domenica 8 ottobre 2017

La principessa e il calzolaio

"C'era una volta in un regno non molto lontano", è questa la frase con cui ogni classica fiaba che si rispetti ha inizio. E la fiaba scritta da Emanuela Contran dal titolo "Il re calzolaio" non è da meno, anche se nel prosieguo si discosta un po' dal classico racconto fiabesco.
La sua protagonista è una bella e giovane principessa che sembra davvero possedere tutto, al punto che non desidera più nemmeno uscire dalla sua stanza. Eppure, non sembra davvero così soddisfatta di tutto ciò che ha, avvolta com'è da un velo di malinconia e apatia.
Il re, suo padre, vuol provare a farla uscire da tale apatia cercando un compagno che sia alla sua altezza. Egli sembra molto sicuro di sé, convinto di sapere davvero ciò che la figlia realmente desidera e quale uomo sia veramente alla sua altezza. E ovviamente la strada che i pretendenti dovranno percorrere per arrivare a chiedere la sua mano sarà diversa a seconda del ceto di appartenenza e della ricchezza posseduta: una strada diritta e agevole per i principi, tortuosa e irta di ostacoli per i giovani incoscienti popolani.


A quel punto il vero eroe della fiaba si materializza. A prima vista non sembra avere le caratteristiche del classico eroe, se lo si guarda con i soliti schemi mentali: non il maestoso e aitante principe in groppa ad un cavallo bianco, ma un giovane calzolaio dinoccolato che sembra inciampare a ogni passo. Eppure la sua forza d'animo, che solo apparentemente e simbolicamente sembra provenire dalle "magiche" calzature che sostituiscono le gambe perse anni prima, gli è di grande aiuto nel superare ogni ostacolo, arrivando a infondere persino fiducia nei "mostri" che gli si parano di fronte. Fino a conquistare il cuore della principessa, che, quindi, comprenderà i suoi errori e vorrà sentire, finalmente, il mondo a modo suo, libera da condizionamenti.
Quella di Emanuela Contran è, dunque, una bella fiaba contro i pregiudizi e la paura della diversità, che si può sconfiggere solo avendo fiducia in se stessi e nelle proprie capacità. Perché, come dice il calzolaio, "E poi a noi che importa di come la gente ci vede? Noi siamo qui e abbiamo una vita da vivere, da godere. Una vita bella, che vale la pena di essere vissuta al meglio".

sabato 30 settembre 2017

Itinerari – Serate letterarie estive a Castel Sant'Angelo

L'autunno ha ormai fatto il suo ingresso da pochi giorni, anche se bisogna ammettere che, almeno qui a Roma, ce ne stiamo accorgendo poco, con un clima ancora temperato, accompagnato da una lieve brezza serale. La tipica nostalgia autunnale è, dunque, ancora un po' lontana dall'invadere queste tranquille giornate di fine settembre e inizio ottobre, sebbene l'oscurità stia iniziando sempre più presto ad affacciarsi mandando a riposo la confortante luce pomeridiana.
È arrivato, comunque, il momento di archiviare itinerari, foto, ricordi e impressioni di questa calorosa estate romana.  Calorosa, ma molto interessante dal punto di vista culturale.
Roma è notoriamente una città con mille problemi, difetti, contraddizioni, ma ha un pregio unico e innegabile, ti consente di attraversare luoghi fuori dall'ordinario, di immergerti in atmosfere che inevitabilmente richiamano alla mente memorie ed eventi di una storia millenaria, finendo per travolgerti con le sue suggestioni artistiche e letterarie in vari angoli della città.
E così questa estate abbiamo varcato più volte i cancelli dei Giardini di Castel Sant'Angelo, quel meraviglioso monumento che l'imperatore Adriano fece iniziare a costruire nel 125 d.C. quale suo mausoleo funebre, ispirandosi al mausoleo di Augusto, e che fu ultimato da Antonino Pio nel 139.


