venerdì 11 maggio 2018

Premio Strega 2018 – Brevi note sui dodici libri candidati

Ogni anno di questi tempi ci si ritrova a discutere del Premio Strega con le sue regole e i suoi riti; un Premio che, pur con tutte le polemiche che inevitabilmente nascono intorno ai libri trionfatori, mantiene intatto da decenni il suo fascino e ha contribuito a portare alla luce opere significative.
Quest'anno il regolamento ha subito alcune modifiche rispetto alle precedenti edizioni, in modo da consentire a ciascuno degli "Amici della Domenica" di segnalare, singolarmente e senza più la necessità di abbinarsi a un altro "amico", un'opera ritenuta meritevole tra quelle pubblicate tra il 1° aprile dell’anno precedente e il 31 marzo dell’anno in corso.


Sono 41 le opere complessivamente segnalate dagli "Amici della Domenica", tra cui il Comitato direttivo ha selezionato il 19 aprile scorso i dodici libri che concorreranno al Premio Strega per il 2018:
  • Marco Balzano, Resto qui (Einaudi);
  • Carlo Carabba, Come un giovane uomo (Marsilio);
  • Carlo D'Amicis, Il gioco (Mondadori);
  • Silvia Ferreri, La madre di Eva (NEO Edizioni);
  • Helena Janeczek, La ragazza con la Leica (Guanda);
  • Lia Levi, Questa sera è già domani (Edizioni E/O);
  • Elvis Malaj, Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti Edizioni);
  • Francesca Melandri, Sangue giusto (Rizzoli);
  • Angela Nanetti, Il figlio prediletto (Neri Pozza);
  • Sandra Petrignani, La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Neri Pozza);
  • Andrea Pomella, Anni luce (ADD Editore);
  • Yari Selvetella, Le stanze dell'addio (Bompiani).
La votazione della cinquina avrà luogo il 13 giugno, mentre la proclamazione del vincitore si terrà il 5 luglio al Ninfeo di Villa Giulia, a Roma.
Il nuovo regolamento si è rivelato comunque molto interessante: a parte i dodici candidati, tra le opere segnalate sono emersi diversi romanzi appartenenti a vari generi e decisamente degni di nota: l'amore nelle sue diverse sfaccettature con "L’amore a vent’anni" di Giorgio Biferali e "Gli autunnali" di Luca Ricci; la poeticità di "Quando sarai nel vento" di Gianfranco Di Fiore; i misteri da svelare di "A chi appartiene la notte" di Patrick Fogli; i due romanzi intrecciati di Loredana Lipperini con "L’arrivo di Saturno"; Letizia Pezzali e la "Lealtà" nel mondo finanziario. Ovvero le mie prossime letture.
***
Di seguito riporto alcune brevi note sui dodici candidati al Premio Strega 2018 (cenni biografici, sinossi, giudizio formulato dall'"Amico della Domenica" che ha segnalato il romanzo). Seguiranno nel blog schede di approfondimento per i romanzi che avrò modo di leggere.
1) Marco Balzano, nato nel 1978 a Milano dove tuttora vive e insegna, con il suo terzo romanzo, "L'ultimo arrivato", si è aggiudicato nel 2015 il Premio Campiello, il Premio Volponi, il Premio Biblioteche di Roma e il Premio Fenice-Europa.
"Resto qui" è una storia ambientata in epoca fascista in un paese del Trentino Alto Adige, Curon che venne evacuato e poi sommerso dall'acqua a causa della costruzione di una diga. Ma è soprattutto la storia di Trina, del suo dolore per la scomparsa della figlia e della sua caparbietà nel rimanere accanto al marito a difendere la sua terra.
Il romanzo è stato proposto da Pierluigi Battista che afferma: “Nel libro di Balzano la storia raccontata da una voce narrante femminile descrive un fatto vero ma dimenticato, una gigantesca catastrofe che è stata l’atto finale di una persecuzione linguistica, etnica, culturale, morale avviata con l’italianizzazione forzata di una valle che da secoli si esprime in lingua tedesca. Ma la scrittura di Balzano permette di ricostruire sentimenti, passioni, disperazioni e fughe rocambolesche di un microcosmo vitale eppure condannato attraverso una forza narrativa che inserisce le vicende private nella tragedia della grande storia”.


2) Carlo Carabba, poeta e scrittore nato a Roma nel 1980, è attualmente responsabile editoriale della narrativa italiana Mondadori. Ha esordito nel 2008 con la raccolta poetica “Gli anni della pioggia”, cui ha fatto seguito “Canti dell'abbandono”, vincitore del Premio Giosuè Carducci e del Premio Palmi 2011.
Come un giovane uomoè il suo romanzo di esordio. Definito come un “memoir al limite dell'autofiction", racconta il delicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta.
Il romanzo è stato proposto da Edoardo Nesi che così si è espresso: “Mi è parsa un’opera notevole, poiché con tenerezza e stupore Carabba riesce a raccontare compiutamente e lucidamente del suo personaggio, che soffre sia della nostalgia lancinante della giovinezza, sia dello sconcerto del dover e poter restare in vita nonostante la morte di chi più gli era vicino. Confido che questo romanzo d’esordio possa suscitare lo stesso interesse che ha suscitato in me”.


3) Carlo D'Amicis, nato a Taranto nel 1964, vive e lavora a Roma. È redattore e conduttore del programma radiofonico di Radio 3 Fahrenheit, nonché autore del programma di Rai 3 "Pane Quotidiano". Ha scritto numerose opere, tra cui “La guerra dei cafoni” (2008, selezione Premio Strega) da cui è stato tratto un film diretto da Lorenzo Conte e Davide Barletti.
Il gioco ruota attorno alle figure di Leonardo, Eva e Giorgio, che, dovendo parlare di sesso, raccontano le rispettive esistenze a un intervistatore che vorrebbe scrivere un libro sul piacere, e che invece si ritrova ad affrontare il loro dolore.
Il romanzo è stato proposto da Nicola Lagioia con questo giudizio: “Seguo e inseguo Carlo dai suoi primi libri, e in questo ci ho trovato tutte le qualità che me lo fanno amare come autore. Innanzitutto l’attenzione alla scrittura, la cura della lingua che hanno reso D’Amicis, libro dopo libro, in modo davvero ammirevole, uno degli scrittori più interessanti degli ultimi anni, lingua che qui mi pare trovi un raro punto d’equilibrio tra forza espressiva e sostegno alla storia raccontata. E poi l’audacia di ciò che racconta. In un periodo in cui il sesso sembra legato a tutto (legittime battaglie politiche, rivendicazioni, rivincite sociali) tranne che al desiderio, D’Amicis si inoltra proprio per quella, che è la strada più accidentata, pericolosa, affascinante. La prescrizione fa quello che deve. Il desiderio fa quello che può. Nessuno può permettersi di raccontare ciò che desideriamo veramente, tranne la letteratura”.


