giovedì 7 febbraio 2019

Novità letterarie – “Sonno bianco” di Stefano Corbetta

«Si avvicinò piano e il cono di visuale si strinse sfocando le pareti laterali. Più avanzava, più Bianca diventava riconoscibile, il profilo dagli zigomi alti e le labbra sottili congelate in un lieve sorriso eterno. Un senso di trionfo emergeva dal suo corpo immobile, come l’eroina di un tempo passato, vittima del più terribile degli incantesimi. Lei, quel corpo ancestrale al centro di un sonno bianco».
Sonno bianco” (Hacca Edizioni), il secondo romanzo di Stefano Corbetta, è la storia di un’assenza e del dolore che inevitabilmente da tale assenza deriva, è una disamina sincera e commossa dei sentimenti di una famiglia che si trova a fare i conti con quel dolore così smisurato, una famiglia i cui membri, cercando di reagire, trascinano ogni giorno la propria vita alla ricerca di un possibile equilibrio.
Bianca ed Emma sono due gemelle, tanto identiche nell’aspetto fisico quanto diverse nel carattere, protettiva ed estroversa la prima, più chiusa e insicura la seconda. Hanno nove anni quando, nel corso di una gita scolastica in montagna, vengono travolte da un camion: Emma, nel rincorrere una pallina di gomma, aveva attraversato la strada senza accorgersi del pericolo imminente, mentre Bianca le si era buttata addosso cercando di metterla in salvo. Emma viene gravemente ferita a una gamba che, dopo numerose operazioni, rimane più corta dell’altra costringendola per sempre a un’andatura claudicante. Bianca, invece, colpita alla testa, entra in uno stato di coma vegetativo. 


Per i successivi nove anni, dunque, Emma e i suoi genitori, Enrico e Valeria, si ritrovano a dover gestire questa dolorosa situazione, tra rancori e rimorsi per non essere riusciti a evitare un incidente simile e con la speranza che Bianca un giorno si risvegli per tornare a vivere con loro uscendo da quella stanza con le bianche pareti all'interno dell’istituto in cui è ricoverata da tanto tempo.
Con la sua scrittura sobria, limpida, scorrevole, quasi musicale, l’autore fa emergere una sofferenza che, grazie anche alla descrizione attenta e minuziosa di gesti e azioni dei singoli personaggi, sembra quasi dilatarsi in un tempo immobile, come se tutto fosse rimasto fermo a quella drammatica giornata in cui l’incidente è avvenuto: «Era come se tutto, dopo l’incidente, si fosse ridotto a pochi giorni messi in fila, vuoti e senza significato, in cui l’unico sentimento sopravvissuto era un senso di colpa latente che inquinava ogni cosa e non li abbandonava mai. E tutto era sempre stato neutralizzato con il silenzio».
Il silenzio di un’assenza, che pian piano scava dentro annullando ogni reazione, è uno degli elementi chiave che emerge dalla narrazione. Il silenzio cui Bianca è costretta a causa del suo sonno bianco, sembra a poco a poco indurire il cuore dei suoi familiari, come un “velo sottile e invisibile” che si posa su di loro: invece di farsi forza reciprocamente, sembrano allontanarsi ogni giorno di più costruendo una parete sempre più spessa. 


