Sono ormai trascorse due settimane dalla novantesima cerimonia degli
Oscar, tenutasi il 4 marzo scorso al Dolby Theatre di Los Angeles. È
una proclamazione che sempre rappresenta per me un momento
particolare, attesa ogni anno con una certa trepidazione per scoprire se saranno premiati ed elogiati quei film che nel corso degli ultimi
mesi mi hanno emozionato, stupito, coinvolto o semplicemente
incuriosito. Una cerimonia attorno alla quale ruotano personaggi
straordinari e aneddoti curiosi e che in qualche modo ha contribuito
a costruire la storia del cinema.
Con il mio solito spirito poco giornalistico mi accingo a parlarne
soltanto adesso, più che altro per annotare finalmente nel blog (che
solo in via eccezionale si occupa di cinema) le più che positive
impressioni che mi hanno lasciato due dei film premiati quest'anno:
"Chiamami col tuo nome" e "L'ora più buia".
"Chiamami col tuo nome" rappresenta l'orgoglio italiano
all'estero: diretto da Luca Guadagnino, candidato, tra l'altro,
all'Oscar come miglior film, alla fine si è dovuto accontentare, pur
con onore, del premio per la miglior sceneggiatura non originale del
mio amato James Ivory (soggetto tratto dal romanzo omonimo di André
Aciman).
Il protagonista Elio (Timothée Chalamet) sta trascorrendo le vacanze
estive con i suoi genitori nella loro villa immersa nella campagna
del Cremasco. È un'estate molto calda che per il ragazzo
diciassettenne scorre placidamente, tra gli amati strumenti musicali,
gli studi e i bagni al fiume, fino a quando non irrompe nella sua
quotidianità lo studente Oliver (Armie Hammer), giunto in Italia per
completare gli studi di dottorato. I due ragazzi inizialmente
sembrano provare una reciproca diffidenza, entrando l'uno in contatto
con l'altro con una certa cautela. Ma poco alla volta Oliver
travolge Elio in una passione amorosa totalizzante, consumata con
foga giovanile nel timore che possa sfuggire con il volgere al
termine della stagione estiva. Un'esperienza travolgente che in
qualche modo cambia i pensieri e le prospettive di Elio.
È un film che ti catapulta in un'atmosfera rarefatta, onirica, quasi
sospesa nel tempo (richiamando alla mente alcune opere di James
Ivory), con le musiche coinvolgenti, gli affascinanti e silenziosi
chiaroscuri, i paesaggi che si perdono oltre la vista nel verde
brillante della campagna cremasca.
Dopo averlo visto, ho provato una certa malinconia pensando all'amore
che arriva all'improvviso, sconvolge i sensi e si allontana lasciando
una sensazione amara di vuoto, soprattutto quando manca da una parte
il coraggio di volgere lo sguardo ai propri sentimenti, di dar loro
una struttura stabile, un nutrimento duraturo. Eppure quel vuoto,
come afferma saggiamente il padre di Elio, non deve suscitare paura
fino al punto di paralizzare l'espressione delle proprie sensazioni,
poiché il sentimento, una volta provato, è comunque una fonte da
cui abbeverarsi, di cui arricchirsi, per cui sarebbe uno spreco non
provare nulla per il rischio di soffrire.
"L'ora più buia" è un film di genere storico e biografico
(tratto dall'omonimo libro di Anthony McCarten) diretto da Joe
Wright, incentrato sulla figura e sulle vicende di Winston Churchill,
a partire dal momento in cui venne nominato primo ministro britannico
agli inizi della Seconda Guerra Mondiale. Churchill è interpretato
magistralmente da Gary Oldman che per tale ruolo ha vinto l'Oscar
come miglior attore protagonista, essendo riuscito ad entrare
perfettamente nel personaggio e a riprodurre con straordinaria
esattezza ogni minima sfaccettatura del grande statista britannico.
Il film coglie tutta la tensione del Primo Ministro che allo scoppio
del secondo conflitto mondiale si trova di fronte a un grande
dilemma: negoziare un trattato di pace con la Germania nazista di
Hitler, senza alcuna certezza su quali condizioni verranno imposte e
con il rischio che il Regno Unito possa perdere la propria
indipendenza; oppure affrontare una guerra con tutte le conseguenze
che certamente ne deriveranno in termini di ingenti perdite e numero
di vittime, ma battendosi a testa alta per la libertà senza cedere a
compromessi.
Churchill è tenacemente combattuto e pressato dai Conservatori del
partito di Re Giorgio VI, che vorrebbero subito stipulare il trattato
di pace; ma lui, che raramente si immerge nei meandri della città,
non si arrende e decide di andare incontro al suo popolo fiero e
orgoglioso per comprendere, nell'ora più buia della sua Nazione,
quale sia la decisione più giusta.
Un film coinvolgente, non privo di ironia e tenerezza, da cui arriva
un chiaro messaggio sulla necessità di non scendere mai a patti con
il nemico nel momento in cui ciò dovesse implicare la rinuncia ai
propri valori e ideali.
"Lei guardò il ragazzo e il figlio che aveva appena
partorito spalancando i suoi occhi chiari lucidi di pianto; li guardò
come mai prima di allora aveva guardato, e per un ultimo istante al
mondo non furono che loro tre".
"Quella solitudine immensa di amarti solo io",
l'opera prima di Paolo Vitaliano Pizzato (Editori Priamo e
Meligrana), è un romanzo intenso, intimo, fortemente introspettivo,
che tocca le corde dell'anima con quella delicatezza di chi arriva in
punta di piedi, ma con la sua sensibilità letteraria riesce sempre a
lasciare il segno. Anche se con le successive opere Paolo ha
raggiunto una diversa maturità stilistica, non posso non sentirmi
legato a questo suo primo romanzo (in ordine di pubblicazione), che
contiene il germe essenziale della sua scrittura.
La trama è, in apparenza, semplice: due giovani hanno appena avuto
un figlio, ma la felicità di tale evento viene ben presto oscurata
dal timore di non essere in grado di diventare bravi genitori, una
paura che sembra bloccarli anche di fronte a banali imprevisti, come
il pianto improvviso del bimbo o le difficoltà della madre nel
dargli il latte. Sono timori dietro cui si celano conflitti mai
risolti con le rispettive famiglie, che tornano di frequente a
tormentarli.