I Giardini, infatti, tra il 27 luglio e il 6 settembre, sono stati la splendida cornice di una storica iniziativa letteraria, "Letture d'Estate lungo il fiume e tra gli alberi" che dal 1986 promuove i libri e la lettura. In questa edizione hanno preso parte sette librerie romane che con le proprie isole hanno creato un'immensa libreria a cielo aperto, un vero paradiso per gli amanti dei libri. Numerosi gli eventi organizzati con molti scrittori invitati a parlare delle proprie opere (tra cui Diego De Silva e Loredana Lipperini).
L'occasione per scoprire finalmente questa bellissima iniziativa ci è stata data dallo scrittore Filippo Nicosia che, nel presentare il suo romanzo d'esordio "Un'invincibile estate" (Giunti Editore), ha parlato in modo assai coinvolgente di sogni e ambizioni giovanili di ragazzi del Sud, fornendo interessanti spunti di letteratura. "Un'invincibile estate" è una lettura che mi ha piacevolmente accompagnato nei primi giorni di agosto e di cui parlerò a breve nel blog.
Una sorprendente serata è stata quella del trio formato dai cantanti e attori Maria Cristina Gionta, Pierfrancesco Mazzoni ed Emiliano Ottaviani, che hanno realizzato con grande maestria un itinerario poetico, letterario e musicale dal titolo "Ti odio ... amore mio!", alla scoperta dei sentimenti di amore e attrazione, con brani di Trilussa, Jacques Prevert, Natalia Aspesi, Stefano Benni, Virgilio, Catullo e canzoni di Gino Paolo, Tony Renis, Vinicio Capossela, Nada.


Tutti e tre gli artisti hanno dato prova di una rara versatilità, sospesi tra la poeticità, l'ironia tagliente, il dramma e il sentimento. Riporto la bella e ironica poesia di Stefano Benni recitata quella sera:
"Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà  l'universo

Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l'incanto
di un tuo solo sguardo

Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sarà ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni

Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d'estate
per il caldo non dormi
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanc**o"

L'iniziativa ha vinto il bando Estate Romana per il triennio 2017/2019, per cui l'appuntamento è alla prossima estate.


domenica 24 settembre 2017

Novità letterarie – "La logica del mammifero" di Paolo Vitaliano Pizzato

Fino a che punto il dolore di un passato che continua a tormentare può condizionare la vita futura e produrre i suoi nefasti effetti sulle scelte quotidiane? Perché prima di compiere il male non si pensa mai a quali inevitabili conseguenze si possano determinare sugli altri? Sono queste le insidiose domande che suscita la lettura del romanzo "La logica del mammifero" (Prospero Editore) dello scrittore milanese Paolo Vitaliano Pizzato. Domande alle quali si tenta di dare risposte mai definitive.
Quella narrata ne "La logica del mammifero" è una storia difficile, attraversata da un'amarezza di fondo e da un continuo senso di impotenza. Non c'è alcun intento di accarezzare o consolare il lettore, né di redimere o salvare, ma di coinvolgere e indurre a riflettere. È una storia, dunque, alla quale ci si avvicina con delicatezza, in punta di piedi, nella consapevolezza che il dolore non può essere giudicato, può al limite essere compreso, anche se non pienamente.
Il dolore è il nucleo centrale della vicenda di Clarissa, che è poco più di una bambina quando sua madre mostra di non avere più alcuna intenzione di prendersi cura di lei e dei suoi fratelli Jacques e Alphonse. A quel punto, quella di Clarissa, abbandonata e lasciata in balia di un padre ubriacone e violento, diviene un'esistenza infernale, fatta di botte e continue umiliazioni, oltre alla privazione di tutto ciò che è indispensabile per la sua crescita e il suo benessere fisico e mentale.