Il romanzo si concentra, quindi, sull'evoluzione interiore dei singoli componenti di quella famiglia in rapporto al dolore che vivono quotidianamente. In particolare, Emma sembra schiacciata dai sensi di colpa, il pensiero di sua sorella diventa quasi ossessivo, le pare addirittura di vederla mentre si trova sul palco del teatro per le prove della compagnia di cui fa parte. Era Bianca che avrebbe dovuto fare l’attrice, è questo a cui pensa spesso Emma, come se stesse vivendo una vita non sua e avesse usurpato il posto di sua sorella. E la ragazza sembra voler tradurre questo suo angosciante rimorso in una scultura di creta realizzata a scuola, due mani giunte in cui viene posizionata quella pallina di gomma che Emma stava rincorrendo il giorno dell’incidente. Un pensiero che le impedisce di vivere pienamente, che la costringe a ritrarsi non appena un’occasione di felicità si protrae all’orizzonte, nonostante il piccolo Mattia, vicino di casa e prodigioso pianista, e il suo giovane maestro Leon cerchino di restituirle quella dimensione di intima familiarità che a casa orma era scomparsa da tempo.
Perché a casa c’è sua madre Valeria che sembra quasi aver abdicato al suo ruolo materno, rinchiusa nel suo dolore e nel rancore verso sua figlia e suo marito, che come lei devono pagare il prezzo di quella tragedia, con il silenzio «che aveva iniziato a prendere l’intero spazio della sua vita». E c’è suo padre Enrico, che, pur cercando di mettere insieme i pezzi delle loro vite e di intravedere il fondo del tunnel, può solo constatare quanto le donne della sua vita si siano ormai allontanate da lui.
Sonno bianco” è, dunque, un romanzo coinvolgente da cui emerge una sentita partecipazione al profondo dolore di tante famiglie che si ritrovano ad avere un parente in uno stato vegetativo, è una storia di silenzi e rancori, ma in cui a un certo punto si avverte come ineludibile l’esigenza di alzare la testa e lottare, di colmare l’assenza e il silenzio, di rimediare ai tanti errori commessi.


lunedì 14 gennaio 2019

Il libro del mese – "Amicizie profane" di Harold Brodkey

«Si desidera l'amore in varie forme. Si desidera un nudo mondo di amore in luogo di quello della malinconica quotidianità, un mondo in cui ci siano la passione del cuore e la passione dei sensi, un mondo invaso da un tale calore, da un tale sgomento di luce, che potrebbe anche essere l'Inferno».
Harold Brodkey scrisse "Amicizie profane" nel 1992 durante un suo lungo soggiorno a Venezia, su invito del Consorzio Venezia Nuova, in un'edizione fuori commercio che fu successivamente rivista, ampliata e pubblicata da Mondadori nel 1994 con la traduzione di Delfina Vezzoli.
"Amicizie profane" è un romanzo essenzialmente dedicato all'amore e al ricordo. È la storia di un rapporto di amicizia che nasce tra due ragazzi, l'americano Nino (voce narrante) e il veneziano Onni, nel momento in cui, ancora bambini, le loro vite si incrociano sui banchi di scuola, per poi proseguire attraversando fasi alterne fino a sfociare in una forma particolare di amore, divenendo, appunto, un'amicizia "profana".



L'autore, con una scrittura elegante, travolgente, fortemente introspettiva e ricca di divagazioni filosofiche e spunti di riflessione, analizza nel dettaglio le dinamiche dei rapporti tra i due ragazzi attraverso i vari stadi in cui si sviluppa questa loro amicizia "profana", tra momenti di tenerezza e aspri contrasti, avvicinamenti e rifiuti, in un ritrovarsi reciproco a volte ossessivo e morboso. Un'indagine profonda senza alcuna autocensura ("Mi riservo il diritto di essere pornografico. Senza pudore" afferma l'autore nel prologo) alla scoperta continua di ogni sfaccettatura del sentimento e della sessualità.
Durante l'infanzia, ovvero la prima fase di questo rapporto, Nino pare avvertire fin da subito il particolare magnetismo di Onni, nella sua bellezza infantile che già inizia a farsi notare. Tra di loro nasce un legame quasi simbiotico e di dipendenza, che finisce per scatenare pure qualche sentimento di gelosia e avversione tra i familiari dei ragazzi. Ma ormai chiunque abbia modo di osservarli non riesce più a considerarli come due elementi separati. È un legame molto forte, fatto anche di giochi violenti e di litigi, ma che si interrompe bruscamente nel momento in cui Onni inizia a farsi coinvolgere dal regime mussoliniano assumendo le vesti di 'bambino fascista'. Nino, profondamente deluso e trascurato, fa ritorno in America con la famiglia prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.
La seconda fase, al termine della guerra, è segnata dal ritorno a Venezia di Nino che, ormai quattordicenne, non appare pienamente felice ed entusiasta («Non avevo voglia di chiamare nessuno. All'inizio non avevo nessuna energia e nessuna volontà, nessun desiderio preciso, né una voglia particolare di vivere attivamente. Ero ammalato di adolescenza, di infedeltà dell’attenzione»), almeno fino al suo casuale riavvicinamento a Onni, divenuto uno splendido sedicenne. È a questo punto che i caratteri e i sentimenti dei due protagonisti iniziano a delinearsi con maggior precisione. Nino è un ragazzo riservato, pudico, pacifista e si ritrova di fronte a un Onni decisamente più trasgressivo e ardimentoso, perso nel suo desiderio di rivalsa, nella sua incontenibile volontà di emergere e di sfondare come attore. È una fase in cui i sentimenti di Nino verso Onni sono ancora poco chiari, divisi tra il legame di affetto amichevole, il fascino della seduzione, il disagio nei confronti di quell'elemento di perversa corruzione che in Onni ormai insisteva (vittima di violenza sessuale durante il conflitto, aveva iniziato a prostituirsi spinto dalla madre e dalla zia), per la sua disinibita e sfrontata sensualità, per i loro primi approcci sessuali.


