sottili che la corrente divideva ai lati del viso, onde a cascata sul seno, li pettinava la sera, dopo tutte le fatiche. Camminava e cantava, il fiume a fluttuare nel vento, ma solo qualche volta, di solito li raccoglieva in una crocchia. Intorno ai trent'anni tagliò i capelli per sempre, divennero insignificanti, pratici.
Era un ruscello. Ne scorreva uno non lontano da casa sua e nelle più serene notti d'estate apprezzava la cascatella dalla finestra aperta, mentre i cani stavano zitti.
È un fiume di vecchi ricordi salvati, che ripete a tutti. Ci si afferra forte perché la sua storia non deflagri. Restano pochi, adesso. Mi occupo della sua supplenza, sono il suo scriba.".
"Mia madre è un fiume", l'esordio del 2011 della scrittrice abruzzese Donatella Di Pietrantonio, è un romanzo di forte impatto emotivo, il racconto di un rapporto tra madre e figlia, denso di suggestioni poetiche, sospeso tra i timori di un futuro incerto, segnato dalla malattia della madre, e le malinconie e i rimpianti di un passato da ricostruire nella memoria.


Il loro è un amore che "è andato storto, da subito", un rapporto che ha attraversato diverse fasi, con una madre sempre dedita al sacrificio, che non è riuscita a trovare il tempo o forse non ha avuto la volontà di stare vicino alla sua bambina; una figlia che trasforma il desiderio di cercare sua madre, di stringersi al suo "odore di contadina giovane e sana", in un rifiuto ribelle, specialmente quando la madre inizia a divenire più autoritaria e opprimente, in preda a un ansioso bisogno di controllo.
La figlia, ormai diventata adulta, avrebbe voluto affrontarla, fare i conti con il passato, ma la madre le sfugge, scivola via in una malattia tremenda, un'atrofia cerebrale che le consuma pian piano il cervello, i ricordi, le capacità, la propria identità, la vita stessa. E adesso tocca alla figlia assisterla e soprattutto raccontarle ogni giorno di quel passato che sembra fuggire via, aiutarla a ricostruire un'identità che si sta man mano sfaldando.
Il racconto non si basa, quindi, su di un impianto narrativo classico, ma è un flusso di pensieri e ricordi che va avanti e indietro nel tempo e che non può che partire dal principio: "Ti chiami Esperia Viola, detta Esperina. Come una viola sei nata il venticinque marzo millenovecentoquarantadue, in una casa al confine tra i comuni di Colledara e Tossicia".
Il romanzo è privo di qualsiasi discorso diretto, di dialoghi propriamente detti. È la figlia che parla, in un monologo continuo che ci restituisce le parole e le sensazioni di sua madre, facendole emergere da una mente quasi smarrita, che fa fatica a orientarsi nello spazio e nel tempo.
Lo stile della Di Pietrantonio è sobrio, privo di manierismi, incisivo, ma capace, comunque, di rappresentare efficacemente la realtà contadina abruzzese, tra immagini poetiche e musicali di uno scenario naturale unico, un linguaggio particolare che ripesca numerosi termini dal dialetto, descrizioni, a volte brutali e crudeli, di una vita di campagna faticosa, stremante, a volte frustrante.