Tale vicenda è intessuta attraverso una scrittura precisa e accurata, che avvolge il lettore con la ricchezza di un impianto narrativo solido, basato su fitti dialoghi, descrizioni dettagliate degli ambienti in cui si svolgono le vicende quotidiane, e su di un'ammirevole attenzione ai particolari. Una scrittura che non perde mai di fluidità, pur con una narrazione che si muove spesso avanti e indietro nel corso degli anni, ripercorrendo un vasto periodo che va dalla seconda guerra mondiale al primo decennio del duemila.
Il romanzo si divide in due parti. La prima parte si concentra essenzialmente sulle vicende, ambientate in Francia, di Clarissa bambina e adolescente, sulle violenze fisiche subite e sul senso di vergogna che lei continuamente provava per la miseria in cui era costretta a vivere, indotta dal padre a rubare e a vivere di espedienti: "Era qualcosa di più oscuro, che aveva a che fare con il nostro destino. Tutti, ragazzi, adulti, amici, semplici conoscenti, bottegai, colleghi di lavoro di mio padre, ci guardavano con sospetto e diffidenza. Era come se le altre persone riuscissero a vedere, attraverso noi e al di là dei giorni, dei mesi e degli anni che con trepidazione vedevamo scorrere, il nostro futuro già scritto".
Dunque, Clarissa vede continuamente negli occhi altrui una condanna inesorabile, come se fosse impossibile poter cambiare il suo destino di miseria e vergogna. Ciò che la intristisce ancor di più, tuttavia, è il dover constatare che i suoi fratelli non hanno alcuna reazione di fronte a tale miserevole situazione, come se si fossero arresi, come se fossero morti dentro. Convinti, anzi, che sia la sorella a esagerare e a ingigantire il tutto.
Il padre avverte la vergogna di Clarissa e questo lo porta a odiarla e a trattarla anche peggio rispetto ai fratelli. Forse perché la consapevolezza di Clarissa, con la sua intelligenza e la capacità di capire "tutto al volo", è come uno specchio in cui lui è costretto a riflettersi e a vedere la propria malvagità e miseria umana. E ciò per lui è intollerabile.
Quando il fratello maggiore Jacques si fidanza con Georgette, la reazione di Clarissa, ormai da tempo fuggita di casa, è un misto di delusione e di rabbia incontrollabile. Non riesce, infatti, a tollerare che suo fratello, solo dopo aver incontrato Georgette, abbia iniziato a vergognarsi per la miserevole vita cui il padre lo aveva costretto, voltando così le spalle ai suoi fratelli. E tale rabbia finisce per scaricarsi su Georgette, aggredita e quasi uccisa da Clarissa in una concitata scena di lotta tra le due donne.
Nella seconda parte viene descritto l'arrivo di Clarissa in Italia, la sua lotta per non affondare, i lavori per mantenersi, alle dipendenze di datori sfruttatori. E, poi, la nascita di suo figlio Lorenzo, dopo numerosi aborti e il desiderio di non diventare madre perché "mettere al mondo un figlio sarebbe esattamente questo; legare alla macchina dispensatrice di morte una nuova vittima, perpetuare quell'assurdo, sanguinario rituale".