4) Silvia Ferreri è una giornalista e scrittrice. È nata a Milano, ma vive a Roma con il marito e i figli. È stata autrice per Rai Tre e Tv2000, ha collaborato con "Io donna” e attualmente lavora per Rai News 24. Nel 2006 esce “Uno virgola due”, film documentario di cui è autrice e regista.
La madre di Eva è il suo romanzo d’esordio, la storia di una madre che ha accompagnato la figlia diciottenne Eva in una clinica serba per l’operazione di cambio di sesso e, al di là di una porta dove gli infermieri stanno preparando la sala operatoria, le parla in un dialogo senza risposte, in cui la madre racconta la loro vita fino a quel momento, ripercorrendone i sentieri.
Il romanzo è stato proposto da Ottavia Piccolo che così si è espressa: “È una storia di tormento e dolore, di rabbia e di fatica, ma soprattutto di straordinario amore. Silvia Ferreri, giornalista, non nuova alla scrittura, è qui alla sua opera prima nel romanzo, ed è capace di trascinare il lettore davvero in profondità. Lo fa con una scrittura lucidissima e affilata per regalarci un romanzo struggente e potente. Come l’amore che rappresenta. Sono certa che la sua lettura non vi lascerà indifferenti”.


5) Helena Janeczek, nata a Monaco nel 1964 da una famiglia di ebrei originari della Polonia e naturalizzati tedeschi, vive in Italia dal 1983, dove ha pubblicato una raccolta di poesie in tedesco ed è lettrice per Mondadori della sezione Letteratura straniera. Tra le sue opere, “Le rondini di Montecassino”, il racconto della presenza di polacchi, pachistani (e altre nazionalità dimenticate) in una delle battaglie più cruente della seconda guerra mondiale.
La ragazza con la Leica, già vincitore del Premio Bagutta 2018, è la biografia della prima fotoreporter caduta in guerra, Gerda Taro.
La proposta arriva da Benedetta Tobagi che afferma: “Il romanzo dal vero (non fiction novel) si è imposto da anni nel panorama internazionale come uno dei più interessanti vivai creativi. Con quest’opera Janeczek, si conferma una delle voci più originali del genere, in ambito italiano. La costruzione narrativa è magistrale. La figura della protagonista Gerda Taro, militante antifascista e fotografa di guerra (la cui fama è stata oscurata da quella del celeberrimo compagno di vita e di lavoro Robert Capa) è costruita giocando con prospettive eccentriche, attraverso la voce (sempre credibile) di tre personaggi che hanno variamente sfiorato, amato, ammirato questa giovane donna affascinante, contraddittoria, talvolta insopportabile, «spensierata per natura, speranzosa per principio», che ritorna a loro come un rimpianto e un pungolo. E lo stesso diventa per noi lettori di oggi. Avvincente, tenero, dissacrante, La ragazza con la Leica è anche una riflessione antiretorica, oggi quanto mai attuale e necessaria, sull’antifascismo e sulle scelte di militanza di una generazione di ragazzi pieni di talento e affamati di vita. Attraverso Gerda, i suoi amici, Janeczek fa molto riflettere sul deserto presente”.


6) Lia Levi è nata a Pisa nel 1931 da una famiglia piemontese di origine ebraica. Al principio degli anni Quaranta la famiglia si è trasferita a Roma, dove la scrittrice vive tuttora. Da bambina ha dovuto affrontare i problemi della guerra e della persecuzione razziale, riuscendo a salvarsi dalle deportazioni nascondendosi con le sue sorelle nel collegio romano delle Suore di San Giuseppe di Chambéry. Sceneggiatrice e giornalista, è autrice sia di romanzi per adulti che per ragazzi.
Questa sera è già domani è la storia di una famiglia ebrea negli anni delle leggi razziali, che deve decidere se cercare di restare comunque nella terra dove è in atto la persecuzione o se sia meglio fuggire, sempre che vi sia un paese realmente disposto a dare accoglienza. Un intreccio di destini, una vicenda di disperazione e coraggio realmente accaduta, ma completamente reinventata.
È Dacia Maraini a segnalare tale romanzo, con questo giudizio: “Ho letto Questa sera è già domani di Lia Levi (Edizioni E/O), un romanzo che definirei intenso e cristallino. Intensa è l’epopea delle vicende della famiglia Rimon sotto l’ombra delle Leggi razziali del ’38 (le stiamo ora ricordando a ottant’anni di distanza), sempre più incombenti sui cittadini ebrei del nostro paese. Cristallina e acuminata è la luce che si ferma su emozioni, sentimenti contraddittori, meschinità e slanci dei singoli personaggi che, come avviene nella migliore letteratura, ci sospingono a riflettere sulle mille sfaccettature dell’animo umano. Questa sera è già domani è un libro che tocca molte corde della nostra esistenza, con risonanze importanti rispetto a quanto sta succedendo ai nostri giorni”.


7) Elvis Malaj è nato nel 1990 nel distretto di Malësi e Madhe, in Albania, e si è trasferito In Italia all'età di quindici anni, prima ad Alessandria, e oggi a Padova, dove vive e lavora.
"Dal tuo terrazzo si vede casa mia" è una raccolta di racconti sullo smarrimento e l'inadeguatezza, un invito a superare le distanze, soprattutto tra sogno e realtà.
La proposta arriva da Luca Formenton: “Quella di Elvis Malaj è una voce narrativa autenticamente nuova in epoca di autonarrazioni compiaciute e lingue esibizioniste, e proprio nel riaffermare la centralità delle storie la sua prosa mette in scena una letteratura di guado, un invito ad affacciarsi dal terrazzo e a guardare i nostri dirimpettai, come facevano gli albanesi dal tubo catodico sognando un Occidente sgargiante che nei fatti non si è rivelato tale. Nei racconti di Malaj – perché di racconti si tratta e questo mi pare un altro motivo di interesse – si misura tutta la distanza tra il sogno e la realtà, e si mostra cosa voglia dire essere outsider, in Italia come in Albania”.


8)Francesca Melandri, nata a Roma nel 1964, è sceneggiatrice, scrittrice e documentarista. Ha iniziato giovanissima una lunga carriera di sceneggiatrice, firmando le sceneggiature, tra l'altro, di "Zoo" di Cristina Comencini (1988), "Chiara e gli altri" (1989/90), "Fantaghirò" di Lamberto Bava (1991), "Cristallo di Rocca" di Maurizio Zaccaro (1998), "Nati ieri" di Genovese e Miniero (2006), molti episodi della serie Don Matteo (2001/2009). Ha esordito nella narrativa nel 2010 con "Eva dorme", un romanzo che ripercorre gli anni del terrorismo sudtirolese.
"Sangue giusto" è un romanzo che ruota intorno alla vita di Ilaria che si regge su un equilibrio incerto, dal lavoro d'insegnante alla vita sentimentale, fino al rapporto con suo padre Attilio, detto "Attila", che le ha sempre nascosto interi pezzi di storia familiare. Fino a quando una mattina, davanti alla sua porta di casa, compare un ragazzo di colore dall'aria smarrita, che dice di essere il nipote di Attilio e della donna con cui è stato durante l'occupazione fascista in Etiopia. Ilaria decide, quindi, di indagare nel passato del padre.
Il romanzo è stato proposto da Gianpiero Gamaleri che afferma: “Una trama avvincente capace di catturare e mantenere l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina, una scrittura con un ritmo che si avvale della sua collaudata esperienza di sceneggiatrice per legare tra loro quadri lontani nello spazio e nel tempo in una narrazione coerente, la riscoperta di elementi urbani condannati all’insignificanza dalla nostra colpevole distrazione, una documentazione di eccezionale estensione e profondità che le permette di creare una sapiente fusione tra episodi storici ed immaginazione, una capacità di narrare con pari intensità scene di rara crudezza e rapporti personali di profonda tenerezza, tecniche di suspense non fini a se stesse, ma calate in un racconto tanto verosimile da renderle indistinguibili rispetto allo scorrere della vita quotidiana, ma soprattutto una grande sensibilità verso problemi del nostro tempo che non indulge in tediose analisi sociopolitiche ma che fa corpo con l’esperienza dei personaggi, che diventano compagni di viaggio del lettore facendogli vedere le cose dal di dentro. In questo libro espressioni che ascoltiamo e usiamo tutti i giorni, come “flussi migratori” si concretizzano in esperienze profonde, facendoci passare dagli stereotipi a conoscenze, sentimenti ed emozioni reali”.