Nella terza fase, li ritroviamo ormai adulti e girovaghi per Venezia, in una lunga notte di bagordi in cui Nino ha ormai raggiunto una maggior consapevolezza del proprio potere, delle proprie sensazioni e di quelle di Onni: «Lui non ha mai amato … Io rappresento tutto ciò che sa dell’amore … Generalizza a partire da me. Sta riempiendo le lacune nel suo repertorio, e soffre … Il tanto amato Onni sta elaborando sospetto e antipatia, meschinità e rabbia in quello stomaco bruto, rabbia e ossessione per essere ossessionato da qualcuno in calde ondate di ebbrezza che montano e si frangono nei flussi e riflussi di una marea travolgente. Sentii una grande paura, sentii la verità dei miei sentimenti … sentimenti diversi … sentii una specie di risata rassegnata e un’irrefrenabile risata interiore di esultanza, come se stessi nuotando in alto mare tra onde enormi sopra vasti abissi. Penso che Onni sia un innamorato che non sa amare, e io sono uno che sa amare ma che non lo amerà oltre un certo limite».
Infine, a Venezia giunge la vecchiaia, il ricordo nostalgico del passato, della giovinezza, il rimpianto inutile per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, per non aver trovato un "amore destinato a durare tutta la vita, solido come una piramide, massiccio e davvero immortale", magari con una persona diversa, la successiva consapevolezza che in fondo ciò che conta è aver amato ed essere stati amati.
"Amicizie profane" è anche una lunga e profonda riflessione sulla realtà, sul tempo e sul ricordo, in cui il ricordo viene considerato come uno strumento non adatto, per sua natura, a cogliere la continuità del tempo – ove il tempo è costituito da una sequenza di momenti che, a loro volta, risultano nascosti tra le pieghe del ricordo stesso - essendo una visione fugace, incapace di intravedere il momento reale: «Avete mai pensato al fascino dell'idea di onnipotenza? Per me, nel ricordo, Onni esiste privo di peso, privo di presenza, di volumi, di masse e di umori, e privo della sua volontà. Nella mente non si trovano statue sepolte o antiche città. La mente non porta niente di tangibile dentro di sé. Tutto è memoria e opinioni. È spettrale. Che strano posto per cercarvi lo spirito e la carne di un amore reale».


Eppure Nino mostra un certo disagio verso la realtà, quasi un'amarezza e un senso di persecuzione, desiderando, piuttosto, intraprendere una conoscenza sentimentale: «La realtà, la realtà vera e propria, ha per me un fascino nervoso e nauseante, ma io anelo alla pace di quella assoluta libertà di schizzare in avanti, di lato o indietro che trovi solo nei libri. O in una storia che non sia questa».
Brodkey ci regala, poi, un ritratto vivido di Venezia, che è forse la vera protagonista del romanzo, colta nella sua grandiosità e nei suoi dettagli architettonici e monumentali, intarsiata di "palpebre tremolanti" e con un occhio vigile che dà l'impressione di sentirsi sempre osservati e non consente mai una vera e propria solitudine. È una Venezia dipinta con colori fervidi e ricchi di sfumature, tra giochi di luce e di ombre che accompagnano gli stati d'animo e le peregrinazioni sentimentali dei due protagonisti tra calli, ponti, canali e campielli. Una Venezia su cui il narratore insiste fermamente fino alla fine, osservandola dopo tanti anni nella sua vecchiaia e fragilità, con la sua evidente dolcezza perversa, quasi che la sua decadenza si sia accompagnata pian piano a quella dei suoi personaggi.
"Amicizie profane" è, dunque, un complesso e grandioso romanzo veneziano, un racconto di formazione e una spietata e lucida analisi di rapporti e sentimenti tra amicizia e amore, un viaggio lungo una vita tra struggimenti, ossessioni morbose e rimpianti, il «tentativo di rappresentare un piccolo aspetto dell'amore nelle sue dimensioni limitate e nel suo colore, nella sua pochezza».