Una volta nato suo figlio, Clarissa si pone fermamente l'obiettivo di porlo al riparo da tutta la miseria che lei ha dovuto subire. Nel gestire il suo ruolo di madre, tuttavia, non può affidarsi a modelli o riferimenti affettivi, non ha esempi di amore su cui basarsi e con cui condurre in maniera equilibrata il suo rapporto con Lorenzo, detto Cico. Questi esempi lei non li ha mai avuti. C'è solo l'ossessiva idea di dignità e di rispetto, il tentativo di evitare che gli altri sappiano che lei e suo figlio devono lottare quotidianamente con la mancanza di soldi e con i debiti che si accumulano. E così Cico frequenta una scuola privata per benestanti, veste bene, non gli manca nulla, è circondato da un'illusione di ricchezza e benessere, mentre Clarissa è costretta a ricorrere a usurai e a prestiti da rimborsare con immensa fatica, ogni volta che un ostacolo si frappone sul suo cammino, che sia la perdita del lavoro o una costosa operazione dentistica.
Il rapporto tra Clarissa e Lorenzo è complesso, fatto di incomprensioni e muri, con il ragazzo che di fronte all'insorgere delle difficoltà non sa bene come reagire, timoroso di perdere ciò che ha sempre avuto e la madre che non tollera i suoi timori, ma vuole semplicemente essere compresa nelle sue scelte di vita e non esita a ricordare i motivi che sono alla base di tutte le sue azioni.
Sono numerosi i modelli letterari di riferimento dell'autore, classici, antichi, contemporanei, spesso citati tramite le letture di Lorenzo che considera i libri il suo "rifugio nei momenti tristi. E un'inesauribile fonte di gioia in tutti gli altri giorni". Mi colpisce, in particolare, il riferimento a Marziale che "guardava gli uomini, cercando in ognuno di essi un motivo per amarli, una ragione per farlo, ma per quanto cercasse non trovava nulla, e al suo cuore, colmo di amarezza, non rimase altra strada che quella dell'invettiva, della denuncia". La stessa amarezza che Clarissa ha provato molto spesso e che l'ha portata a fare certe scelte di vita.
E, poi, Dickens, il miglior creatore di personaggi secondo Chesterton, un grande scrittore le cui pagine prendono vita non appena compaiono i suoi personaggi. E, in un certo senso, molti personaggi de "La logica del mammifero" hanno qualcosa di dickensiano, compaiono nella vita di Clarissa e Lorenzo, cercando di portare una luce, una speranza, una svolta. Come Marion, la buona signora che vive di espedienti e furti e che accoglie la giovane Clarissa fuggita dal padre; gli amici Goffredo e Pilar Torres che sostengono Clarissa quando ha bisogno di aiuto o di affetto; la vicepreside Bonini che accoglie Lorenzo nella scuola e rappresenta, con il suo sorriso benevolo, l'anima dell'istituto; Dante, il miglior amico di Lorenzo e forse colui che più di tutti cerca di aprirgli gli occhi sulla realtà che lo circonda.
Sono, dunque, tanti i personaggi, definiti, scolpiti, che intrecciano le loro vite in un destino inesorabile che non risparmia i suoi fendenti. E la forza di questo romanzo è di rendere, con efficacia e senza eccessiva enfasi, l'incedere di tale destino nelle sue vicende quotidiane, un destino contrassegnato da un dolore ineluttabile, ma anche dalla ricerca di piccoli segnali di speranza.


venerdì 8 settembre 2017

Protagonisti ed emozioni di un premio letterario

"Già da tempo cominciavo a pensare ad un nostro premio che nessuno ancora avesse mai immaginato. L'idea di una giuria vasta e democratica che comprendesse tutti i nostri amici mi sembrava tornar bene per ogni verso; dava un significato espressivo anche al gruppo che avrebbe manifestato così le sue opinioni e le sue tendenze, anzi le avrebbe rivelate per mezzo di paragoni e discussioni.". (Maria Bellonci "Il premio Strega")
Era il 1947 e con queste parole la scrittrice Maria Bellonci descriveva la nascita del Premio Strega, che è ancora oggi il riconoscimento letterario più prestigioso in Italia, forte anche di una consolidata fama in Europa e nel resto del mondo.
Già da alcuni anni la dimora dei coniugi Maria e Goffredo Bellonci, in viale Liegi, era divenuta un punto di riferimento per un numeroso gruppo di intellettuali, gli "Amici della domenica", che proprio attraverso le periodiche riunioni in casa Bellonci aveva cercato di tenere vivo il discorso culturale pur nelle difficoltà e nella precarietà del periodo bellico.
Da questo sodalizio nacque l'idea di dar vita a un riconoscimento letterario che avrebbe potuto contribuire alla diffusione della narrativa italiana, un'idea che i Bellonci realizzarono con Guido Alberti, titolare della ditta produttrice del liquore "Strega", che, per spirito mecenatesco e amore per la cultura, si era unito al gruppo insieme a sua moglie Lucia. Gli "Amici della domenica" sarebbero stati, dunque, i giurati di tale premio.