Il racconto della figlia ricostruisce luoghi, episodi, personaggi che hanno fatto da sfondo alla vita di sua madre e poi alla sua: i genitori di Esperina, con il padre Fioravante, che inizialmente riesce a vedere le sue figlie solo durante le licenze di guerra, il suo carattere autoritario, il desiderio di portarsi avanti nella conquista della modernità, di far studiare le sue bambine, mandandole a scuola e comprando loro libri, emancipandole dall'analfabetismo. E poi il rapporto tra Esperina e le sorelle, fatto di complicità e dispetti; le lunghe passeggiate nei boschi per arrivare a scuola; l'amore con Cesare suo cugino; i matrimoni, i riti, le credenze; la faticosa vita di campagna, l'emigrazione, la lunga lontananza da casa dei maschi della famiglia per cercare lavoro in Germania; le angherie dei padroni verso i mezzadri. Un patrimonio vitale di ricordi e suggestioni nello scenario di una natura vivida, rigogliosa, ma spesso crudele verso i contadini che cercano faticosamente la loro indipendenza economica.
La figlia si rivolge direttamente alla madre quando rievoca il passato, cercando di ricostruirlo rinsaldandone i ricordi. Ma poi parla di Esperina in terza persona quando, timorosa e angosciata, ne analizza la malattia: "Mi guardo intorno con gli occhi di mia madre. La casa diventa estranea ostile. Nasconde, fa i dispetti, non è sicura. La abita una forza maligna che crea disordine e le comanda cose strane.". È combattuta tra un'ostilità che ancora affiora, un odio per un rapporto fatto di contrasti mai risolti e non più affrontabili, e la paura di perderla e di osservarla mentre si smarrisce nella nebbia che le avvolge la mente; tra il timore che anche il suo futuro possa essere segnato dalla stessa malattia e i sensi di colpa per la sua incapacità di darle ciò di cui ha bisogno: "Quando morirà sprofonderò nella colpa che mi vado costruendo giorno per giorno. Sarà pronta per il suo funerale. La colpa è vuota. È il vuoto delle mie omissioni. Ometto l'amore, le mani. La cura di cui più ha bisogno, lascio che le manchi.".
"Mia madre è fiume" è, quindi, un romanzo bellissimo, che mi colpisce per la profonda capacità di analizzare il rapporto tra le due donne senza trascendere in una artificiosa pateticità o nell'affettazione, con uno sguardo che a volte può apparire cinico, duro, ma da cui emergono sensazioni autentiche, pur se dolorose e destabilizzanti.


domenica 29 ottobre 2017

Il libro del mese – "Le nonne": tre racconti di Doris Lessing

Doris Lessing può certamente essere considerata una delle più grandi scrittrici contemporanee nell'ambito del panorama letterario internazionale. Nata in Iran (allora Persia) nel 1919, si trasferì ben presto in Zimbabwe dove trascorse gran parte della sua giovinezza per poi stabilirsi nel 1950 a Londra, dove morì nel 2013. Scrisse numerosi romanzi e racconti mostrando una notevole ricchezza di temi e di stile e affrontando argomenti divenuti poi centrali nel dibattito pubblico: il rapporto della donna con la società, la famiglia e la politica; le condizioni sociali degli africani nelle colonie e le ingiustizie del sistema politico.
Nel 2007 le fu conferito il Premio Nobel per la letteratura con questa motivazione: "Cantrice dell'esperienza femminile, che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa".
Ricordo ancora un programma televisivo di alcuni anni fa in cui lo scrittore Aldo Busi parlò con passione di Doris Lessing, instillando in me il desiderio di avvicinarmi a questa scrittrice e avventurarmi nel suo ricco mondo letterario. Tuttavia, solo di recente ho iniziato tale percorso di lettura con una raccolta di tre racconti: "Le nonne"; "Victoria e gli Staveney"; "Il figlio dell'amore".