mercoledì 24 ottobre 2018

Premio Campiello 2018 – "Le assaggiatrici" di Rosella Postorino

«Entrammo una alla volta. Dopo ore di attesa, in piedi nel corridoio, avevamo bisogno di sederci. La stanza era grande, le pareti bianche. Al centro un lungo tavolo di legno su cui avevano già apparecchiato per noi. Ci fecero cenno di prendere posto».
"Le assaggiatrici" (Feltrinelli), il romanzo di Rosella Postorino vincitore del Premio Campiello 2018, trae ispirazione dalla vera storia di Margot Wölk, l'ultima assaggiatrice di Hitler, ed è incentrato, appunto, sulle vicende di dieci donne cui viene affidato il compito di assaggiare i piatti destinati a costituire i tre pasti giornalieri del feroce dittatore tedesco al fine di verificare che il cibo adoperato non sia stato avvelenato o contaminato.
Le assaggiatrici, una volta ricevuta la visita di alcuni soldati delle SS che hanno annunciato loro il delicato e pericoloso compito che dovranno svolgere nei mesi successivi al servizio del Führer, vengono quotidianamente prelevate dalle loro case e condotte in un ex edificio scolastico adibito a caserma dove è stata predisposta una mensa, ovvero il posto in cui dovranno procedere all'assaggio giornaliero dei tre pasti. 



E quella mensa, luogo di costrizione e convivenza forzata, diviene un punto di convergenza di angosce e paure, di rivalità e contrasti, soprattutto tra le fedelissime di Hitler, soprannominate le "invasate", e le altre donne, avverse, invece, ai sentimenti filonazisti. Un luogo in cui il muro di diffidenza tra alcune donne, che contro la propria volontà si ritrovano a servire il Führer, vien pian piano sgretolato lasciando il posto a un sentimento reciproco di solidarietà e di sostegno, specialmente nell'affrontare il terrore della morte, che può verificarsi a ogni boccone ingoiato, che si tratti di un innocuo piatto di fagiolini o di una gustosa torta al miele.
La voce narrante è quella di Rosa Sauer, giovane segretaria berlinese che dalla sua città, a causa dei bombardamenti che hanno gravemente danneggiato la casa in cui abitava, deve trasferirsi dai suoceri a Gross-Partsch, la cittadina in cui aveva sede il quartier generale di Adolf Hitler sul fronte orientale, il Wolfsschanze. Con il pensiero costantemente rivolto a suo marito Gregor, inviato in Russia a causa della guerra in corso (era il 1943), Rosa, una volta giunta a Gross-Partsch, viene subito assoldata tra le assaggiatrici e vede così aggravare il suo drammatico calvario interiore.