Nel 1951 i Bellonci si trasferirono da Viale Liegi all'attico di via Fratelli Ruspoli, che divenne una vera e propria biblioteca, semplice ed elegante, ma dotata di numerosi scaffali, in cui Maria e Goffredo conservarono i libri di una vita. Le ampie terrazze fiorite dell'attico erano, poi, l'ideale per accogliere gli amici intervenuti in occasione del premio.
Nel corso degli anni la cerimonia di premiazione ha sancito il riconoscimento di numerosi capolavori di grandi autori, a iniziare da Ennio Flaiano con "Tempo di uccidere", per proseguire con Cesare Pavese ("La bella estate"), Alberto Moravia ("I racconti"), Mario Soldati ("Lettere da Capri"), Giorgio Bassani ("Cinque storie ferraresi"), Elsa Morante ("L'isola di Arturo"), Giuseppe Tomasi di Lampedusa ("Il Gattopardo"), solo per citarne alcuni.
La stessa Maria Bellonci fu premiata nel 1986 con "Rinascimento Privato", l'esito conclusivo della sua opera che coniugava storia e narrativa. Con tale opera la scrittrice si addentra nella vicenda di Isabella d'Este presentandocela mentre, anziana e ormai priva di responsabilità dirette di governo, rievoca la propria esistenza sul filo della memoria nella stanza degli orologi, emblema che anticipa i simboli barocchi e costituisce l'elemento cardine del romanzo.
Maria Bellonci muore il 13 maggio 1986 alla vigilia del quarantesimo premio Strega, a cui aveva accettato di concorrere pur consapevole della sua salute precaria, incoraggiata dall'appoggio di Giovanni Macchia, oltre che di Geno Pampaloni che considerava tale romanzo un autentico capolavoro. Il premio le venne poi assegnato, anche se simbolicamente, con una larghissima maggioranza di voti.


Il Premio Strega è legato anche a un'altra fondamentale figura femminile, Lucia Alberti, moglie di Guido, esperta di astrologia e donna estremamente sensibile e colta, deceduta nel 1995. Ho avuto modo di conoscerla e apprezzarla tramite il suo ultimo libro incompiuto "Piccolo galateo di pensieri e sentimenti" (Piemme Editore), una garbata conversazione su svariati temi (tradimento, amore, amicizia, educazione, politica), corredata delle testimonianze di chi l'ha conosciuta e la ricorda come presenza sensibile e discreta alle cerimonie di Villa Giulia, tra gli "Amici della domenica". Questa sua discrezione la indusse a non far mai "pesare" la sua azione nei salotti romani e nel premio Strega, pur esprimendo il suo parere con sincerità: poteva innamorarsi del libro di un oscuro romanziere e lodarlo pubblicamente, così come poteva criticare apertamente uno scrittore assai noto che avesse pubblicato un racconto non bello.
Come da tradizione, il primo giovedì del mese di luglio, nel ninfeo di Villa Giulia a Roma, viene effettuata, con votazione finale degli Amici della domenica, la votazione definitiva che proclama l'opera vincitrice. Quest'anno ha vinto Paolo Cognetti con le "Otto montagne", che, insieme ad altri due finalisti (Teresa Ciabatti con "La più amata" e Matteo Nucci con "È giusto obbedire alla notte") avrà un post dedicato all'interno di questo blog.

venerdì 14 luglio 2017

Crowdfunding letterario per un "ladro di sogni"