Quella di Pizzato è una scrittura accurata nella scelta dei termini,
nelle descrizioni degli ambienti, filtrate attraverso lo sguardo
attento del protagonista, nella costruzione delle frasi sempre fluide
ed eleganti, una scrittura che nello stesso tempo denota anche una
forte istintività, una spontaneità che trasuda da ogni pagina:
l'autore si dà completamente, con assoluta trasparenza rivela il suo
mondo interiore, mostra la sua visione delle cose, spesso disillusa e
disincantata, una visione che viene trasfusa nei suoi personaggi
principali, colti nelle loro fragilità e paure, smarriti lungo il
percorso alla ricerca di se stessi e della propria identità.
I protagonisti, i genitori del piccolo Cristiano, sono tratteggiati
in tutta la complessità del loro carattere. Il padre, chiamato
semplicemente "il ragazzo", è un giovane introverso che
mostra una grande attenzione per i dettagli, in una sorta di
ossessione per l'ordine, e nutre una forte passione per i libri,
passione che vorrebbe trasmettere anche a suo figlio.
La sua vita è continuamente attraversata da dubbi e paure, che lo
bloccano e gli impediscono di credere alla possibilità di essere
felice: "Non era, la sua, comune ritrosia, né difficoltà a
rapportarsi agli altri e neppure senso di inadeguatezza, che pure
spesso sentiva acutamente; non si trattava di una specificità del
suo carattere quanto piuttosto di una sorta di "doppio" che
qualche volta si sostituiva a lui. [...] Qualche volta il ragazzo
pensava che la sua vita non fosse altro che questo, una continua
attesa, fradicia di terrore, dell'arrivo del proprio doppio,
l'inevitabile resa alla sua violenza e la faticosa restituzione degli
accadimenti di cui era stato vittima a un ordine possibile talmente
fragile da sfiorare l'inconsistenza, fondato soltanto sulle patetiche
ansie di una fantasia sovraeccitata".
La continua paura che tale doppio possa presentarsi, quindi, lo ha
sempre indotto a fuggire da difficoltà e responsabilità,
rifugiandosi in un mondo illusorio, in cui ogni ostacolo è già
superato. Sullo sfondo vi è il ricordo di una madre che non c'è più
da alcuni anni, per la quale il ragazzo prova una infinita nostalgia,
un rapporto irrisolto che gli ha lasciato molti sensi di colpa e
l'idea che forse solo con lei potesse esserci una vera famiglia, Un
ricordo che ritorna continuamente nei pensieri del ragazzo,
soprattutto nei momenti di sconforto, quasi un'ancora a cui
aggrapparsi.
Emma, la madre del bimbo, ci viene presentata come una ragazza capace
di donare sempre un sorriso gentile e di amare gli altri per ciò che
sono, inclusi i difetti, le ansie e le piccole ossessioni. Concreta e
intelligente, Emma ha dovuto sopportare il peso di una famiglia che
non ha fatto altro che bloccarla nell'espressione della propria
identità, cercando di imporle le proprie scelte, ritenute più
giuste, e tarpandole le ali. In particolare, sua madre si presenta
come una figura ingombrante che non esita a far valere sulla figlia
la propria esperienza per indurla a seguire le sue convinzioni. Pur
se determinata ad affrancarsi da tale prigionia, cercando di seguire
le proprie passioni e sentirsi realizzata professionalmente, Emma ne
esce fortemente condizionata nell'espressione dei propri sentimenti.
La nascita del bimbo viene, dunque, vista come il momento in cui
tutti i contrasti e i conflitti irrisolti vengono alla luce, una
prova cruciale in cui i due ragazzi mostrano tutta la loro
vulnerabilità. Da un lato, vi è il ragazzo, che vorrebbe
fortemente divenire l'artefice della felicità di suo figlio,
facendolo crescere nella consapevolezza che il dolore esiste, ma
fornendogli tutto l'aiuto necessario per poterlo affrontare, senza
rinchiuderlo in una gabbia dorata, in modo che possa divenire forte e
in grado di sostenere ogni avversità che il destino vorrà porgli di
fronte. È un desiderio che qualsiasi padre proverebbe, quello di
rendere un figlio capace di costruire il proprio futuro, ma che deve
scontrarsi con le paure del ragazzo, la convinzione di non essere in
grado di sopportare una simile responsabilità. Dall'altro lato, c'è
Emma, che pur amando i suoi genitori, vorrebbe liberarsi dai loro
condizionamenti, dimostrare di essere in grado di crescere e badare a
suo figlio, senza vedersi continuamente rinfacciare l'esperienza di
sua madre. Vuole mostrare di essere finalmente una madre e non più
solo una figlia, in questa sua lotta vorrebbe il ragazzo accanto a
sé, libero finalmente dalle sue paure, ma ogni difficoltà diviene
fonte di frustrazioni.
"Lotta, battaglia, scontro, conflitto ... parole che
disegnavano, o meglio abbozzavano, i contorni, la trama di punti di
vista, opinioni, certezze differenti, opposte". Il solco tra
generazioni, è questo il tema fondamentale di questo romanzo, un
solco che spesso diviene una parete di incomunicabilità e
incomprensione, in cui i figli cercano di conquistare la propria
identità, il loro essere un'entità separata rispetto ai loro
genitori, combattendo contro l'incapacità di questi ultimi di
accettarlo.
È un tema fortemente attuale, che tocca sentimenti comuni, rapporti
che, almeno in parte, in molti hanno sperimentato. Un argomento che
l'autore sviscera fino in fondo, con quella consapevolezza (che
ritornerà anche nei suoi successivi scritti) che le scelte compiute,
anche senza la volontà di far del male, si ripercuotono
necessariamente sugli altri, condizionandone le successive azioni
come "un maligno cordone ombelicale che un dio privo di
misericordia, o molto più banalmente un infermiere distratto, non si
era curato di recidere e che lo teneva legato a un destino minaccioso
e terribile come un cumulo di nubi temporalesche".
“E sai perché non hanno paura? Perché sono belle, bellissime.