In questi racconti Doris Lessing conferma le sue doti di acuta indagatrice della realtà sociale nei suoi aspetti più controversi (l'amore quasi al limite dell'incesto o dell'ossessione, il razzismo, la guerra), abile nel costruire con incisività i suoi personaggi e nell'esaltarne sapientemente la personalità, analizzandone a fondo sentimenti, sogni, obiettivi, delusioni e frustrazioni.
I tre racconti, nella traduzione di Monica Pareschi, Elena Dal Pra e Francesco Francis, si presentano con uno stile particolare, una narrazione avvolgente e scorrevole, che segue le vicende dei protagonisti con un ritmo quasi serrato e un incalzare di domande non prive di una certa ironia con cui la Lessing, sembra interrogarsi sui destini delle sue creature: "Toccava a lei parlare. Ma era proprio obbligata?"; "Ma non stava diventando troppo grande per sentirsi dire che era una brava bambina? Aveva quasi 14 anni.". Il linguaggio sobrio, frasi brevi e concise, descrizioni attente, ma che non indulgono eccessivamente nei dettagli, sono gli altri elementi che si possono dedurre da una seppur parziale analisi stilistica.
I racconti presentano alcuni elementi comuni: un incontro, che in qualche modo sembra incidere profondamente sul destino dei protagonisti, e la rinuncia, con la necessità, a un certo punto della vicenda, di interrompere un legame affettivo, cui non sempre segue la rassegnazione da parte delle persone coinvolte.
In “Le nonne”, l'incontro che segna la vita di tutti i personaggi avviene tra Roz e Lil, due bambine che "cominciarono la scuola lo stesso giorno, la stessa ora, si presero le misure a vicenda e diventarono amiche del cuore". Le due amiche sono talmente inseparabili e affiatate che il loro rapporto diviene quasi simbiotico anche dopo i rispettivi matrimoni, le nascite dei figli e delle nipoti. Infatti, l’atmosfera apparentemente briosa con cui si apre il racconto ci mostra l’arrivo di una vera e propria famiglia allargata composta da Roz e Lil, dai rispettivi figli Tom e Ian e dalle loro bambine. Un'atmosfera che sembra essere incrinata dall’arrivo della moglie di Tom, Mary che mostra di aver scoperto uno sconvolgente segreto.
E così la storia di Roz e Lil viene svelata nel dettaglio. Il loro stretto rapporto diviene la causa della fine del matrimonio di Roz (Lil nel frattempo è rimasta vedova) e si evolve fino a diventare quasi una barriera da cui escludere ogni elemento estraneo, al punto che le due donne finiscono per innamorarsi l’una del figlio dell’altra. Queste relazioni si protraggono per anni, pur nella consapevolezza da parte di Roz e Lil che c’è qualcosa di sbagliato in ciò che stanno facendo, mentre Tom e Ian sono completamente persi nel loro amore.
A un certo punto la barriera che circonda le vite dei quattro protagonisti viene incrinata dall'arrivo di Hannah e Mary che si innamorano di Ian e Tom. Dunque, le relazioni, anche se con dolore, devono essere troncate. Così reagisce Lil: “A queste parole lei cominciò a ridere, una risata fiacca, difensiva. Stava pensando agli anni passati con Tom, a guardarlo trasformarsi da un ragazzo bellissimo in un uomo, a vedere gli anni che lo reclamavano, sapendo che doveva finire, era lei che avrebbe dovuto finirla … lei e anche Roz … ma era così difficile”. Una decisione difficile che i due ragazzi accettano con un diverso atteggiamento, Tom con rassegnazione e Ian con rabbia.
Sono relazioni che si vorrebbe seppellire, lasciare nel passato. Eppure, Mary, che poco tollera il ruolo predominante che le due donne hanno nella vita di Tom e Ian, scopre il segreto tenuto nascosto per anni e la sua reazione è di rabbia.


Nel secondo racconto, "Victoria e gli Staveney" si narra la storia di Victoria, una ragazza di colore senza genitori, che vive con una zia malata. L'incontro che incide profondamente sulla sua vita avviene nel momento in cui si imbatte in una famiglia benestante, gli Staveney, che accolgono Victoria un giorno in cui la zia è in ospedale. La piccola rimane turbata dalla vastità degli ambienti della casa in cui si trova, oltre che dall'estrema gentilezza del figlio maggiore, Edward, che più che da veri sentimenti di empatia, sembra essere spinto dall'amore per le buone cause e da un atteggiamento molto “politicamente corretto”.
Victoria cresce avendo sempre in mente il nostalgico ricordo di Edward e della sua casa, in un certo senso idealizzati nella sua fantasia. Nel frattempo deve affrontare le vicissitudini della sua vita, cercando di darsi da fare per sfuggire all'ombra che sembra gravare sulla sua testa, almeno secondo la comune opinione sulle ragazze di colore a quell'epoca: "Ma non voleva risvegliare in Victoria il sangue cattivo che di sicuro le scorreva nelle vene, tanto il diavolo se ne sta comunque lì appostato in attesa di intrappolare le donne, sotto sorrisi e lusinghe".
E le lusinghe arrivano da Thomas, secondogenito degli Staveney, con cui Victoria ha una figlia, nascondendogli, però, la gravidanza.
Victoria è un personaggio certamente positivo, dotato di buoni sentimenti e grande forza di volontà, descritto come "una giovane donna cauta ed educata, che camminava come avesse paura di occupare troppo spazio". E lei stessa comprende come questa sua cautela l'abbia resa inerme e succube del suo destino. I problemi economici, il matrimonio con il buon Sam – raro esempio di padre che cerca di essere presente nella vita dei suoi figli, ma che muore dopo averle dato un altro figlio - la inducono a incontrare gli Staveney e a rivelare loro che la sua bambina è figlia di Thomas: “Victoria aveva la sensazione di essere stata una creatura inerme, sballottata da una parte all’altra dai colpi di fortuna, senza rendersi conto di cosa stava succedendo o perché. Ma adesso non era inerme, e finalmente era presente a se stessa. Cosa voleva? Solo che gli Staveney sapessero di Mary; e poi … be’ poi si sarebbe visto”. E il momento della rinuncia arriva anche per Victoria, quando si trova a comprendere che il vero bene di sua figlia Mary è quello di rimanere con gli Staveney lontano da lei.