Crowdfunding, letteralmente "finanziamento popolare", è uno strumento che consente di supportare economicamente e in modo rapido, tramite la rete informatica, coloro che presentano al pubblico progetti potenzialmente interessanti e creativi.
In ambito letterario, il crowdfunding costituisce un valido strumento per la realizzazione di pubblicazioni di opere narrative, una modalità alternativa rispetto all'editoria tradizionale. In proposito, stanno nascendo diverse piattaforme dedicate esclusivamente al crowdfunding letterario.
Rispetto a queste iniziative, spicca, in modo particolare, Bookabook che, più che una piattaforma, costituisce una vera e propria casa editrice che pubblica soltanto i libri che hanno raggiunto, in un certo periodo di tempo, un determinato obiettivo di raccolta fondi attraverso il crowdfunding. In tale ambito, quindi, il crowdfunding consente a coloro che hanno un progetto letterario interessante di portarlo avanti superando le note difficoltà dell'odierna editoria, rinvenendo i necessari finanziamenti e testando, nello stesso tempo, gusti e preferenze del pubblico rispetto a quel progetto.
Sicuramente interessante e degno di nota è il progetto letterario di Fabio Cruccu dal titolo "Il ladro di sogni e altre storie", una raccolta di dieci racconti fantastici, "onirici e bizzarri", che si discostano dalle tradizionali narrazioni fiabesche per l'originalità dei personaggi creati e delle situazioni ideate.


Si tratta di racconti ben strutturati, caratterizzati da una narrazione avvincente, specialmente nelle parti più avventurose, e da uno stile semplice, ma non banale, forte di una leggerezza ricercata e di una fantasia e di una capacità creativa non trascurabili. Dunque, racconti adatti a tutti, bambini e adulti e arricchiti dalle illustrazioni di Gian Battista Andrea Marongiu.
Le dieci storie attingono da un vasto immaginario, richiamando, tra l'altro, la mitologia orientale (in "Sette rintocchi a mezzanotte" con due monaci buddisti alle prese con piccoli fantasmi burloni) e le leggende pellerossa (in "L'uccello dalle piume di fuoco") i cui protagonisti devono affrontare prove che mostrino coraggio e abilità, ma anche rispetto e sensibilità.
Tutti i racconti, al di là dell'indubbia originalità dei personaggi e delle fantastiche narrazioni, intendono lanciare messaggi profondi. Dunque, storie che fanno sorridere e riflettere.
E così la piccola Lisa, alle prese con un albero fatato, insegna ad andare oltre le apparenze e a non farsi ingannare da dicerie e maldicenze. A seguire, il risoluto Esteban mostra che inseguire con tenacia i propri sogni, anche percorrendo strade che non sempre possono apparire lineari, porta sempre buoni risultati. E a volte, come ci indica Mister Cianfrusaglia, ci si può trovare a seguire e realizzare sogni e speranze senza neanche rendersene conto, semplicemente cercando un palloncino.
Un re sonnacchioso, accompagnato da una fata incontentabile e brontolona, gli abitanti di un mondo dove sembra regnare solo l'armonia, un coraggioso spaventapasseri e un orologio magico sono altri elementi di queste storie che faranno sognare e riflettere piccoli e grandi.
Per contribuire alla realizzazione del progetto di Fabio Cruccu, al seguente link si può preordinare una copia del libro: Il ladro di sogni e altre storie


domenica 9 luglio 2017

Una vecchia libreria di famiglia

Struttura portante in metallo, ripiani in un legno ormai sbiadito, duecento libri con una copertina verde e le pagine ingiallite e impolverate. Si tratta dell'intera Collana "Maestri" delle Edizioni Paoline, risalente agli anni sessanta, una collezione di libri che mio nonno regalò a mia madre.
Una volta che i miei genitori si trasferirono nella loro attuale casa, la libreria trovò ben presto collocazione nella mia camera di bambino. E io, nei miei primi anni di vita, non potei fare a meno di osservarla come un oggetto misterioso, mentre scorrevo quei titoli e quei nomi che mi apparivano prevalentemente sconosciuti.
Poi, pian piano molti autori iniziarono a diventarmi familiari: racconti natalizi di Dickens, favole di Oscar Wilde, leggendarie novelle arabe. Sfogliando quelle pagine dall'odore caratteristico dei libri un po' "datati", capii che quel dono ereditato dal nonno era una miniera preziosa di opere letterarie, un mare in cui tuffarmi per nuotare verso "lidi culturali" che sentivo quasi come esclusivi. In effetti, accanto a classici immortali come "Delitto e Castigo", "La Divina Commedia", "I miserabili", vi sono in questa collana opere minori, ma comunque belle, interessanti e significative, che con il tempo non sono più state ripubblicate in Italia e sono attualmente fuori catalogo o dimenticate (salvo reperirle su ebay).