9) Angela Nanetti è nata a Budrio (Bologna). Laureata in storia medioevale, dal 1984 a oggi ha pubblicato più di venti romanzi per ragazzi, molti dei quali premiati in Italia e all'estero.
"Il figlio prediletto" è un romanzo che racconta due storie, quella di Nunzio e quella di sua nipote Annina, che si intersecano nella narrazione e nella ribellione contro i pregiudizi.
É stato proposto da Carla Ida Salviati con queste parole: “La vicenda narrata si dipana nell’arco di circa un ventennio a principiare dal 1970 e ha come poli geografici la Calabria e Londra nei turbolenti anni dei governi Callaghan e Thatcher. […]La struttura del racconto, parte in terza persona e parte in soggettiva, consente di attivare sguardi diversi sulla vicenda, che è densa di drammaticità, a volte persino cupa, attraversata da un dolore palpabile che l’autrice preferisce non mitigare”.


10) Sandra Petrignani, nata a Piacenza nel 1952, è scrittrice, giornalista e blogger. Dopo un esordio poetico e la scrittura di una commedia, "Psiche e i fiori di Ofelia", ha collaborato per dieci anni a Il Messaggero, dove è stata assunta nel 1987. Nel 1989 è passata a Panorama e ha poi collaborato alle pagine culturali de L'Unità e Il Foglio. Nel 2014 ha pubblicato una biografia su Marguerite Duras.
"La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg": in questo libro Sandra Petrignani ripercorre la vita di una delle più importanti protagoniste del panorama culturale italiano, Natalia Ginzburg, dalla nascita palermitana alla formazione torinese, fino al definitivo trasferimento a Roma. Ne segue le tracce visitando le case in cui ha vissuto e parlando con moltissimi testimoni.
La segnalazione è di Biancamaria Frabotta: “Sandra Petrignani dedica a Natalia Ginzburg un ritratto a più livelli. Evitando i rischi dell’immedesimazione e la tentazione di specchiarvisi dentro, in primo luogo l’autrice punta alla rivalutazione della scrittrice, originalissima e libera nelle sue scelte, e alla sua centralità, per così dire, “laterale”, nel panorama del romanzo italiano del secondo Novecento. Trattandola alla pari dei grandi testimoni del suo tempo, ne esalta il ruolo dell’intellettuale “corsara” che, senza clamori e al di fuori di ogni narcisistica esibizione, spaziò dall’attività editoriale nella casa editrice Einaudi, al giornalismo, sorprendentemente anticonformista, fino all’impegno civile che svolse in Parlamento nell’ultima parte della sua vita. La sua vita fu parte integrante della storia italiana, dall’antifascismo esistenziale della sua giovinezza torinese fino alla partecipazione all’epopea einaudiana che Petrignani restituisce nelle sue luci e nelle sue ombre, senza retorica celebrativa, fedele alla massima di Cesare Garboli, citato in exergo all’inizio del libro: «Dove va a finire, nei libri che leggiamo, la persona fisica che li ha scritti?» La Corsara è un’opera che cerca una risposta a questa domanda, con l’aiuto di un’intuizione femminile non negata, la forza di una scrittura limpida e talvolta bruscamente poetica fondata su una irreprensibile documentazione storica”.


11) Andrea Pomella è nato a Roma nel 1973, scrive su “Il Fatto Quotidiano” on line e sulle pagine culturali dell’“Unione Sarda”. Ha pubblicato vari libri d’arte tra cui "I Musei Vaticani" e "Caravaggio. Un artista per immagini". Ha pubblicato il romanzo "Il soldato bianco" (Aracne, 2008).
"Anni luce" è un romanzo di formazione e una storia di amicizia, una spedizione sulle strade d'Europa per esorcizzare la paura di crescere.
La segnalazione è di Nadia Terranova: “Anni luce, di Andrea Pomella, Add editore, è un romanzo in prima persona in cui lo sguardo dolente del narratore si fa testimone della generazione che aveva vent’anni negli anni novanta per raccontare la dissipazione di futuro e speranze in favore di un ritrarsi esistenziale programmato e perseguito. Il paradigma di Q., amico e alter ego, chitarrista incontrato per caso e compagno di strada degli anni più veri, è speculare al disagio inespresso dell’autore: la sostanza ontologica dell’io narrante di questo libro diventa invisibile in favore dell’occhio che ha registrato fatti, eccessi, indolenze e follie mentre nascondeva sé stesso e la propria infanzia problematica, diversa. È una scelta letteraria sismografica, che colpisce nella sua studiata contraddittorietà; sembra che lo scrittore si chiami fuori mentre tira dentro il lettore come a dirgli: tutto questo riguarda me, ma soprattutto te. Questo lungo racconto è scritto in uno stile che punta all’essenziale e resta alto mentre racconta dettagli cupi e balordi di un’adolescenza protratta in cui si cercano lo stordimento e l’annientamento; mi pare che rievochi molto bene il mondo del grunge di quegli anni, ancora poco raccontato dalla letteratura successiva. I viaggi, le feste, i concerti – anche quelli mancati – costituiscono i rituali di passaggio dall’infanzia all’età adulta, dentro cui si può trovare conforto in nient’altro che nella musica, ma è un conforto che somiglia all’annullamento («Ten, il primo disco dei Pearl Jam, fu il treno che travolse la mia giovinezza»), come se per quei ventenni di allora esistere fosse possibile solo negandosi. Anni luce è un racconto di amicizia e di crescita (o crescita mancata) che somiglia all’interludio che precede l’età adulta e ne estrapola le pozze buie e il girare a vuoto, lo spaesamento e le gesta ingloriose, sotto la guida, così poco protettiva e insieme così inevitabile, del mito di Eddie Vedder e delle sue canzoni”.