L’ultimo e più complesso racconto si intitola “Il figlio dell’amore”. È la storia di James, ragazzo sensibile e romantico, la cui vita viene profondamente segnata da due incontri, oltre che dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, che fa da tremendo scenario a questa storia.
Il primo incontro avviene con il coetaneo Donald, ragazzo affabile, sveglio e pronto a combattere contro ogni idea sbagliata, forse più desideroso di circondarsi di adepti che incline all'amicizia con James. Tuttavia, Donald gli apre nuove prospettive di pensiero facendolo uscire dall’austerità e dalla ristretta mentalità della sua famiglia. James inizia così ad appassionarsi alla letteratura, soprattutto alla poesia e a incontrare personalità brillanti: “James pensò: "È andata avanti così per tutta la mia infanzia e non me ne ero mai accorto". E così adesso era anche il dolore che provava per entrambi ad allontanarlo da casa, tanto quanto la seduzione di quel mondo nuovo, tutto politica e letteratura. Donald gli prestava dei libri, che lui leggeva come se la letteratura fosse nutrimento e lui stesse morendo di fame. I libri erano impilati sul tavolo dell'ingresso. Ne portava uno nella sua stanza per leggerlo, poi lo rimetteva al suo posto e ne sceglieva un altro.”.
L’arrivo della guerra catapulta i due giovani in ambienti ben lontani dalle loro passioni letterarie e dai loro convegni. La vita militare si mostra in tutta la sua spietatezza, contornata da molteplici contraddizioni: duri allenamenti, lunghe esercitazioni, uno stremante viaggio in mare per condurre in India migliaia di giovani pronti a entrare in azione, con lunghe e frustranti attese che sembrano mostrare tutta l’inutilità del loro lavoro di addestramento.
Durante il viaggio, in occasione della sosta a Cape Town in Sudafrica, per James avviene un secondo importante incontro, questa volta con Daphne, una giovane donna che assieme agli altri abitanti della città sta organizzando quanto necessario per accogliere i militari sbarcati e stremati dal lungo tragitto percorso a bordo di una nave instabile, con poca acqua a disposizione.
James è assai malridotto, ma nel momento in cui incontra Daphne ha come una visione, se ne innamora perdutamente, non riuscendo più a distogliere la mente da lei.
Daphne mostra, fin dalla prima scena in cui compare, una certa frustrazione, desiderando profondamente un figlio, un desiderio che non può essere soddisfatto almeno finché suo marito Joe non rientrerà dalla guerra. È, comunque, una donna decisa e determinata che, una volta arrivata a Cape Town, ha messo da parte la sua aria da timida inglesina divenendo una perfetta padrona di casa. Inizialmente restia, la donna si lascia andare alla passione con James. La sensazione che prova, tuttavia, è quella di vivere in un'altra realtà, un sogno o forse un incubo, consapevole che James dovrà risalire su quella nave e lei dovrà tornare da suo marito, nel mondo reale.
James mostra tutto il suo romanticismo idealizzato (la Lessing descrive con una certa ironia le lettere d'amore da lui scritte), un sogno d'amore che, una volta ripartito, diviene una vera ossessione, soprattutto quando avrà fondati motivi per ritenere che lei sia rimasta incinta. Nel corso degli anni cercherà in tutti i modi di rimettersi in contatto con Daphne e di rivedere suo figlio anche dopo essersi sposato con Helen con cui conduce una vita esemplare. Tuttavia, i suoi tentativi non avranno alcun esito.
I tre racconti di Doris Lessing sono, dunque, tre storie molto coinvolgenti, percorse da una frustrazione e da un’amarezza di fondo, con personaggi che si muovono sulla scena cercando di far emergere la propria determinazione, tentando di non essere inermi, ma di combattere per i propri sogni, sentimenti, affetti, per, poi, doversi arrendere di fronte all’ineluttabile evolversi delle vicende umane, a un destino che nega a certi desideri la possibilità di compiersi.