E sanno di esserlo. Nessuno ucciderebbe una coccinella”. Teo –
il protagonista del bellissimo romanzo di esordio di Stefano Corbetta
“Le coccinelle non hanno paura” (Editore Morellini) - non
può fare a meno di condividere queste parole, pronunciate da un
ragazzino appassionato come lui di fotografia, incontrato
casualmente in un parco. E l'idea che la coccinella, grazie alla sua
bellezza, possa salvarsi dalla mano minacciosa di chiunque, mi
riporta a uno dei temi fondamentali che ho colto in questo romanzo,
ovvero che solo sviluppando una propria forza, una propria ricchezza
interiore si può andare avanti inseguendo determinati obiettivi e
cercando di sconfiggere ogni timore, soprattutto la paura della
morte, nella ricerca dell'eternità.
Teo ha una grande passione per la fotografia, sviluppata sin da
quando era piccolo e andava in giro osservando e riprendendo ogni
angolo della casa da differenti visuali. Questa passione nasconde un
segreto, una capacità particolare che rimane per lungo tempo celata
agli altri, ovvero la possibilità per Teo di catturare immagini con
gli occhi, di inquadrare una scena e immortalarla con il semplice
movimento di una palpebra, per poi conservarla, perfettamente
intatta, nella propria memoria sensoriale, che si trasforma in un
immenso archivio.
È un dono che per Teo si rivela ben presto molto simile a una
maledizione, che lo porta a vedere “la muta condanna di tutte le
cose”, l'evoluzione successiva, sino alla morte, di qualsiasi
essere vivente lui riprenda. E ciò lo spinge a non fotografare mai
persone o animali, ma soltanto elementi inanimati e paesaggi.
Teo ha scoperto da poche settimane di avere un tumore al cervello:
l'assenza di sintomi ha portato ad un accertamento tardivo, per cui
il cancro si è talmente diffuso da non essere più operabile. E a
quel punto decide che vi può essere un solo modo per affrontare il
poco tempo che gli è rimasto da vivere, ovvero “trattare la
faccenda nello stesso modo in cui scatta fotografie: osserva la luce,
fa clic e non pensa a nient'altro che non sia la foto successiva”.
In questo, dimostra, quindi, una ostinata determinazione nel volere
procedere linearmente lungo una traiettoria che non ammette
deviazioni, come se stesse giocando una partita a scacchi in cui le
strategie si susseguono regolarmente senza discutere, allontanando da
sé ogni forma di compatimento.
In questo suo percorso gli unici che possono stargli vicino e
assecondare la sua volontà sono i suoi migliori amici, Luca ed
Elena, che si conosciuti e innamorati proprio grazie a lui e adesso
aspettano un figlio. Soltanto loro sono a conoscenza del reale stato
di salute di Teo, ma non riescono ad arrendersi all'idea che il loro
amico a breve dovrà abbandonarli.
Eppure qualsiasi strategia, qualunque traiettoria non può non
conoscere una deviazione improvvisa che distoglie l'attenzione dal
percorso già delineato. E questa deviazione è rappresentata da una
persona che Teo non ha mai conosciuto e che non potrà più
conoscere, la zia di Elena, Grazia, che, durante il viaggio
intrapreso per raggiungere la nipote, viene coinvolta in un incidente
mortale. Un evento luttuoso che sconvolge la vita di Teo che “si
chiede cosa stia facendo lì a svuotare la casa di una donna che non
ha mai conosciuto, tra il pieno e il vuoto di quelle mura a fare lo
stesso lavoro che un giorno qualcun altro farà a casa sua”.
A questo punto, il racconto diviene un gioco a incastro, in cui si
compongono differenti destini e le vite presenti e passate finiscono
per intersecarsi le une con le altre, mentre Teo si sforza di trovare
un filo conduttore. Elemento scatenante di questa ricerca è una
vecchia fotografia in bianco e nero che ritrae Grazia assieme a un
uomo misterioso, una foto contenuta in una cartellina, intestata a un
certo Signor P., con alcuni fogli dattiloscritti che Teo ritrova tra
le cose di Grazia temporaneamente depositate a casa sua.
L'autore, partendo da questo elemento, ha costruito un solido
intreccio narrativo, basato su una scrittura nel complesso immediata
e lineare, ma che riserva diverse pagine dense di una poeticità a
tratti malinconica, senza mai essere banale o scadere nel patetico,
capace di suscitare immagini che si fissano nella mente nitide come
fotografie. Corbetta indaga a fondo le sensazioni di Teo nel suo
percorso che costituisce l'ultima fase di un'esistenza che non ha
fatto in tempo a godere pienamente, in cui cerca di procedere senza
sbandare, fuggendo sempre un attimo prima dalla tentazione di cedere
alla disperazione e di lasciarsi andare al suicidio.
Nell'intreccio all'improvviso si materializza Arianna, una giovane
psicologa temporaneamente impiegata in un negozio in cui Teo si
ritrova ad acquistare cinque t-shirt nere, e a cui il romanzo riserva
uno spazio speciale, con pagine narrate in prima persona, quasi un
diario. Si rivedono pochi giorni dopo l'acquisto, quando Arianna gli
restituisce la cartellina del misterioso Signor P. che lui aveva
distrattamente dimenticato sul bancone. È, quindi, il caso, o il
destino, a farli incontrare di nuovo. E Teo non può evitare di
essere conquistato da lei, dalla sua semplicità, dal suo entusiasmo,
dalla capacità di percepire i mondi che si celano dietro le parole e
di dire sempre qualcosa in grado di destare sorpresa.
La storia tra i due inizia pian piano a farsi strada, delicatamente,
tra scambi di vedute sull'arte della fotografia e ricordi lontani di
foto in bianco e nero, tra sorrisi e rimpianti. E Teo, inizialmente
timoroso di legarsi a lei per il troppo poco tempo che le potrebbe
dare, vince le sue resistenze, allarga l'orizzonte della sua
consapevolezza e comprende che non può buttar via gli ultimi istanti
della sua esistenza. È la malattia a fargli vedere, a un certo
punto, le cose con occhi diversi, ma anche l'incontro con il Signor
P., ovvero Primo Guerrieri, della cui storia, trascritta in quei
fogli, inizia ad appassionarsi, coinvolgendo anche Arianna: il
viaggio intrapreso anni prima in un santuario toscano, l'incontro con
Grazia, il mistero attorno al diario di un bambino coinvolto nei
bombardamenti tedeschi, al termine del secondo conflitto mondiale,
presso la Linea Gotica, che tanto sconvolge Primo. Storie racchiuse
le une nelle altre come scatole cinesi.