12) Yari Selvetella, nato a Roma nel 1976, è scrittore e giornalista. Nel 1994 ha vinto il premio Grinzane Cavour per la giovane critica promosso da La Repubblica. Ha esordito con libri di argomento musicale e si è a lungo occupato di storia della criminalità romana, tema di cui è considerato uno dei maggiori esperti grazie a Roma Criminale (scritto con Cristiano Armati) del 2005.
"Le stanze dell'addio" è la storia di una giovane donna piena di vita, madre di tre figli e di molti libri, che si ammala e, proprio quando pensava di potercela fare, muore. Ed è soprattutto il racconto del suo compagno che la cerca attraverso le stanze che hanno visto il suo passaggio, un'assidua ricerca dei ricordi per giungere a formulare un addio.
Il romanzo è stato proposto da Chiara Gamberale: “Il dolore come uno spazio chiuso, dove non si può fare a meno di abitare; come un mare nero, che inghiotte il dorso della balena e in eterno ci costringe a inseguirla. Ma anche la potenza della vita e delle parole che – sole – possono tessere e allungare il filo per uscire dal labirinto. Yari Selvetella è un figlio del Novecento: sa che l’assurdo non può essere addomesticato. Eppure non si arrende, continua a cercare una forma, una possibilità di condivisione, e la trova dentro le stanze di un ospedale che a tutti noi sembra misteriosamente di avere conosciuto, nell’accezione reale e in quella poetica dei suoi spazi”.


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A margine, una breve considerazione. Si può notare come quattro dei 12 candidati abbiano dedicato la loro opera alla narrazione di fatti accaduti in epoca fascista o, comunque, durante la seconda guerra mondiale ("Resto qui", “La ragazza con la Leica”, "Questa sera è già domani"; "Sangue giusto"), a testimonianza della sensibilità verso episodi la cui drammaticità non può essere dimenticata e deve continuare a essere testimoniata ancora oggi. In tal senso, il lavoro di selezione operato dal Comitato del Premio Strega può considerarsi degno di nota.

venerdì 20 aprile 2018

Premi Pulitzer e scrittori ritrovati

In questi giorni si è parlato molto dell'assegnazione dei Premi Pulitzer per l'anno 2018. Come è noto, il premio Pulitzer è un ambito premio statunitense, la più prestigiosa onorificenza nazionale assegnata in varie categorie (attualmente 21), principalmente per il giornalismo, i successi letterari e le composizioni musicali.
Venne istituito da Joseph Pulitzer, giornalista e magnate della stampa statunitense, che alla sua morte, avvenuta nel 1911, lasciò l'intero patrimonio alla Columbia University di New York che da allora si occupò di gestire il premio, assegnato per la prima volta nel 1917.
Per la narrativa, il premio è stato assegnato a partire dal 1918, quale "Premio Pulitzer per il romanzo" a un romanzo scritto da un autore statunitense. Dal 1948 il premio ha modificato la propria denominazione in "Premio Pulitzer per la narrativa", continuando a essere assegnato a un'opera di narrativa di un autore statunitense, che tratti in preferenza della vita americana.
Tra le principali opere premiate nel corso dei decenni: "L'età dell'innocenza" di Edith Wharton (1921); "Via col vento" di Margaret Mitchell (1937); "Furore" di John Steinbeck (1940); "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway (1953); "Il buio oltre la siepe" di Harper Lee (1961); "Il dono di Humboldt " di Saul Bellow (1976); "Pastorale americana" di Philip Roth (1998).
Quest'anno il Premio Pulitzer per la narrativa è stato assegnato ad Andrew Sean Greer con il romanzo "Less" (edito in Italia dalla Nave di Teseo).


Andrew Sean Greer, nato a Washington nel 1970, è uno scrittore che ho scoperto casualmente anni fa. Ricordo che mi trovavo a Bari per lavoro, passeggiavo lungo la principale via del centro in una calda serata di fine maggio quando venni attratto dalle sfavillanti luci di una invitante libreria Feltrinelli. Dentro vi era un certo fermento, che lasciava presagire la presenza di un personaggio importante. Quella sera, infatti, il cantante Mario Venuti presentava il suo nuovo disco.
Io mi fiondai nel settore "narrativa". Avevo appena terminato un libro (un romanzo di Peter Cameron se non ricordo male) e fui incuriosito da questo titolo di Andrew Sean Greer, titolo apparentemente semplice e lineare, "La storia di un matrimonio". Mi convinse soprattutto la recensione in quarta di copertina, in cui si parlava di un'ansia arcana che percorreva la lettura in un susseguirsi di colpi di scena, con il giudizio finale di Antonio D'Orrico: "Romanzo di superba reticenza, che fa del non detto una strategia narrativa emozionante".
Lo acquistai subito, lo lessi nei giorni successivi e lo trovai semplicemente splendido e coinvolgente. Effettivamente nel corso della lettura provai quella sensazione ansiosa e quasi claustrofobica cui accennavo sopra, rapito dalle emozioni dell'appassionante storia di Pearlie e del suo amore per Hollande, un uomo bello e pieno di lati nascosti. Pearlie con il suo sguardo lucido e disincantato semina pian piano lungo le pagine gli elementi necessari per comprendere le sue sensazioni, i sentimenti di una storia fatta di fantasmi che ritornano dal passato e di vite che cercano di trovare una propria ragion d'essere. Spesso si ripete questa riflessione, che risuona come una sentenza inappellabile: "Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo [...] Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena".
Il mio rammarico in questi anni è di non aver continuato a leggere altre opere di questo grande autore. E ora che Andrew Sean Greer ha avuto finalmente il meritato riconoscimento mi sembra più che giusto sanare gli arretrati, ovvero "Le confessioni di Max Tivoli" e "Le vite impossibili di Greta Wells", per poi proseguire con il romanzo premiato, "Less".

giovedì 12 aprile 2018

Tre ragazzi ai margini e una "Santa piccola"

"A volte sembra che tiene paura di correre, ed è brutto quando hai paura di correre perché rimani sempre indietro agli altri che ti superano e si pigliano tutto quello che è tuo, anche la gioia. Per questo io non ho paura e corro e mi piglio tutto, perché è tutto mio. Funziona così quando non hai niente, quando parti da zero. Devi correre più forte degli altri e vincere sempre".
Questa riflessione del giovane Mario - espressa con un'esuberanza giustificata dal desiderio di rivalsa - rappresenta uno dei punti nodali del romanzo di Vincenzo Restivo "La Santa piccola" (Milena Edizioni). Si tratta della continua corsa di chi si trova a vivere in una condizione di povertà, disagio, abbandono, superstizione, violenza e cerca di sopravvivere, di emergere, di allontanarsi dai margini tentando di conquistare un obiettivo, un sogno, una piccola vittoria che, però, finisce per rarefarsi sempre di più, man mano che ci si avvicina, fino a scomparire come fosse un miraggio.
"La Santa piccola" è ambientato in un caseggiato popolare di Forcella, una zona di Napoli, in cui gli abitanti sono ormai abituati all'odore di gas delle vecchie e usurate tubature e cercano di andare avanti aggrappandosi magari anche a qualche miracolo.