E così mi dedicai a queste opere narrative coinvolgenti in un viaggio attraverso culture di vari Paesi, sviluppando sempre più il mio amore per la lettura. Scoprii uno dei più grandi autori di tutti i tempi, G.K. Chesterton che con "Il Napoleone di Notting Hill" e "L'osteria volante" mi trascinò nel suo mondo fantasioso, paradossale, forte di una satira estremamente ingegnosa, con i suoi protagonisti che lottano fermamente per i propri ideali. Un autore che ho continuato a leggere e approfondire con altre opere ("I racconti di Padre Brown", "L'uomo che fu giovedì").
E, poi, mi capitò tra le mani il Manzoni polacco, Boleslaw Prus, le cui opere ancora oggi sono rigorosamente studiate dagli alunni delle scuole di Varsavia e dintorni. In particolare, lessi "La bambola", la storia di un commerciante arricchitosi grazie ai propri affari, che si innamora di una giovane aristocratica ormai in rovina. Per Wokulski, Isabella rappresenta un ideale romantico di femminilità, un amore da conquistare con ogni mezzo possibile. Fino ad andare incontro a cocenti delusioni, non appena si rende conto della vera gelida natura di quella donna, affarista e moralmente infida.
Mi emozionai, poi, con le avventure dei protagonisti di "Col ferro e col fuoco", romanzo storico di Henryk Sienkiewicz (autore noto soprattutto per il romanzo storico "Quo vadis"). Una contrastata storia d'amore cui fa da sfondo la rivolta cosacca del 1647 e la battaglia tra Cosacchi e Polacchi.
E i libri sono talmente tanti che potrei continuare a lungo ...


domenica 11 giugno 2017

Elogio della testa fra le nuvole

Avere la testa fra le nuvole, vagare con la mente, superare i confini materiali e inoltrarsi in mondi fantastici, anche solo per evadere qualche minuto dalla noiosa realtà quotidiana. Non vi sarebbe alcun male, se non fosse che per qualcuno l'"essere distratti" è un grave difetto.
Io appartengo certamente a quella categoria di persone che amano distrarsi e fantasticare, salvo, poi, essere bruscamente interrotte da qualche parente che si sente indotto a chiedere "a cosa stai pensando?", neanche avesse colto qualcuno in flagranza di reato.
Per fortuna noi amanti delle soffici nuvolette possiamo sentirci confortati da uno studio dello psicologo neozelandese Michael C. Corballis, che afferma che avere la testa fra le nuvole è un elemento positivo per il proprio benessere, in quanto consente di riposarsi e recuperare energia e lucidità; accresce la nostra empatia con il mondo; ci permette di inventare e raccontare storie, di trovare collegamenti tra eventi e persone nello spazio e nel tempo. Secondo il Premio Nobel Joseph Brodsky è "la nostra finestra sull'infinità del tempo".
Tutte le argomentazioni di tale studio sono molto interessanti, soprattutto il riferimento alla possibilità di inventare storie, anche se dovrebbero essere considerate come scontate. Se ci pensiamo bene, molti filosofi e letterati venivano accusati di essere fuori dal mondo ed erano presi in giro perché avevano la testa fra le nuvole, salvo, poi, elaborare prodotti culturali di altissimo livello. Mi viene in mente Talete, il filosofo di Milete, descritto come una personalità multiforme, dotato di ingegno pratico e speculativo. Fu anche matematico e astronomo e proprio nell'osservare le stelle, secondo un celebre aneddoto a lui attribuito, cadde in un pozzo e venne deriso da una servetta.