“Il Signor P. era stato vinto dagli eventi e dalla propria mente.
Teo si sente così simile a quell'uomo da pensare che in fondo anche
la sua vita finirà così, senza capirci niente e senza poter
reagire, sospeso tra il mondo reale e un soffocato desiderio di
rivalsa”. E Teo, reagendo a questo pensiero, quasi per chiudere
il cerchio in cui si muovono tutte queste storie, pur nella
consapevolezza che la sua forza fisica è ormai esaurita per il
repentino progredire della malattia, di quella maligna massa tumorale
che si estende sempre di più, non si arrende e va alla ricerca del
Signor P.
Dopo aver terminato il romanzo, non posso fare a meno di pensare a
quello che mi ha lasciato Teo, uno di quei personaggi di cui si sente
la mancanza dopo aver chiuso il libro: il suo desiderio di fuggire da
quelle immagini di muta condanna, la sua voglia di eternità, che
insegue fotografando il cielo e lasciando in un foglio scritto parole
destinate ai suoi cari, e quella sottile speranza, rappresentata da
una coccinella che si muove lenta sulla superficie di un finestrino.
Alcune settimane fa ho avuto di modo di rileggere un romanzo dello
scrittore Raffaele Crovi cui mi ero già dedicato circa venti anni
prima, intitolato "L'indagine di Via Rapallo". Un
giallo, quindi, finalista al Premio Strega nell'edizione del 1997, la
cui rilettura, oltre a riportarmi indietro nel tempo all'estate dopo
la maturità, mi ha svelato e fatto riscoprire nuovi aspetti.
L'indagine si concentra essenzialmente intorno alla morte di uno
scrittore, Orio Zaniboni, in apparenza caduto accidentalmente da un
balcone. A valutare se si sia trattato di un incidente o di un omicidio
viene inviato il vice ispettore Gino Pompei, che si finge cugino del
defunto, incaricato di effettuare un inventario dei beni che dovranno
formare oggetto di una eredità dello scrittore in favore di
un'università.
Pompei, esperto di idraulica, approfitta di tali doti per girare tra
gli appartamenti degli otto piani del condominio di Via Rapallo in
cui il presunto incidente (o omicidio) è avvenuto. E tra un
rubinetto che perde, tubature da riparare e termosifoni che scaldano
poco, cerca di scoprire nuovi elementi chiacchierando con gli
abitanti di quel palazzo, tra cui spiccano diversi personaggi ambigui
e bizzarri.
L'indagine mette in luce una realtà piena di conflitti sociali e di
disagio, con condomini che dialogano poco tra di loro e non conoscono
quasi nulla l'uno degli altri, vivendo realtà parallele che
difficilmente sembrano intersecarsi, se non quando si tratta di
lasciarsi andare a ripicche e rivalse.
Tutto ciò accade in una metropoli, Milano, in cui "la
solitudine, la mancanza di dialogo familiare e comunitario, genera in
molti il cancro della depressione, che suggerisce il corteggiamento
della morte".
Il vice ispettore, nel suo peregrinare tra un appartamento e l'altro,
incontra, quindi, molteplici personaggi che sembrano abitare pianeti
distanti: gli Allegretti, padre e figlio, ladri gentiluomini e forse
più sinceri di tanti finti perbenisti; il giovane Felice, ben presto
orfano di entrambi i genitori e privo di altri legami di parentela
(la nonna, unica familiare, è morta da poco), preso dai suoi studi e
avvolto da un alone di mistero assieme alla sua amica Alice; la
portinaia Sonia, che sfrutta il sesso e le gravidanze come strategia
di sopravvivenza, per sfuggire a una condanna a seguito dell'omicidio
del marito; l'infido amministratore.
"In un palazzo urbano non c'è dialogo: c'è l'incontro
casuale per le scale o in ascensore che può diventare scontro di
avare parole; non ci sono discorsi, ci sono silenzi, invettive o
delazioni". E gli inquilini si svelano anche nel loro
rapporto con il defunto, quello scrittore impiccione che amava
indagare e intromettersi nelle vite altrui, per rinvenire materiale
narrativo per un nuovo romanzo sui conflitti urbani oppure, come
molti sostengono, con un intento moralizzatore.
L'autore adotta uno stile assai sobrio, quasi cronachistico, e a
tratti ironico, nel suo mostrare i resoconti degli incontri
quotidiani del vice ispettore. E non manca, forse, qualche stereotipo
nella costruzione di alcuni personaggi e di talune vicende.
In particolare, nel romanzo viene introdotta la figura del professore
trentenne, Sergio Conti, che rivela di essere omosessuale e viene
descritto, secondo un canone di frequente utilizzato in narrativa, come impeccabile
amante dell'ordine, un uomo solo, infelice, inquieto, pieno di sensi
di colpa, soprattutto dopo il suicidio dei genitori. E per il suo
"atteggiamento eccessivamente morbido", uno
stereotipo che risente di pregiudizi diffusi ancora oggi, il professore viene respinto dal giovane deejay, Luigi
Neirotti, presso cui si era recato per farsi prestare alcuni dischi.
Il Neirotti, descritto come il classico deejay rinchiuso in un suo
mondo di musiche, discoteche, luci colorate, riceve, come gli altri,
la visita del vice ispettore che, in qualche modo, si convince che il
ragazzo sia omosessuale, salvo poi ricredersi (il Neirotti ha un
flirt con un'altra ragazza che abita nel palazzo) e toglierlo dalla
"lista degli ambigui e, quindi, dei sospettabili".
E, a questo punto, non si può fare a meno di chiedersi perchè mai, secondo l'autore,
un omosessuale, in quanto tale, debba essere automaticamente incluso
nella lista dei sospettati per un omicidio.