È un romanzo breve, strutturato come un racconto a tre voci, in cui Assia, Mario e Lino, tre giovani abitanti dello stabile, si alternano nella narrazione, esprimendo sogni e desideri, ma anche delusioni, sconfitte e frustrazioni, facendo emergere il proprio punto di vista sulle vicende vissute e ribaltandolo sugli altri, quasi inseguendosi l’uno con l’altro in una specie di “circolo emozionale”, in cui le sensazioni si susseguono e spesso non vengono rivelate apertamente, se non con uno sguardo, un gesto, una parola.
La scrittura di Restivo è scorrevole, apparentemente semplice, ma nello stesso tempo attenta nel restituire, anche con parole tratte dal gergo giovanile napoletano, la spontaneità delle riflessioni dei tre ragazzi non ancora diciottenni, che appaiono più adulti e maturi della loro età, forse per il vissuto che li ha costretti a prendere rapidamente decisioni, ad assumersi responsabilità più grandi di loro, assorbiti da quella continua corsa a cui accennavo sopra.
Mario, Assia, Lino … come non affezionarsi a loro? Mario è il primo personaggio che si presenta in scena, colto nel momento in cui cerca di aiutare il suo migliore amico Lino, pure lui costretto a darsi da fare per imprescindibili necessità economiche. Mario è un ragazzo generoso che nutre un forte desiderio di emanciparsi dalla povertà, avverte innegabilmente la necessità di aiutare i propri genitori, di sostenerli, di portare a casa i soldi che servono per le esigenze di tutti. E da un anno non esita a prostituirsi, coinvolgendo anche Lino. È certamente una situazione di degrado, che in alcuni casi riesce anche a procurargli piacere, anche se mai potrebbe ammetterlo. Ma sicuramente è forte il suo disgusto verso quei personaggi che in pubblico si ammantano di una veste di rispettabilità e in privato si approfittano di ragazzi come lui.
Mario è preda di un conflitto che non comprende davvero e non sa risolvere, un sentimento nei confronti del suo amico Lino che gli rimbomba nel petto, un desiderio con cui cerca di andare avanti. Può cercare di ridimensionarne la portata, continuare a ripetersi che quei sentimenti lui li prova solamente verso Lino, che a lui le donne piacciono fisicamente, ma quel desiderio esiste e non può negarlo. C'è confusione, incertezza in Mario, tipica di chi si sente circondato da un muro di intolleranza che guarda con sospetto, disgusto, vergogna chi appare diverso. Prevale, dunque, la paura di far trasparire le proprie sensazioni, sembra che non si possa far altro che nascondere i propri sentimenti, mentire anche a se stessi fino a quando quel desiderio non esplode irrefrenabile.


Assia si sente circondata e oppressa da una situazione familiare che vorrebbe imporle determinate scelte di vita: una relazione con qualcuno che si collochi in una situazione migliore, studi universitari, stabili prospettive di vita. Ma lei rifiuta tali imposizioni, che finirebbero soltanto per comprimere la sua felicità, non ha alcuna intenzione di accontentare i suoi familiari per scontentare se stessa. Dei tre protagonisti è probabilmente il personaggio più assennato: innamorata di Lino, progetta con lui un matrimonio e, temendo che il ragazzo possa cacciarsi nei guai, cerca in ogni modo di metterlo in guardia. Eppure, a volte si trova a fronteggiare i suoi istinti, i suoi scatti di violenza finendo, a torto, per assecondarne le giustificazioni, perché in fondo lui è fatto così e non può farci niente .
E poi Lino, finalmente, questo ragazzo che non vuole in alcun modo mostrare segni di debolezza, che teme che qualsiasi cedimento possa trasformarlo in una vittima della violenza e dei soprusi altrui, che considera Mario un debole da fortificare e Assia la sua ragione di vita e di riscatto. Ma in realtà questa sicurezza nasconde una profonda paura che di notte gli opprime il petto, soprattutto dopo la violenta uccisione del padre. Una paura che sfocia in rabbia e violenza.
Sullo sfondo vi è quella religiosità che rasenta la superstizione, quel miracolo che tutti aspettano, come una speranza a cui aggrapparsi, quella ragazzina, Annaluce, la “Santa piccola” appunto, intorno a cui l'intero caseggiato, e non solo, sembra affollarsi. “Io un po' la capisco questa gente, perché se preghi quando le cose non vanno bene, pare che un po' ti passa e ti senti meglio. Io non lo nascondo che, anche se non ci credo, a volte, di notte, ci parlo con qualcuno. Non so se è Dio o papà, so solo che gli parlo e gli chiedo tante cose, anche su di me e su Assia, anche su mamma. Così mi sento meglio e riesco a dormire senza la paura in petto”.
“La Santa piccola” è, dunque, un romanzo duro, disincantato, struggente, che, pur nella sua brevità, semina notevoli spunti di riflessione, che continuano a germogliare anche dopo aver voltato l'ultima pagina, sospeso tra speranza, paura, desiderio di riscatto e le bugie di “uno di quei giorni che poi finivano”.

martedì 20 marzo 2018

Premi Oscar tra amore e guerra: "Chiamami col tuo nome" e "L'ora più buia"

Sono ormai trascorse due settimane dalla novantesima cerimonia degli Oscar, tenutasi il 4 marzo scorso al Dolby Theatre di Los Angeles. È una proclamazione che sempre rappresenta per me un momento particolare, attesa ogni anno con una certa trepidazione per scoprire se saranno premiati ed elogiati quei film che nel corso degli ultimi mesi mi hanno emozionato, stupito, coinvolto o semplicemente incuriosito. Una cerimonia attorno alla quale ruotano personaggi straordinari e aneddoti curiosi e che in qualche modo ha contribuito a costruire la storia del cinema.
Con il mio solito spirito poco giornalistico mi accingo a parlarne soltanto adesso, più che altro per annotare finalmente nel blog (che solo in via eccezionale si occupa di cinema) le più che positive impressioni che mi hanno lasciato due dei film premiati quest'anno: "Chiamami col tuo nome" e "L'ora più buia".
"Chiamami col tuo nome" rappresenta l'orgoglio italiano all'estero: diretto da Luca Guadagnino, candidato, tra l'altro, all'Oscar come miglior film, alla fine si è dovuto accontentare, pur con onore, del premio per la miglior sceneggiatura non originale del mio amato James Ivory (soggetto tratto dal romanzo omonimo di André Aciman).


Il protagonista Elio (Timothée Chalamet) sta trascorrendo le vacanze estive con i suoi genitori nella loro villa immersa nella campagna del Cremasco. È un'estate molto calda che per il ragazzo diciassettenne scorre placidamente, tra gli amati strumenti musicali, gli studi e i bagni al fiume, fino a quando non irrompe nella sua quotidianità lo studente Oliver (Armie Hammer), giunto in Italia per completare gli studi di dottorato. I due ragazzi inizialmente sembrano provare una reciproca diffidenza, entrando l'uno in contatto con l'altro con una certa cautela. Ma poco alla volta Oliver travolge Elio in una passione amorosa totalizzante, consumata con foga giovanile nel timore che possa sfuggire con il volgere al termine della stagione estiva. Un'esperienza travolgente che in qualche modo cambia i pensieri e le prospettive di Elio.
È un film che ti catapulta in un'atmosfera rarefatta, onirica, quasi sospesa nel tempo (richiamando alla mente alcune opere di James Ivory), con le musiche coinvolgenti, gli affascinanti e silenziosi chiaroscuri, i paesaggi che si perdono oltre la vista nel verde brillante della campagna cremasca.
Dopo averlo visto, ho provato una certa malinconia pensando all'amore che arriva all'improvviso, sconvolge i sensi e si allontana lasciando una sensazione amara di vuoto, soprattutto quando manca da una parte il coraggio di volgere lo sguardo ai propri sentimenti, di dar loro una struttura stabile, un nutrimento duraturo. Eppure quel vuoto, come afferma saggiamente il padre di Elio, non deve suscitare paura fino al punto di paralizzare l'espressione delle proprie sensazioni, poiché il sentimento, una volta provato, è comunque una fonte da cui abbeverarsi, di cui arricchirsi, per cui sarebbe uno spreco non provare nulla per il rischio di soffrire.