Il romanzo si presenta con una scrittura quasi a scatti, veloce, intensa, costituita da frasi brevi e incisive, con i pensieri che si accavallano nel flusso di coscienza di Rosa, tra i ricordi di infanzia e le sensazioni del suo primo anno di matrimonio con Gregor, tra incubi e immagini che si ripropongono in modo ossessivo nella sua mente.
E mentre tali immagini scorrono, possiamo percepire l'anima di Rosa in balia di continui contrasti e contraddizioni. Lei ama profondamente Gregor e cade nella disperazione più nera nel momento in cui le viene annunciato che suo marito risulta disperso in Russia. Cerca di farsi forza, di confortare i suoceri, di credere che un giorno lo rivedranno comparire sulla porta magro e affamato, ma nel ripensare a lui a volte viene assalita da rimpianti e rancori, perché ha preferito partire per la guerra e non stare con sua moglie, per essere un buon tedesco piuttosto che un buon marito, o perché non ha voluto darle un bambino, per la sua assurda idea che mettere al mondo un figlio significa condannarlo a morte.
Eppure "i tedeschi amano i bambini", Rosa non fa che ripeterlo continuamente nel corso del romanzo. È soprattutto Hitler ad amare i bambini, per lui le donne hanno un valore solo nel momento in cui fanno tanti figli, arrivando persino a premiarle per questo, affinché gli garantiscano un popolo vasto che rinsaldi il suo potere. E i bambini diventano un'ossessione anche per Rosa, un desiderio che chissà se mai realizzerà, che magari potrà solo sfiorare, osservando quei figli delle sue compagne assaggiatrici, i loro occhi azzurri, i capelli, persino le scapole alate, immaginando un bimbo che abbia quelle caratteristiche e che possa correre felice.
Tra le tante immagini che ossessivamente ritornano nella mente di Rosa c'è anche quel gesto d'amore con Gregor, quelle dita reciprocamente spinte in bocca sapendo che la bocca non avrebbe morso: «Avrei potuto serrare la mandibola, morderlo. Gregor non ci aveva nemmeno pensato. Si è sempre fidato di me». Un gesto di affetto, di intimità e soprattutto di fiducia.
La fiducia è, infatti, un tema ricorrente nel romanzo, un elemento cardine di rapporti che si costruiscono con fatica e che rischiano continuamente di essere incrinati dal tradimento. Mi viene in mente il conflittuale rapporto con la compagna Elfride, quel primo scontro in bagno, quel "ti voglio bene" pronunciato a mezza voce dopo aver capito di potersi fidare reciprocamente. Oppure l'immagine di Gregor che, prima di essere dato per disperso, cercava, per quanto possibile, di scrivere lettere dalla Russia e in una delle ultime missive aveva accennato a un vecchio detto russo secondo cui un soldato non può essere ucciso in guerra almeno finché sua moglie gli è fedele. E Gregor non può che fidarsi di Rosa.
Quella immagine assume quasi le sembianze di una profezia nel momento in cui Gregor viene dato per disperso e Rosa, trascorsi alcuni mesi dalla notizia, inizia una relazione con un tenente delle SS. Si concretizza quel tradimento della fiducia che Gregor aveva escluso e che Rosa inizia a vivere con un profondo tormento, ripercorrendo quelle sensazioni che provava da piccola, quando si chiudeva nella sua stanza ed enumerava le sue colpe e i suoi segreti.
È una relazione tormentata che Rosa non riesce a capire bene come vivere, combattuta tra i sensi di colpa e la sensazione di intimità e tenerezza che lui riesce a trasmetterle, tra la consapevolezza di non potersi fidare fino in fondo di lui, nello stesso modo in cui, invece, poteva fidarsi di Gregor e quel desiderio di libertà che lei stessa va inseguendo nel momento in cui lui compare davanti alla sua finestra e tutto il resto sembra scomparire: «C'era, in quel gesto di uscire che chiunque ignorava, una ribellione. Nella solitudine del mio segreto sentivo una libertà integrale: sottratta a ogni controllo sulla mia stessa vita, mi abbandonavo all'arbitrarietà degli eventi».