Il finale, in ogni caso, non presenta particolari soprese o colpi di
scena nella scoperta del colpevole, per cui il romanzo, più che come
giallo, è interessante in quanto propone, pur con i limiti sopra
evidenziati, un'analisi sociologica con un'indagine dei conflitti e
delle ambiguità che caratterizzano quei numerosi microcosmi
quotidiani tra loro non comunicanti che si collocano nella realtà
metropolitana.
Una statua rappresentante la dea Ecate, mitologica figura con le
sembianze di tre donne unite per la schiena (una giovane, una adulta
e una anziana) e con il compito di accompagnare gli uomini ancora in
vita nel regno dei morti, è l'elemento centrale di un interessante
romanzo noir di Vito Santoro, intitolato appunto "I
tre volti di Ecate" (Edizioni Spartaco). Si tratta di una
statua di grande valore, attorno a cui si snodano inevitabilmente le
vicende dei protagonisti che, per desiderio di possesso o semplice
casualità, si ritrovano a contatto con essa.
La vicenda ha, dunque, inizio con Alberto e Dario, due ragazzi che,
per guadagnare qualcosa, spesso si fanno coinvolgere in lavoretti non
proprio legali e che sono stati inviati da Messala, proprietario
alberghiero dedito a loschi affari, nella villa del Conte Balsamo per
rubare la preziosa statua. Tutto sembra andare per il meglio:
l'antifurto disattivato, la porta della sala dove è conservata la
statua agevolmente scassinata. A un certo punto accade l'imprevisto:
un uomo che sembra comparso dal nulla e che non sarebbe dovuto essere
lì, interviene puntando una pistola contro Dario, ma viene colpito a
morte da Alberto, che nel frattempo si era nascosto. Tale imprevisto
è simile alla tessera di un domino che, cadendo, travolge tutte le altre
diffondendo presagi di morte: infatti, subito dopo quanto accaduto
nella villa, ha inizio una girandola di fughe e inseguimenti alla
ricerca della statua, che passa di mano in mano lasciando dietro di
sé una scia di cadaveri.
Il romanzo si distingue per la sua scrittura precisa e lineare, con
un stile privo di ridondanze, ma ricco di interessanti sfumature, con
una particolare attenzione alla scelta dei termini, specialmente
nella descrizione dei luoghi in cui si dipana l'intreccio narrativo.
Attenta è anche la costruzione dei personaggi per i quali la linea
di separazione tra bene e male, come si dirà dopo, non è mai così
netta. Alberto e Dario sono due giovani che cercano di affrontare
un'esistenza vissuta in un ambiente popolare: molto legati tra loro,
ma completamente diversi, l'uno più riflessivo, attento e leale,
l'altro più istintivo e incapace di star lontano dai guai, tentano
di sbarcare il lunario come possono, anche se ciò significa
infrangere la legge, e guardano con disprezzo i ragazzi più ricchi
e viziati che non hanno mai dovuto faticare per ottenere qualcosa.
I ragazzi cercano di cavarsi di impaccio rivolgendosi a un loro
amico, Mario Sforza, definito "il mercenario" e con un
passato poco chiaro. Sforza è in realtà un uomo di grande umanità,
che ha perso tragicamente i propri cari e che non esita a intervenire
in favore di chi è in difficoltà. Molto affezionato ai due
giovani, tenta in ogni modo di salvarli da quella che sembra una
condanna a morte già scritta e di contrastare chiunque cerchi di far
loro del male.
Il commissario Nebbio, colui che dovrebbe indagare sul furto e
sull'omicidio avvenuto nella villa, è in realtà un poliziotto
corrotto, l'intermediario tra il misterioso personaggio che ha
commissionato il furto e Messala che ha, invece, avuto il compito di
organizzare la rapina. E Nebbio, considerato l'evolversi degli
eventi, non esita a intimare a Messala di recuperare la statua e di
eliminare qualsiasi testimone, inclusi Alberto e Dario. Nebbio è un
uomo spietato che uccide semplicemente per il gusto di farlo e che
esprime chiaramente la sua concezione di bene e male: "Voi e
la vostra visione incantata della vita. Mi chiedevo come fosse
possibile filtrare la realtà in questo modo, ma poi ho capito che la
vostra è solo cecità. Il male, il bene. Qual è il significato del
bene se non si conosce il suo opposto? Male e bene sono un'unica
cosa, l'uno ha bisogno dell'altro.".
Questa commistione tra bene e male sembra trapelare in molti aspetti
della vicenda, rivestendo di una certa ambiguità alcuni personaggi.
Come Messala, che nella sua attività non esita a intraprendere
azioni illecite, ma poi, recuperata in qualche modo la statua, fugge
via non solo per evitare di affrontare i propri nemici, ma per
inseguire un desiderio passato, una storia d'amore che avrebbe
potuto, ma non ha mai avuto un seguito. O come il Conte Balsamo che
ambisce a riavere la sua amata e preziosa statua, mantenendo un alone
di mistero sui veri motivi che lo legano a tale oggetto.
"I tre volti di Ecate" è, dunque, un romanzo
avvincente, ma nello stesso tempo pieno di intriganti spunti di
riflessione. Sullo sfondo l'ambita e ambigua statua, un oggetto che
crea un misterioso turbamento in chi la osserva attentamente, come se
riuscisse a captare il fatale messaggio di cui la dea si faceva
portatrice nell'antichità. Quel destino ineluttabile verso cui
ognuno viene condotto.
Il
Capodanno, come da tradizione, si contraddistingue per il concerto
viennese con musiche della famiglia Strauss, trasmesso dalle
emittenti di almeno quaranta paesi. Ma devo ammettere che anche la
mia Potenza in ambito musicale riesce a non sfigurare.
Il
primo dell'anno, come di consueto (siamo giunti alla trentunesima
edizione), l’Ateneo Musica Basilicata ha organizzato, presso
l’Auditorium del Conservatorio “Gesualdo da Venosa” di Potenza,
il Gran Concerto di Capodanno da cui prende avvio la Stagione
concertistica 2018.