"L'ora più buia" è un film di genere storico e biografico (tratto dall'omonimo libro di Anthony McCarten) diretto da Joe Wright, incentrato sulla figura e sulle vicende di Winston Churchill, a partire dal momento in cui venne nominato primo ministro britannico agli inizi della Seconda Guerra Mondiale. Churchill è interpretato magistralmente da Gary Oldman che per tale ruolo ha vinto l'Oscar come miglior attore protagonista, essendo riuscito ad entrare perfettamente nel personaggio e a riprodurre con straordinaria esattezza ogni minima sfaccettatura del grande statista britannico.
Il film coglie tutta la tensione del Primo Ministro che allo scoppio del secondo conflitto mondiale si trova di fronte a un grande dilemma: negoziare un trattato di pace con la Germania nazista di Hitler, senza alcuna certezza su quali condizioni verranno imposte e con il rischio che il Regno Unito possa perdere la propria indipendenza; oppure affrontare una guerra con tutte le conseguenze che certamente ne deriveranno in termini di ingenti perdite e numero di vittime, ma battendosi a testa alta per la libertà senza cedere a compromessi.
Churchill è tenacemente combattuto e pressato dai Conservatori del partito di Re Giorgio VI, che vorrebbero subito stipulare il trattato di pace; ma lui, che raramente si immerge nei meandri della città, non si arrende e decide di andare incontro al suo popolo fiero e orgoglioso per comprendere, nell'ora più buia della sua Nazione, quale sia la decisione più giusta.
Un film coinvolgente, non privo di ironia e tenerezza, da cui arriva un chiaro messaggio sulla necessità di non scendere mai a patti con il nemico nel momento in cui ciò dovesse implicare la rinuncia ai propri valori e ideali.


lunedì 26 febbraio 2018

Conflitti e paure di una giovane famiglia

"Lei guardò il ragazzo e il figlio che aveva appena partorito spalancando i suoi occhi chiari lucidi di pianto; li guardò come mai prima di allora aveva guardato, e per un ultimo istante al mondo non furono che loro tre".
"Quella solitudine immensa di amarti solo io", l'opera prima di Paolo Vitaliano Pizzato (Editori Priamo e Meligrana), è un romanzo intenso, intimo, fortemente introspettivo, che tocca le corde dell'anima con quella delicatezza di chi arriva in punta di piedi, ma con la sua sensibilità letteraria riesce sempre a lasciare il segno. Anche se con le successive opere Paolo ha raggiunto una diversa maturità stilistica, non posso non sentirmi legato a questo suo primo romanzo (in ordine di pubblicazione), che contiene il germe essenziale della sua scrittura.
La trama è, in apparenza, semplice: due giovani hanno appena avuto un figlio, ma la felicità di tale evento viene ben presto oscurata dal timore di non essere in grado di diventare bravi genitori, una paura che sembra bloccarli anche di fronte a banali imprevisti, come il pianto improvviso del bimbo o le difficoltà della madre nel dargli il latte. Sono timori dietro cui si celano conflitti mai risolti con le rispettive famiglie, che tornano di frequente a tormentarli.


Quella di Pizzato è una scrittura accurata nella scelta dei termini, nelle descrizioni degli ambienti, filtrate attraverso lo sguardo attento del protagonista, nella costruzione delle frasi sempre fluide ed eleganti, una scrittura che nello stesso tempo denota anche una forte istintività, una spontaneità che trasuda da ogni pagina: l'autore si dà completamente, con assoluta trasparenza rivela il suo mondo interiore, mostra la sua visione delle cose, spesso disillusa e disincantata, una visione che viene trasfusa nei suoi personaggi principali, colti nelle loro fragilità e paure, smarriti lungo il percorso alla ricerca di se stessi e della propria identità.
I protagonisti, i genitori del piccolo Cristiano, sono tratteggiati in tutta la complessità del loro carattere. Il padre, chiamato semplicemente "il ragazzo", è un giovane introverso che mostra una grande attenzione per i dettagli, in una sorta di ossessione per l'ordine, e nutre una forte passione per i libri, passione che vorrebbe trasmettere anche a suo figlio.
La sua vita è continuamente attraversata da dubbi e paure, che lo bloccano e gli impediscono di credere alla possibilità di essere felice: "Non era, la sua, comune ritrosia, né difficoltà a rapportarsi agli altri e neppure senso di inadeguatezza, che pure spesso sentiva acutamente; non si trattava di una specificità del suo carattere quanto piuttosto di una sorta di "doppio" che qualche volta si sostituiva a lui. [...] Qualche volta il ragazzo pensava che la sua vita non fosse altro che questo, una continua attesa, fradicia di terrore, dell'arrivo del proprio doppio, l'inevitabile resa alla sua violenza e la faticosa restituzione degli accadimenti di cui era stato vittima a un ordine possibile talmente fragile da sfiorare l'inconsistenza, fondato soltanto sulle patetiche ansie di una fantasia sovraeccitata".
La continua paura che tale doppio possa presentarsi, quindi, lo ha sempre indotto a fuggire da difficoltà e responsabilità, rifugiandosi in un mondo illusorio, in cui ogni ostacolo è già superato. Sullo sfondo vi è il ricordo di una madre che non c'è più da alcuni anni, per la quale il ragazzo prova una infinita nostalgia, un rapporto irrisolto che gli ha lasciato molti sensi di colpa e l'idea che forse solo con lei potesse esserci una vera famiglia, Un ricordo che ritorna continuamente nei pensieri del ragazzo, soprattutto nei momenti di sconforto, quasi un'ancora a cui aggrapparsi.