martedì 21 marzo 2017

Il libro del mese – I "cari mostri" di Stefano Benni

Nel nostro immaginario (soprattutto quello letterario) i mostri sono raffigurati essenzialmente come esseri disgustosi e raccapriccianti che invadono i nostri peggiori incubi. Di certo, la letteratura fantasy è piena di tali esseri, con il protagonista di turno che ha quasi sempre il gravoso e ingrato compito di combatterli, magari avvalendosi di poteri speciali.
Stefano Benni, famoso scrittore bolognese, autore di numerosi romanzi di successo, nella sua raccolta di racconti "Cari mostri", invece, ci presenta una galleria di personaggi e situazioni in cui i mostri hanno un altro aspetto. Sono soggetti dall'aspetto umano, a volte rassicurante e che, tuttavia, nascondono in sé il germe del male.
Benni costruisce il suo immaginario con ironia, spesso affidandosi al surreale e al grottesco, non tralasciando momenti di tenerezza, alternati ad attimi di angoscia, con una certa amarezza di sottofondo, soprattutto quando si parla di personaggi all'apparenza positivi su cui il male trionfa.


"Cosa sei?" è, forse, il racconto che, più di tutti, enuclea queste caratteristiche. Un uomo apparentemente normale si ritrova in un misterioso negozio di animali e viene convinto dal suo stralunato proprietario a prendere in affidamento un essere assai curioso, un miscuglio di diverse razze, una specie di cane con faccia da pesce e coda da rettile, denominato Wenge. Da quel momento la vita dell'uomo viene stravolta: i suoi animali domestici (che in realtà lui sopporta poco) scompaiono misteriosamente; l'insopportabile e scorbutico vicino di casa (con cui aveva appena litigato) viene ritrovato morto; la sua ragazza (con cui si era appena lasciato) viene aggredita e ferita. Infine, l'uomo si convince che la colpa sia tutta del Wenge e che tutti quei misteriosi accadimenti siano da ricondurre allo strampalato animale, per cui lo decapita immediatamente con un colpo di mannaia.
La fine del racconto ci rivela l'inaspettato retroscena: il proprietario del negozio giunge a casa del protagonista e svela che il Wenge è un essere dotato dello straordinario potere di estrarre da ogni uomo il suo istinto selvaggio, la sua ferocia primordiale, il male che si nasconde dentro di noi. È, dunque, l'uomo, ricondotto ad un primordiale stato ferino, ad aver commesso quegli atti criminosi e crudeli, in preda ad una rabbia recondita e ad un impulso vendicativo.
Il male nascosto si rivela anche in due racconti con protagonisti adolescenti, ragazzi che con i loro problemi giovanili prendono contatto con la cattiveria e l'aridità di sentimenti, facendo uscire il mostro che alberga in loro. In "Sonia e Sara", due amiche si ritrovano a lottare con alcune loro coetanee per conquistare il prezioso biglietto che consentirà di andare al concerto dei loro beniamini. Si tratta di due ragazze apparentemente simili ad altre, ma la cui vita si rivela essere vuota, priva di obiettivi e stimoli, considerati i tanti problemi di cui sono afflitte (bulimia, crisi familiari). Tutto ciò le trasforma in vittime di una delirante ossessione per una boy band, fino ad arrivare a giocarsi la vita per quel concerto.
In "Compagni di banco", un ragazzo e una ragazza sembrano compagni affiatati e studiosi agli occhi dell'ingenua professoressa. Ma in realtà lei ricatta lui (follemente innamorato) costringendolo a passarle temi, versioni e compiti di matematica, incluso il tema che le consentirà di partecipare ad un programma televisivo, Fino a quando il ragazzo, finalmente consapevole della bassezza morale della compagna, non si vendicherà in maniera assai perfida.
Due illuminanti racconti ci svelano le profonde insidie della realtà virtuale. "Numeri" ci induce a riflettere sulla nostra dipendenza da tutto ciò che è elettronico, informatico, virtuale. Numeri, password, pin, account, iban, schede, codici: una volta scollegato da tutto ciò, il protagonista si ritrova a non avere più una propria esistenza e viene rinchiuso in una stanza buia in attesa di essere scollegato definitivamente. Mentre, in "Candy", la realtà virtuale arriva addirittura a ribellarsi fino all'omicidio, con il presuntuoso protagonista Marcello, arricchitosi grazie a continui imbrogli e abituato ad avere sempre tutto a disposizione, che si ritrova in balia di una escort robot che lo uccide senza pietà per vendicare una collega fatta a pezzi dallo stesso Marcello.
Da queste situazioni dense di angoscia si passa a grottesche parodie di personaggi famosi della letteratura fantastica (un Dracula oggetto di accertamento fiscale da parte di Equitalia con un esattore "vampiro" più assetato di lui e Hansel e Gretel che sconfiggono una rete di pedofili), per poi arrivare a una galleria di soggetti ricchi e perfidi, che si manifestano nella loro malvagità fin dal primo istante, descritti con dissacrante ironia nel loro viaggio verso la distruzione.