Rosa avverte in modo pressante tale esigenza di ribellione dal momento che la libertà, altro tema fondamentale del romanzo, appare una meta quasi impossibile da realizzare, soprattutto in un regime dittatoriale che condiziona ogni gesto, ogni parola. I rapporti che Rosa si trova ad avere con le persone che la circondano sono, infatti, spesso frutto di una situazione di costrizione, fino al punto di provare quasi continuamente la sensazione che le proprie azioni siano indotte dagli altri: deve mangiare per il Führer, rischiare la vita per lui, essere sottoposta ad analisi e verifiche, rimanere rinchiusa in una stanza con le compagne in caso di sospetto avvelenamento. Ma non c'è solo questo a condizionare la sua libertà, anche fuori dalla caserma l'angosciante sensazione di costrizione sembra prolungarsi: «Perché, da tempo, mi trovavo in posti in cui non volevo stare, e accondiscendevo, e non mi ribellavo, e continuavo a sopravvivere ogni volta che qualcuno mi veniva portato via? La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana».
Eppure la separazione, pure per quei rapporti nati dalla costrizione, appare comunque dolorosa, un elemento di tragicità da cui la narrazione non può prescindere. Vi è per Rosa la drammatica perdita dei genitori, queste figure che tornano di continuo nella sua mente: suo padre che non ha mai voluto sottomettersi al nazismo, che al risuonare delle sirene che annunciano i bombardamenti preferisce rimanere a letto sprimacciando il cuscino e poi torna in sogno a rimproverarle di lavorare per i nazisti; sua madre di cui ricorda l'odore, molto simile al suo e che nel sogno rivede vestita come nel giorno in cui è morta, con un cappotto sopra la camicia da notte nella fretta di rifugiarsi in cantina per scappare dalle bombe che cadono inesorabilmente. E poi ci sono tutti gli altri che lei ha conosciuto e che via via scompaiono senza che lei possa ribellarsi.
"Le assaggiatrici" è, infine, il romanzo della sopravvivenza, di chi vede la fine di un regime che ha odiato, ma che è stato costretto a servire, di chi è stanco di vivere e di trascinarsi, di vedere le persone care andare via, al punto da rifiutare di prendere un pezzo di carta per scrivere un messaggio perché non può più tollerare di scrivere per non avere risposta, ma che nonostante tutto riesce a trovare la forza di sopravvivere e di chiudere un cerchio. È un romanzo che colpisce nel profondo, che lascia sconcertati e rabbiosi, perfino impotenti, di fronte a ciò che l'uomo è in grado di fare nei confronti dei propri simili: «Ma mentre giacevo fra quei vestiti, l'enormità della tragedia si rivelò per intero. Era un evento talmente grande, intollerabile, che stordì il dolore, si espanse tanto da occupare ogni centimetro dell'universo, divenne l'evidenza di ciò che l'umanità era capace di fare».

domenica 16 settembre 2018

Premio Strega 2018 – "Come un giovane uomo" di Carlo Carabba

«Da sempre aspettavo che la neve tornasse a cadere su Roma». La delusione di fronte al compimento di un desiderio la cui realizzazione è stata lungamente attesa appare come uno dei fili conduttori di "Come un giovane uomo" (Marsilio), il romanzo di Carlo Carabba incluso tra i 12 candidati al Premio Strega 2018. Un romanzo strutturato come un monologo interiore con una profonda analisi introspettiva che, partendo dal ricordo di episodi dell'infanzia e dell'adolescenza fino a giungere al racconto di accadimenti più recenti, dà vita a una sequenza di riflessioni e ragionamenti sul complesso passaggio dalla giovinezza all'età adulta, sui legami interpersonali e sul rapporto con la morte e il lutto, un rapporto che inevitabilmente spaventa e inquieta.
Tale sequenza di riflessioni rende la struttura narrativa complessa e non sempre di agevole lettura,  avvalendosi di continui incisi e rinvii ad altri argomenti, anche grazie ai frequenti viaggi a ritroso con la memoria. Si tratta, comunque, di una narrazione ricca di interessanti spunti letterari e forte di uno stile preciso ed elegante.