Emma, la madre del bimbo, ci viene presentata come una ragazza capace di donare sempre un sorriso gentile e di amare gli altri per ciò che sono, inclusi i difetti, le ansie e le piccole ossessioni. Concreta e intelligente, Emma ha dovuto sopportare il peso di una famiglia che non ha fatto altro che bloccarla nell'espressione della propria identità, cercando di imporle le proprie scelte, ritenute più giuste, e tarpandole le ali. In particolare, sua madre si presenta come una figura ingombrante che non esita a far valere sulla figlia la propria esperienza per indurla a seguire le sue convinzioni. Pur se determinata ad affrancarsi da tale prigionia, cercando di seguire le proprie passioni e sentirsi realizzata professionalmente, Emma ne esce fortemente condizionata nell'espressione dei propri sentimenti.
La nascita del bimbo viene, dunque, vista come il momento in cui tutti i contrasti e i conflitti irrisolti vengono alla luce, una prova cruciale in cui i due ragazzi mostrano tutta la loro vulnerabilità. Da un lato, vi è il ragazzo, che vorrebbe fortemente divenire l'artefice della felicità di suo figlio, facendolo crescere nella consapevolezza che il dolore esiste, ma fornendogli tutto l'aiuto necessario per poterlo affrontare, senza rinchiuderlo in una gabbia dorata, in modo che possa divenire forte e in grado di sostenere ogni avversità che il destino vorrà porgli di fronte. È un desiderio che qualsiasi padre proverebbe, quello di rendere un figlio capace di costruire il proprio futuro, ma che deve scontrarsi con le paure del ragazzo, la convinzione di non essere in grado di sopportare una simile responsabilità. Dall'altro lato, c'è Emma, che pur amando i suoi genitori, vorrebbe liberarsi dai loro condizionamenti, dimostrare di essere in grado di crescere e badare a suo figlio, senza vedersi continuamente rinfacciare l'esperienza di sua madre. Vuole mostrare di essere finalmente una madre e non più solo una figlia, in questa sua lotta vorrebbe il ragazzo accanto a sé, libero finalmente dalle sue paure, ma ogni difficoltà diviene fonte di frustrazioni.
"Lotta, battaglia, scontro, conflitto ... parole che disegnavano, o meglio abbozzavano, i contorni, la trama di punti di vista, opinioni, certezze differenti, opposte". Il solco tra generazioni, è questo il tema fondamentale di questo romanzo, un solco che spesso diviene una parete di incomunicabilità e incomprensione, in cui i figli cercano di conquistare la propria identità, il loro essere un'entità separata rispetto ai loro genitori, combattendo contro l'incapacità di questi ultimi di accettarlo.
È un tema fortemente attuale, che tocca sentimenti comuni, rapporti che, almeno in parte, in molti hanno sperimentato. Un argomento che l'autore sviscera fino in fondo, con quella consapevolezza (che ritornerà anche nei suoi successivi scritti) che le scelte compiute, anche senza la volontà di far del male, si ripercuotono necessariamente sugli altri, condizionandone le successive azioni come "un maligno cordone ombelicale che un dio privo di misericordia, o molto più banalmente un infermiere distratto, non si era curato di recidere e che lo teneva legato a un destino minaccioso e terribile come un cumulo di nubi temporalesche".


sabato 24 febbraio 2018

Il libro del mese – “Le coccinelle non hanno paura” di Stefano Corbetta

E sai perché non hanno paura? Perché sono belle, bellissime. E sanno di esserlo. Nessuno ucciderebbe una coccinella”. Teo – il protagonista del bellissimo romanzo di esordio di Stefano Corbetta “Le coccinelle non hanno paura” (Editore Morellini) - non può fare a meno di condividere queste parole, pronunciate da un ragazzino appassionato come lui di fotografia, incontrato casualmente in un parco. E l'idea che la coccinella, grazie alla sua bellezza, possa salvarsi dalla mano minacciosa di chiunque, mi riporta a uno dei temi fondamentali che ho colto in questo romanzo, ovvero che solo sviluppando una propria forza, una propria ricchezza interiore si può andare avanti inseguendo determinati obiettivi e cercando di sconfiggere ogni timore, soprattutto la paura della morte, nella ricerca dell'eternità.
Teo ha una grande passione per la fotografia, sviluppata sin da quando era piccolo e andava in giro osservando e riprendendo ogni angolo della casa da differenti visuali. Questa passione nasconde un segreto, una capacità particolare che rimane per lungo tempo celata agli altri, ovvero la possibilità per Teo di catturare immagini con gli occhi, di inquadrare una scena e immortalarla con il semplice movimento di una palpebra, per poi conservarla, perfettamente intatta, nella propria memoria sensoriale, che si trasforma in un immenso archivio.


È un dono che per Teo si rivela ben presto molto simile a una maledizione, che lo porta a vedere “la muta condanna di tutte le cose”, l'evoluzione successiva, sino alla morte, di qualsiasi essere vivente lui riprenda. E ciò lo spinge a non fotografare mai persone o animali, ma soltanto elementi inanimati e paesaggi.
Teo ha scoperto da poche settimane di avere un tumore al cervello: l'assenza di sintomi ha portato ad un accertamento tardivo, per cui il cancro si è talmente diffuso da non essere più operabile. E a quel punto decide che vi può essere un solo modo per affrontare il poco tempo che gli è rimasto da vivere, ovvero “trattare la faccenda nello stesso modo in cui scatta fotografie: osserva la luce, fa clic e non pensa a nient'altro che non sia la foto successiva”. In questo, dimostra, quindi, una ostinata determinazione nel volere procedere linearmente lungo una traiettoria che non ammette deviazioni, come se stesse giocando una partita a scacchi in cui le strategie si susseguono regolarmente senza discutere, allontanando da sé ogni forma di compatimento.
In questo suo percorso gli unici che possono stargli vicino e assecondare la sua volontà sono i suoi migliori amici, Luca ed Elena, che si conosciuti e innamorati proprio grazie a lui e adesso aspettano un figlio. Soltanto loro sono a conoscenza del reale stato di salute di Teo, ma non riescono ad arrendersi all'idea che il loro amico a breve dovrà abbandonarli.
Eppure qualsiasi strategia, qualunque traiettoria non può non conoscere una deviazione improvvisa che distoglie l'attenzione dal percorso già delineato. E questa deviazione è rappresentata da una persona che Teo non ha mai conosciuto e che non potrà più conoscere, la zia di Elena, Grazia, che, durante il viaggio intrapreso per raggiungere la nipote, viene coinvolta in un incidente mortale. Un evento luttuoso che sconvolge la vita di Teo che “si chiede cosa stia facendo lì a svuotare la casa di una donna che non ha mai conosciuto, tra il pieno e il vuoto di quelle mura a fare lo stesso lavoro che un giorno qualcun altro farà a casa sua”.
A questo punto, il racconto diviene un gioco a incastro, in cui si compongono differenti destini e le vite presenti e passate finiscono per intersecarsi le une con le altre, mentre Teo si sforza di trovare un filo conduttore. Elemento scatenante di questa ricerca è una vecchia fotografia in bianco e nero che ritrae Grazia assieme a un uomo misterioso, una foto contenuta in una cartellina, intestata a un certo Signor P., con alcuni fogli dattiloscritti che Teo ritrova tra le cose di Grazia temporaneamente depositate a casa sua.