Le
musiche sono state eseguite quest'anno dalla Lugansk Philarmonic
Orchestra, diretta dal Maestro Yastskiv Nazarii. L’Orchestra nacque
nell’estate del 1945 nella città di Lugansk, definita la porta
orientale dell’Ucraina e con buone tradizioni culturali. La
creazione di un'orchestra sinfonica fu dettata dalla volontà di
conservazione e sviluppo dell'arte musicale classica.
L'Orchestra
tenne il suo primo concerto a novembre del 1945 sotto la direzione
del direttore S. Ratner e in breve ha raggiunto il successo
collaborando con importanti musicisti del nostro tempo, che poi hanno
preso parte a vari concerti.
Numerosi e di alto livello i brani in scaletta: dalle travolgenti
musiche di Strauss (Kaiservalzer, Voci di Primavera, Il pipistrello,
Sangue Viennese) all’eleganza di Tchaikovsky con lo Schiaccianoci e
il Lago dei Cigni, passando da Bizet, Brahms, Verdi, per concludere
con l’inconfondibile e irresistibile Can Can di Offenbach.
Ovviamente non poteva mancare il bis con la Marcia di Radetzky che
immancabilmente suscita l'entusiasmo della platea. È stato, dunque,
un ottimo avvio per il nuovo anno.
Di seguito riporto i video tratti da Youtube delle opere eseguite con
alcune notizie.
1)
G. Bizet – Suite Carmen
Opéra-comique in quattro atti, su libretto di Henri Meilhac e
Ludovic Halévy. È tratta dalla novella omonima di Prosper Mérimée
(1845), ma con modifiche salienti tra cui l'introduzione dei
personaggi di Escamillo e Micaela, e il carattere di Don José, che
nel romanzo viene descritto come un bandito rozzo e brutale. Bizet
stesso collaborò al libretto, scrivendo anche le parole della
celebre habanera L'amour est un oiseau rebelle.
La
sua prima rappresentazione avvenne all'Opéra-Comique di Parigi il 3
marzo 1875. Inizialmente l'opera non ebbe grande successo, così che
Bizet, morto tre mesi dopo la prima rappresentazione, non poté
vederne la fortuna.
2)
J. Strauss – Elien a Magyar op. 332
Si tratta di una polka composta da Johann Strauss II ed eseguita per
la prima volta a Budapest nel marzo del 1869. L'opera fu dedicata
alla Nazione ungherese.
3)
J. Strauss – Kaiser-Walzer
Kaiser-Walzer (Valzer dell'Imperatore) è un valzer di Johann
Strauss (figlio). Nell'autunno del 1889 Johann Strauss si esibì in 5
concerti in occasione della nuova apertura della sala da concerti
Konigsbau a Berlino. Prima che il compositore partisse per la
Germania, la stampa viennese diede l'annuncio che Strauss avrebbe
presentato al suo editore di Berlino un nuovo valzer, dal titolo Mano
nella Mano. Quel titolo faceva riferimento ai festeggiamenti che si
erano svolti nell'agosto 1889 in occasione della visita
dell'imperatore Francesco Giuseppe d'Austria all'imperatore di
Germania Guglielmo II per rafforzare ancor di più i rapporti fra i
due Imperi.
L'editore Fritz Simrock suggerì a Strauss che Kaiser-Walzer si
sarebbe potuto dimostrare un titolo più adatto per l'opera: in
questo modo il valzer sarebbe stato apparentemente dedicato ad
entrambi i monarchi e in questo modo la vanità di entrambi sarebbe
stata appagata. Fu così, con questo titolo, che questo valzer ebbe
la sua prima esecuzione a Berlino il 21 ottobre 1889.
4)
J. Brahms – Danza Ungherese n. 1
Le Danze ungheresi per pianoforte a quattro mani sono state scritte
da Johannes Brahms agli inizi della sua carriera musicale (1852). Fu
il padre, suonatore di contrabbasso, a insegnarli i primi rudimenti
musicali e del proprio strumento.
Il giovane Johannes si ritrovò, poi, per guadagnarsi da vivere, a
suonare con piccoli complessi che si esibivano nel porto della città
natale. E tale esperienza fu la fonte delle sue prime ispirazioni
etnomusicali. In particolare grande influenza ebbe il violinista
ungherese Eduard Réményi compositore di musiche zigane.
Nel 1852, il diciannovenne musicista, iniziò la composizione delle
danze ungheresi per puro diletto. Il lavoro continuò sino al 1869
quando a Bonn l'editore Simrock pubblicò i primi due quaderni (senza
numero d'opus) che raccoglievano le prime dieci composizioni. Queste ebbero in tutta Europa un notevole successo e furono immediato
oggetto delle più svariate trascrizioni. Fritz Simrock decise allora
di pubblicare nel 1880 a Berlino il terzo ed il quarto quaderno che
composti rispettivamente di sei e cinque danze esaurivano la serie.
5)
J. Strauss - Auf der Jagd op. 373
Auf der Jagd! (A caccia!) op. 373, è una polka veloce di Johann
Strauss II.
Solitamente, le danze che Johann Strauss arrangiava dai motivi delle
sue operette avevano dei titoli che erano connessi, in qualche modo,
con il tema dell'operetta dalla quale erano ispirate. Frequentemente
sulla prima edizione per piano della composizione erano riportati
sulla copertina disegni o stampe di scene e personaggi presenti
nell'opera.
Non fu così per la polka veloce Auf der Jagd, ispirata alle melodie
dell'operetta di Strauss Cagliostro in Wien (Cagliostro a Vienna) che
è incentrata sulle gesta del famigerato imbroglione Cagliostro
mentre si trova a Vienna durante i festeggiamenti per il centenario
dalla cacciata dei turchi dalla città (il tema della caccia non è
per niente rintracciabile all'interno dell'operetta). La prima esecuzione del brano si ebbe nell'autunno del 1875, diretta
da Eduard Strauss con l'orchestra di famiglia, presso i Volksgarten
di Vienna il 5 ottobre 1875.