Il racconto degli eventi prende avvio con il ricordo, denso di nostalgia, di una nevicata avvenuta a Roma nei primi anni Ottanta, di cui il protagonista conserva una memoria visiva i cui contorni sono resi incerti dal tempo ormai trascorso e dall'immaginazione che spesso finisce per modificare i tratti essenziali che gli accadimenti passati assumono nella mente, come ad esempio il viso della persona con cui il protagonista ebbe modo di recarsi al parco per osservare la natura imbiancata e calpestare la neve, un viso reso sfuocato e privo di lineamenti come i personaggi di un fumetto Disney con Topolino ed Eta Beta.
Quel ricordo per il protagonista è inevitabilmente associato ad altre reminiscenze della sua infanzia, soprattutto al rapporto con i compagni di scuola nei cui confronti ha sempre provato una inevitabile forma di disagio, forse perché vittima di una certa paura di adattarsi alla vita, oltre che del timore di crescere e di non essere in grado di affrontare il futuro. Ma il ricordo è soprattutto un sogno lungamente vagheggiato di rivedere la neve cadere su Roma: «Nel corso degli anni, ormai cresciuto, avrei tentato più volte, passeggiando o correndo, di risalire a quel tempo smarrito, sperando che il contatto con lo stesso suolo che avevo visto coperto di bianco [...]sapesse ritrovare la vibrazione originaria che aveva prodotto l'eco dei ricordi che da tanti anni risuonava nella mia mente, restituendomi il centro perduto della reminiscenza e dell'oblio di cui ignoravo tanto e da cui tanto di quello che ero e sono dipende: la mia infanzia».
Il sogno si realizza circa venticinque anni dopo, ma il desiderio, ormai compiuto, lascia il posto a una profonda insoddisfazione cui il protagonista tenta man mano, forse inutilmente, di dare una spiegazione razionale. Ma certamente il suo intento a lungo coltivato di ritrovare l'incanto dell'infanzia, al fine di ricongiungere in qualche modo il passato con il presente tramite una epifania capace di svelare profonde verità sull'esistenza, risulta purtroppo vano.


Nel romanzo sembrano assumere un ruolo essenziale le coincidenze di eventi apparentemente distanti tra loro, coincidenze spesso vissute con un senso di colpa e il vano tentativo di attribuire loro un particolare significato. La principale coincidenza è, senza dubbio, tra la nevicata di circa venticinque anni dopo e un evento tragico, un incidente che coinvolge Mascia, una cara amica del protagonista, che entra in coma e muore dopo pochi giorni. E in tal caso il senso di colpa, col senno di poi, è legato al fatto di aver vissuto le ore precedenti la scoperta di tale drammatica notizia in preda a sciocchi dubbi e falsi buoni auspici legati alla neve, cui verrà attribuito, poi, quasi un ruolo nefasto e di malaugurio.
Quel tragico accadimento si porta dietro notevoli conseguenze per il protagonista che fin da subito sembra quasi aver messo tra parentesi la notizia ricevuta, creando una parete protettiva che, se da un lato sembra almeno temporaneamente proteggerlo dal dolore, dall'altro lo trascina in un vortice di sensi di colpa che si acuiscono progressivamente inducendolo a credere di avere un cuore arido e insensibile.
L'unico modo per cercare di uscire da quel ginepraio di sensazioni - in cui si inserisce anche un importante richiamo a un libro di Adelbert Von Chamisso, "Storia straordinaria di Peter Schlemihl", il cui protagonista si ritrova a dover scegliere tra la propria ombra o la propria anima - è quello di elaborare il lutto richiamando alla mente episodi precedenti in cui l'io narrante ha dovuto affrontare il dolore di una perdita, come quello della nonna materna, e cercando di ricostruire il rapporto con Mascia fin dal loro incontro e dal tentativo di definire un nuovo approccio alla vita: «Quella sera, tra le nostre due identità appena nate (...) avvenne un riconoscimento, fondato però non sulla certezza che in noi era avvenuto un cambiamento, una trasformazione in persone sicure di sé, indurite dalle avversità della vita, rese ciniche dai rovesci del cuore, ma sulla necessità reciproca di credere che questo cambiamento ci fosse stato davvero, offrendoci soccorso e protezione dallo scetticismo di chi ci conosceva da tempo e che, sentivamo, avrebbe ritenuto impossibile che mutassimo realmente».
"Come un giovane uomo" è, dunque, una coraggiosa e sincera confessione che denota una notevole capacità di scavare a fondo nella mente e di districarsi all'interno di un labirinto di sensazioni e pensieri contrastanti che spesso rimbalzano da un lato all'altro del proprio cervello, affrontando l'inevitabile smarrimento e cercando una possibile via d'uscita.


domenica 9 settembre 2018

Novecento italiano – Leonardo Sciascia e "A ciascuno il suo"