Si inizia con il magnate russo de "Il gigante", borioso ed arrogante, che, acquistata una proprietà in Toscana, si illude di poter tagliar via un secolare albero che tanta sventura e morte ha portato ai precedenti proprietari. Lo spietato "mercante", nell'omonimo racconto, vende armi senza alcuno scrupolo e senza preoccuparsi di portare morte ovunque, fino a quando il suo mercato non crolla miseramente, considerato che, ormai, sulla terra sono rimasti ben pochi umani che possano acquistare quelle armi. Infine, ecco il direttore del Museo che minaccia di chiudere la sezione dedicata all'Antico Egitto o di snaturarla con diavolerie moderne come videogiochi o animazioni. Ma finisce per ritrovarsi in balia della mite egittologa, la professoressa Antonietta che, posseduta dallo spirito di un'antica e vendicativa mummia, non esita a mummificarlo.
Molto particolari i due racconti dedicati alle misteriose morti di due uomini di grande fama. In "Voodoo Child" si ripercorre la storia del successo di Michael Jackson, dietro cui ci sarebbe stato uno stregone che avrebbe acquistato l'anima del giovane cantante in cambio del successo, per poi sopraggiungere alla fine e riscuotere quanto dovuto.
"L'uomo dei quadri" riprende gli ultimi momenti di vita di Edgar Allan Poe che, grande genio dell'immaginario fantastico, ma distrutto dal vizio del bere, si ritrova in compagnia di un uomo che dipinge ritratti di persone che, poche ore dopo, muoiono, una specie di traghettatore di anime attraverso i propri dipinti. Nel caso di Eddie, il ritrattista intende comportarsi diversamente: non fargli il ritratto, ma mostrargli un quadro che gli indichi ciò che gli altri hanno provato davanti alla morte evocata dai suoi racconti.
Edgar Allan Poe pronuncia una frase che, in un certo senso, simboleggia quanto Benni ci vuol comunicare con questo suo libro: "La paura è una grande passione, se è vera deve essere smisurata e crescente. Di paura si deve morire. Il resto sono piccoli turbamenti, spaventi da salotto, schizzi di sangue da pulire con un fazzolettino. L'abisso non ha comodi gradini".


Benni ci parla di abisso, anche se ci comunica, poi, che da quell'abisso si può uscire, come ci dimostrano i racconti pieni di tenerezza di "Reset", - in cui due stregoni, uno praticante magia bianca e l'altro nera si scontrano, per l'amore di una donna, e dimostrano che un po' di magia bianca e di bontà è presente anche nel cattivo – e di "Hotel del lago", ovvero la storia di una donna molto schiva che riesce a ritrovare i propri cari defunti e a unirsi a loro in un ballo di fantasmi.
Non mancano le sferzate ambientaliste (in "Lotto 165" la terra ormai in rovina è acquistata all'asta da alieni che intendono trasformarla in un deposito di rifiuti) e la satira religiosa con una Madonna sorridente che fa vacillare le certezze del parroco opportunista, timoroso di perdere il proprio ruolo (se la Madonna non piange, nessuno si confesserà più), e il Demonio che intrappola e da alle fiamme quasi tutti gli esorcisti del Mondo, tranne uno (che si reca a dare la triste notizia al Pontefice).
Dunque, Benni ci regala una galleria di racconti che suscita emozioni variegate e i cui personaggi, molto più numerosi di quelli elencati, difficilmente si fanno dimenticare.