Dunque, la testa fra le nuvole ci apre le porte verso la fantasia e la creatività. E magari, quando Susanna Tamaro ha ideato il suo romanzo di esordio intitolato proprio "La testa fra le nuvole", il messaggio che voleva comunicare era proprio questo.
Di certo, la storia creata dalla scrittrice triestina è, per certi aspetti, stravagante e fantasiosa. Il piccolo Ruben, appena nato, si lascia sfuggire un urlo sconsiderato che lo pone in profondo imbarazzo. I parenti che lo circondano, festanti per la sua nascita, a quell'urlo esplodono in sonore manifestazioni di gioia, per cui il piccolo si vergogna talmente tanto per il suo gesto inconsulto che si ripromette di non compiere mai più nella sua vita un'azione tanto fuori luogo, impegnandosi a trascorrere un'esistenza "tranquilla, ma tranquilla davvero".
Sicuramente, è abbastanza improbabile che un bambino nato da pochi minuti possa formulare pensieri così complessi, degni di un uomo già maturo. In realtà, tutto il romanzo della Tamaro è giocato sull'assurdo e sul non senso, con Ruben che sembra quasi felice di rimanere ben presto orfano perché ciò gli consentirà di attuare il suo proposito, chiuso nel suo mondo pacato e isolato.
Si trasferisce nella villa delle nonne e viene designato erede universale dal suo ricco zio americano, per cui il suo destino è già tracciato e la sua vita può procedere con la tranquillità tanto auspicata, sdraiato in una fossa tra la gloriette e i tigli.
Eppure, da quella posizione inizia a elaborare accurate riflessioni sulla legge di gravità e sulla possibilità di superarla, lanciando in aria giavellotti e sperando di ottenere prima o poi il risultato di farli librare in alto e vederli sparire verso il sole e le stelle. Ruben, seppure ci appare legato fortemente alla terra e a una vita tranquilla, si dimostra, in un certo senso, orientato verso il cielo, alla ricerca di una leggerezza che superi la gravità.
Ruben è davvero convinto che la sua vita sarebbe stata sempre "tranquilla, ma tranquilla davvero", ma un giorno un brutto incidente, in cui Oscar, il suo precettore viene colpito e ucciso per sbaglio da un giavellotto, costringe il ragazzo, ormai quindicenne, a staccarsi da quella terra e a fuggire, convinto di essere inseguito dalla polizia, andando incontro a personaggi sempre più strampalati.
Tra i tanti, incontra Ilaria, una signora priva di vista, che lo costringe a farle da aiutante e lo porta stretto a sé in giro per la città; Spartaco, ladro, affarista e privo di scrupoli, che lo deruba dei risparmi appena messi da parte; il Barone Aurelio, che per Ruben ha una particolare passione e lo assume come garcon de chambre, affinché si prenda cura di lui e della sua compagna.
Ruben, in tutte le sue avventure, si dimostra sempre ragazzo versatile, in grado di adattarsi a ogni situazione: perfetto stuntman in grado di compiere pericolose acrobazie, abile nei lavori casalinghi al servizio del Barone, esperto giardiniere nella villa di Margy, anziana vedova inglese.
E in questo particolare episodio, la Tamaro dimostra la sua passione per le scienze naturali con accurate e dettagliate descrizioni botaniche. In mezzo alla natura emerge anche il senso di solitudine di Ruben, il suo bisogno di colmare un vuoto esistenziale, con una sete di conoscenza che cerca di soddisfare rivolgendo al suo nuovo amico, lo scoiattolo Lucrezio, tante domande sul mondo e sul suo destino. Tante domande cui il piccolo Lucrezio sembra rispondere a modo suo.
L'avventura di Ruben è una continua e sorprendente sequenza di situazioni equivoche e bizzarre, situazioni che lo vedono sempre correre follemente nel tentativo di fuggire e liberarsi da quegli assurdi personaggi, per raggiungere, infine, la sua meta agognata, l'America, dove lo aspetta suo zio con l'eredità. Alla ricerca di quel sogno di leggerezza che si materializza nel pilota Arturo, stralunato cacciatore di parole perdute, che con il suo aereo gli farà attraversare l'oceano, alla scoperta del nome di quel sentimento che "nonostante tutto, permette di andare sempre avanti con occhi curiosi e attenti".