6)
P. I. Tchaikovsky – Musiche dallo Schiaccianoci
Lo schiaccianoci è un balletto con musiche di Pëtr Il'ič
Čajkovskij, il quale seguì minuziosamente le indicazioni del
coreografo Marius Petipa e, in seguito, quelle del suo successore Lev
Ivanov. Il balletto fu commissionato dal direttore dei Teatri
Imperiali Russi, Ivan Aleksandrovič Vsevoložskij, e la storia
deriva dal racconto Schiaccianoci e il re dei topi di E. T. A.
Hoffmann (1816).
Il balletto è una tra le più popolari composizioni della tradizione
russa. Le musiche appartengono, infatti, alla tradizione romantica
con brani memorabili. Il Trepak, o Danza russa, è una delle parti
più riconoscibili del balletto, insieme al famoso Valzer dei fiori,
come pure la Danza della Fata Confetto. Il balletto contiene in modo
sorprendente armonie e colori orchestrali del tutto moderni, nonché
una strabiliante ricchezza di melodie.
7) J. Strauss – Voci di Primavera
Valzer di Johann Strauss (figlio). Nell'inverno del 1882-83 il
compositore fu invitato a comporre un valzer vocale per il celebre
soprano austriaco Bianca Bianchi (il cui vero nome era Bertha
Schwarz), al tempo un acclamato membro del Teatro dell'opera reale di
Vienna.
Il valzer fu eseguito per la prima volta al Theater an der Wien il 1º
marzo 1883 ad un concerto di beneficenza per la fondazione degli
indigenti dell'Impero austro-ungarico fondata dall'imperatore
Francesco Giuseppe e dall'imperatrice Elisabetta.
Strauss, dopo il successo che aveva ottenuto con i suoi valzer
corali, fu felice di scrivere un brano per sola voce e il librettista
Richard Genée, che aveva già collaborato con il compositore
nell'operetta Eine Nacht in Venedig (Una notte a Venezia) del 1883,
scrisse anche il testo per il nuovo valzer.
Successivamente il valzer venne arrangiato da Johann in versione
solamente orchestrale e fu eseguito in questa forma, oggi
celeberrima, da Eduard Strauss durante uno dei suoi concerti al
Musikverein nel 1883.
8) J. Strauss – Il pipistrello
Il pipistrello è la più celebre operetta di Johann Strauss, su
libretto di Karl Haffner e Richard Genée da Le Réveillon di Henri
Meilhac e Ludovic Halévy.
Venuto a conoscenza di una commedia francese di grande successo di
Henri Meilhac e Ludovic Halévy, intitolata "Le Réveillon",
il co-direttore del Theater an der Wien, Max Steiner, acquistò i
diritti del lavoro e incaricò il drammaturgo Karl Haffner di fare
una traduzione in tedesco. Haffner, affrontò grandi difficoltà per
adattare al gusto e alla comprensione del pubblico viennese un lavoro
di stampo marcatamente francese, e prevedibilmente il suo tentativo
venne giudicato inadatto. Una soluzione al problema venne proposta
dall'agente teatrale Gustav Lewy che convinse Steiner a modificare il
lavoro di Haffner per estrarne il libretto di un'operetta da
presentare al suo vecchio compagno di scuola, Johann Strauss. Il
compito di creare il libretto fu affidato al direttore d'orchestra
del Theater an der Wien, il librettista e compositore Richard Genée.
Strauss fu subito affascinato dal Doktor Fledermaus, questo era il
titolo originariamente pensato per il libretto di Genée, e si mise
al lavoro subito. Lavorando in stretta collaborazione con il suo
librettista Johann completò la maggior parte della partitura
musicale in soli 42 giorni.
Il debutto per Die Fledermaus, titolo che alla fine venne scelto per
l'operetta, si svolse il giorno di Pasqua, il 5 aprile 1874 (una
domenica). Poiché secondo le leggi austriache in quel giorno
potevano essere consentiti soltanto spettacoli di beneficenza, i
proventi della serata inaugurale andarono alla "Fondazione per
la Promozione della Piccola Industria" patrocinata
dall'imperatore d'Austria.
9) P. I. Tchaikovsky – Il lago dei cigni
Il lago dei cigni è uno dei più famosi e acclamati balletti del XIX
secolo, musicato da Pëtr Il'ič Čajkovskij. La prima
rappresentazione ebbe luogo al Teatro Bol'šoj di Mosca il 20
febbraio 1877, con la coreografia di Julius Wenzel Reisinger.
Il libretto di Vladimir Petrovic Begičev, direttore dei teatri
imperiali di Mosca insieme al ballerino Vasil Fedorovič Geltzer, è
basato su un'antica fiaba tedesca, Il velo rubato, seguendo il
racconto di Jophann Karl August Musäus.
Primo dei tre balletti di Čajkovskij, fu composto tra il 1875 e il
1876. Viene rappresentato in quattro atti e quattro scene
(soprattutto fuori dalla Russia e nell'Europa orientale) o in tre
atti e quattro scene (in Russia e Europa occidentale). Sebbene
esistano molte versioni diverse del balletto, la maggior parte delle
compagnie di danza basa l'allestimento, sia dal punto di vista
coreografico che musicale, sul revival di Marius Petipa e Lev Ivanov
per il Balletto Imperiale, presentato la prima volta il 15 gennaio
1895 (data come sopra) al Teatro Imperiale Mariinskij a San
Pietroburgo, Russia.
In occasione di questo revival, la musica di Čajkovskij venne
rivisitata dal maestro di cappella dei Teatri Imperiali, Riccardo
Drigo.
10)
J. Strauss – Sangue Viennese
Sangue Viennese è un valzer di Johann Strauss (figlio). Il 20 aprile 1873, l'arciduchessa Gisella d'Asburgo-Lorena
(1856-1932), la maggiore dei figli dell'imperatore austriaco
Francesco Giuseppe e di Elisabetta di Baviera, si sposò con il
principe Leopoldo di Baviera (1846-1930) a Vienna. Per celebrare
l'evento vi furono numerose iniziative e feste, fra cui un ballo di
corte all'Hofburg e un festival al Prater ai quali parteciparono i
membri della nobiltà e i maggiori rappresentanti della città di
Vienna.
Da parte sua, il Teatro dell'opera reale di Vienna annunciò per il
22 aprile 1873 un Ballo dell'opera di corte, i cui proventi sarebbero
stati destinati per le future pensioni dei membri del teatro.