L'autore, partendo da questo elemento, ha costruito un solido intreccio narrativo, basato su una scrittura nel complesso immediata e lineare, ma che riserva diverse pagine dense di una poeticità a tratti malinconica, senza mai essere banale o scadere nel patetico, capace di suscitare immagini che si fissano nella mente nitide come fotografie. Corbetta indaga a fondo le sensazioni di Teo nel suo percorso che costituisce l'ultima fase di un'esistenza che non ha fatto in tempo a godere pienamente, in cui cerca di procedere senza sbandare, fuggendo sempre un attimo prima dalla tentazione di cedere alla disperazione e di lasciarsi andare al suicidio.
Nell'intreccio all'improvviso si materializza Arianna, una giovane psicologa temporaneamente impiegata in un negozio in cui Teo si ritrova ad acquistare cinque t-shirt nere, e a cui il romanzo riserva uno spazio speciale, con pagine narrate in prima persona, quasi un diario. Si rivedono pochi giorni dopo l'acquisto, quando Arianna gli restituisce la cartellina del misterioso Signor P. che lui aveva distrattamente dimenticato sul bancone. È, quindi, il caso, o il destino, a farli incontrare di nuovo. E Teo non può evitare di essere conquistato da lei, dalla sua semplicità, dal suo entusiasmo, dalla capacità di percepire i mondi che si celano dietro le parole e di dire sempre qualcosa in grado di destare sorpresa.
La storia tra i due inizia pian piano a farsi strada, delicatamente, tra scambi di vedute sull'arte della fotografia e ricordi lontani di foto in bianco e nero, tra sorrisi e rimpianti. E Teo, inizialmente timoroso di legarsi a lei per il troppo poco tempo che le potrebbe dare, vince le sue resistenze, allarga l'orizzonte della sua consapevolezza e comprende che non può buttar via gli ultimi istanti della sua esistenza. È la malattia a fargli vedere, a un certo punto, le cose con occhi diversi, ma anche l'incontro con il Signor P., ovvero Primo Guerrieri, della cui storia, trascritta in quei fogli, inizia ad appassionarsi, coinvolgendo anche Arianna: il viaggio intrapreso anni prima in un santuario toscano, l'incontro con Grazia, il mistero attorno al diario di un bambino coinvolto nei bombardamenti tedeschi, al termine del secondo conflitto mondiale, presso la Linea Gotica, che tanto sconvolge Primo. Storie racchiuse le une nelle altre come scatole cinesi.
Il Signor P. era stato vinto dagli eventi e dalla propria mente. Teo si sente così simile a quell'uomo da pensare che in fondo anche la sua vita finirà così, senza capirci niente e senza poter reagire, sospeso tra il mondo reale e un soffocato desiderio di rivalsa”. E Teo, reagendo a questo pensiero, quasi per chiudere il cerchio in cui si muovono tutte queste storie, pur nella consapevolezza che la sua forza fisica è ormai esaurita per il repentino progredire della malattia, di quella maligna massa tumorale che si estende sempre di più, non si arrende e va alla ricerca del Signor P.
Dopo aver terminato il romanzo, non posso fare a meno di pensare a quello che mi ha lasciato Teo, uno di quei personaggi di cui si sente la mancanza dopo aver chiuso il libro: il suo desiderio di fuggire da quelle immagini di muta condanna, la sua voglia di eternità, che insegue fotografando il cielo e lasciando in un foglio scritto parole destinate ai suoi cari, e quella sottile speranza, rappresentata da una coccinella che si muove lenta sulla superficie di un finestrino.



domenica 11 febbraio 2018

Un giallo metropolitano tra conflitti sociali e incomunicabilità

Alcune settimane fa ho avuto di modo di rileggere un romanzo dello scrittore Raffaele Crovi cui mi ero già dedicato circa venti anni prima, intitolato "L'indagine di Via Rapallo". Un giallo, quindi, finalista al Premio Strega nell'edizione del 1997, la cui rilettura, oltre a riportarmi indietro nel tempo all'estate dopo la maturità, mi ha svelato e fatto riscoprire nuovi aspetti.
L'indagine si concentra essenzialmente intorno alla morte di uno scrittore, Orio Zaniboni, in apparenza caduto accidentalmente da un balcone. A valutare se si sia trattato di un incidente o di un omicidio viene inviato il vice ispettore Gino Pompei, che si finge cugino del defunto, incaricato di effettuare un inventario dei beni che dovranno formare oggetto di una eredità dello scrittore in favore di un'università.


Pompei, esperto di idraulica, approfitta di tali doti per girare tra gli appartamenti degli otto piani del condominio di Via Rapallo in cui il presunto incidente (o omicidio) è avvenuto. E tra un rubinetto che perde, tubature da riparare e termosifoni che scaldano poco, cerca di scoprire nuovi elementi chiacchierando con gli abitanti di quel palazzo, tra cui spiccano diversi personaggi ambigui e bizzarri.
L'indagine mette in luce una realtà piena di conflitti sociali e di disagio, con condomini che dialogano poco tra di loro e non conoscono quasi nulla l'uno degli altri, vivendo realtà parallele che difficilmente sembrano intersecarsi, se non quando si tratta di lasciarsi andare a ripicche e rivalse.
Tutto ciò accade in una metropoli, Milano, in cui "la solitudine, la mancanza di dialogo familiare e comunitario, genera in molti il cancro della depressione, che suggerisce il corteggiamento della morte".
Il vice ispettore, nel suo peregrinare tra un appartamento e l'altro, incontra, quindi, molteplici personaggi che sembrano abitare pianeti distanti: gli Allegretti, padre e figlio, ladri gentiluomini e forse più sinceri di tanti finti perbenisti; il giovane Felice, ben presto orfano di entrambi i genitori e privo di altri legami di parentela (la nonna, unica familiare, è morta da poco), preso dai suoi studi e avvolto da un alone di mistero assieme alla sua amica Alice; la portinaia Sonia, che sfrutta il sesso e le gravidanze come strategia di sopravvivenza, per sfuggire a una condanna a seguito dell'omicidio del marito; l'infido amministratore.


"In un palazzo urbano non c'è dialogo: c'è l'incontro casuale per le scale o in ascensore che può diventare scontro di avare parole; non ci sono discorsi, ci sono silenzi, invettive o delazioni". E gli inquilini si svelano anche nel loro rapporto con il defunto, quello scrittore impiccione che amava indagare e intromettersi nelle vite altrui, per rinvenire materiale narrativo per un nuovo romanzo sui conflitti urbani oppure, come molti sostengono, con un intento moralizzatore.
L'autore adotta uno stile assai sobrio, quasi cronachistico, e a tratti ironico, nel suo mostrare i resoconti degli incontri quotidiani del vice ispettore. E non manca, forse, qualche stereotipo nella costruzione di alcuni personaggi e di talune vicende.
In particolare, nel romanzo viene introdotta la figura del professore trentenne, Sergio Conti, che rivela di essere omosessuale e viene descritto, secondo un canone di frequente utilizzato in narrativa, come impeccabile amante dell'ordine, un uomo solo, infelice, inquieto, pieno di sensi di colpa, soprattutto dopo il suicidio dei genitori. E per il suo "atteggiamento eccessivamente morbido", uno stereotipo che risente di pregiudizi diffusi ancora oggi, il professore viene respinto dal giovane deejay, Luigi Neirotti, presso cui si era recato per farsi prestare alcuni dischi.
Il Neirotti, descritto come il classico deejay rinchiuso in un suo mondo di musiche, discoteche, luci colorate, riceve, come gli altri, la visita del vice ispettore che, in qualche modo, si convince che il ragazzo sia omosessuale, salvo poi ricredersi (il Neirotti ha un flirt con un'altra ragazza che abita nel palazzo) e toglierlo dalla "lista degli ambigui e, quindi, dei sospettabili". E, a questo punto, non si può fare a meno di chiedersi perchè mai, secondo l'autore, un omosessuale, in quanto tale, debba essere automaticamente incluso nella lista dei sospettati per un omicidio.
Il finale, in ogni caso, non presenta particolari soprese o colpi di scena nella scoperta del colpevole, per cui il romanzo, più che come giallo, è interessante in quanto propone, pur con i limiti sopra evidenziati, un'analisi sociologica con un'indagine dei conflitti e delle ambiguità che caratterizzano quei numerosi microcosmi quotidiani tra loro non comunicanti che si collocano nella realtà metropolitana.