Vennero, quindi, ingaggiati l'orchestra Strauss e il loro direttore,
Eduard Strauss, affinché si esibissero durante il ballo.
11)
G. Verdi – Il Nabucco
Nabucco (il titolo originale completo è Nabucodonosor) è la terza
opera lirica di Giuseppe Verdi e quella che ne decretò il successo.
Composta su libretto di Temistocle Solera, Nabucco fece il suo
debutto con successo il 9 marzo 1842 al Teatro alla Scala di Milano
alla presenza di Gaetano Donizetti. Ha aperto le stagioni operistiche
del Teatro alla Scala nel 1946, 1966, 1986.
È stata spesso letta come l'opera più risorgimentale di Verdi,
poiché gli spettatori italiani dell'epoca potevano riconoscere la
loro condizione politica in quella degli ebrei soggetti al dominio
babilonese. Questa interpretazione, però, fu il risultato di una
lettura storiografica retroattiva, che volle, alla luce degli
avvenimenti storici occorsi, sottolineare l'attività artistica del
compositore in senso risorgimentale. La lettura fu incentrata
soprattutto sul famosissimo coro "Va, pensiero, sull'ali
dorate", intonato dal popolo ebraico, ma il resto del dramma è
invece incentrato sulle figure drammatiche dei Sovrani di Babilonia
Nabucodonosor II e della sua presunta figlia Abigaille.
12)
F. Von Suppé – Cavalleria leggera
L'opera "Cavalleria Leggera" (Leichte Kavallerie), su
libretto di Carl Costa, vene eseguita per la prima volta nel 1866 al
Carltheater di Vienna. Fu vittima della censura asburgica, poiché il
tema principale era la satira militare: il lavoro venne cancellato
dai programmi dei teatri dopo poche rappresentazioni. Bisogna infatti
ricordare che l'operetta debuttò proprio nel 1866, l'anno della
disastrosa sconfitta austriaca di Sadowa, nel contesto della guerra
Austro-Prussiana.
13)
J. Strauss – Tritsch – Tratsch Polka op. 24
Tritsch-Tratsch Polka (Polca del chiacchiericcio) è una polka veloce
di Johann Strauss (figlio). Fu un successo sensazionale e il Wiener
Allgemeine Theaterzeitung, nella sua edizione del 27 novembre 1858,
scrisse: "L'enorme successo della Tritsch-Tratsch-Polka di
Johann Strauss, che è stata ricevuta con gli applausi più
tempestosi, verrà pubblicata nei prossimi giorni da Carl Haslinger.
Non si vedeva una composizione di tale freschezza, divertente e
piccante strumentazione da anni."
14)
J. Offenbach – Can Can
Si tratta del più celebre Can Can, ovvero quello del Galop Infernal
che il compositore Jacques Offenbach scrisse per l'operetta Orfeo
all'inferno del 1858.
Il
2018 è ormai entrato nel vivo, dopo il fatidico scoccare della
mezzanotte, e per questo nuovo anno i miei, seppure numerosi, buoni
propositi riguarderanno soltanto il settore "libresco".
Certo, qualcuno potrebbe dirmi, richiamando il famoso proverbio, che
le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni, ma
sicuramente male non mi farà iniziare a pensare ai libri che vorrei
leggere e agli argomenti da approfondire per questo blog nei mesi che
seguiranno. Prime idee: classici russi, letteratura americana
contemporanea, vincitori del mio amato "Premio Strega" e
qualche saggio. Intanto, ripropongo la scaletta delle rubriche del
blog, rivisitata rispetto al precedente post:
Il libro
del mese: in questa sezione
sono contenute le recensioni dedicate, appunto, al "libro del
mese", ovvero un romanzo (classico o contemporaneo) che ho
particolarmente amato tra quelli letti in ciascun mese: aspetti
salienti della trama, stile di scrittura, caratteristiche dei
personaggi, aspetti particolari della narrazione e, soprattutto,
emozioni suscitate in me dalla lettura, cercando di comprendere il
messaggio dell'autore;
Novità
letterarie: una vetrina in cui
dare spazio a libri di recente pubblicazione (editi negli ultimi 12
mesi), soprattutto di giovani autori. La struttura delle recensioni
sarà simile a quella di cui al punto 1);
Gli Stregati:
recensioni dei vincitori dei Premi Strega;
Altre recensioni;
Novecento
italiano: approfondimenti dei
più importanti autori italiani del Novecento e dei loro capolavori;
Ritratti di
autori: sezione dedicata ad
alcuni scrittori del passato (anche recente), in particolare autori
poco conosciuti o dimenticati. Un'analisi biografica e di alcune
loro opere;
Temi
letterari: discussioni
incentrate su uno o più romanzi a partire dalla trattazione di un
determinato tema;
Scorci poetici:
uno sguardo sul mondo della
poesia: analisi di brani scelti o di opere particolari;
Premi letterari:
post sui principali premi letterari internazionali (Nobel, Pulitzer)
o italiani (Strega e Campiello con recensioni dei romanzi
candidati);
Il fantastico
mondo dei libri: un ciclo di
post dedicati a vari aspetti del mondo letterario (ad esempio, "di
cosa parliamo quando parliamo di libri"; "alla ricerca del
piacere della lettura", "il romanzo di consumo", "la
lettura dei classici") anche mediante l'analisi di libri
dedicati a tali temi;
L'angolo storico:
fatti, aneddoti, ricorrenze e
protagonisti della Storia, anche con brevi cenni al presente, da
svilupparsi in queste sotto rubriche:
-
dalla storia all'attualità;
-
romanzi storici
-
saggi e biografie
-
focus civiltà antiche;
Miti e dintorni:
libri dedicati a personaggi, miti e leggende della cultura di vari
Paesi;
Filosoficamente:
spunti di riflessione sui
principali temi filosofici, curiosità sui protagonisti e sulle loro
idee, saggi e romanzi filosofici;
Intercultura:
post dedicati ad argomenti
interdisciplinari o di cultura generale;
Itinerari:
letteratura di viaggio - viaggi in località artistiche, visite a
mostre e musei, concerti.