«Che un delitto si offra agli inquirenti come un quadro i cui elementi materiali e, per così dire, stilistici consentano, se sottilmente reperiti e analizzati, una sicura attribuzione, è corollario di tutti quei romanzi polizieschi cui buona parte dell'umanità si abbevera. Nella realtà le cose stanno però diversamente: e i coefficienti di impunità e dell’errore sono alti non perché (o non soltanto, o non sempre) è basso l'intelletto degli inquirenti, ma perché gli elementi che un delitto offre sono di solito assolutamente insufficienti. Un delitto, diciamo, commesso o organizzato da gente che ha tutta la buona volontà di contribuire a tenere alto il coefficiente di impunità.
Gli elementi che portano a risolvere i delitti che si presentano con carattere di mistero o di gratuità sono la confidenza diciamo professionale, la delazione anonima, il caso. E un po’, soltanto un po’, l’acutezza degli inquirenti».
Leonardo Sciascia, nato a Racalmuto nel 1921 e morto a Palermo nel 1989, è una delle grandi figure del Novecento italiano ed europeo e con le sue opere ha dato vita a una mirabile, affascinante e originale contaminazione tra romanzo giallo e romanzo di denuncia civile.


Mediante un'assidua frequentazione giovanile della biblioteca del suo paese e la lettura di numerosi classici tra cui Diderot e Manzoni, Sciascia giunse a una solida formazione letteraria che i critici definirono di stampo illuminista e moralista. Egli era considerato, infatti, un illuminista in quanto credeva fortemente nella ragione e nella libertà, e un moralista per la sua tendenza a frugare nelle pieghe dell'anima nel tentativo di capire le motivazioni dell'agire umano e le sue sensazioni.
L'illuminismo di Sciascia si distacca, tuttavia, dai suoi maestri francesi per la sua venatura pessimistica, pur rimanendo ferma la fiducia nell'attitudine dell'uomo a comprendere e giudicare: se Diderot confida nella possibilità che la società e il singolo progrediscano, Sciascia nutre il dubbio che tutto sia bloccato e immodificabile, pur lottando per il progresso e la verità. Di fronte alla violenza, alla corruzione, allo sfruttamento e soprattutto alla mafia, l'autore mantiene la lucidità nella diagnosi e la fermezza nella condanna. Ma il suo pessimismo fa sì che i suoi eroi finiscano per essere sconfitti. (1)
"A ciascuno il suo" rispecchia tale impostazione pessimistica. Il romanzo prende avvio con la consegna di un'anonima lettera di minacce al dott. Manno, il farmacista di un piccolo paese siciliano. Il farmacista e i suoi amici sono indotti, pur con qualche timore non totalmente manifesto, a ritenere tale lettera minatoria un semplice scherzo o forse un tentativo di impedire al farmacista e al suo amico, il dott. Roscio, medico del paese, di prendere parte all'avvio della stagione di caccia. Quando, pochi giorni dopo, i due vengono ritrovati uccisi, le indagini iniziano a concentrarsi sull'ipotesi di un delitto passionale legato a un'ipotetica infedeltà del farmacista.


Il prof. Laurana, amico del dott. Roscio, viene colpito da un particolare, una parola "UNICUIQUE" che risalta ai suoi occhi nel momento in cui si ritrova a osservare il retro della lettera minatoria, un dettaglio che lo induce a pensare che i pezzi di giornale per la composizione della missiva siano stati tratti dal quotidiano "L'Osservatore romano". Tale particolare lo spinge a iniziare una sua personale indagine, con dettagli sempre maggiori che vengono svelati quasi per caso mediante incontri e delazioni e che gli fanno scoprire una realtà di affari loschi, tradimenti e inganni.
Lo stile di Sciascia può ben considerarsi sobrio ed essenziale, privo di orpelli retorici, ma pienamente efficace nel tratteggiare i caratteri dei vari personaggi, nell'indagare e mostrare gli stati d'animo che accompagnano le rispettive azioni, le reazioni di fronte a eventi imprevisti, i conflitti interiori dinnanzi alla necessità di difendersi da pericoli e minacce, una necessità che spesso rischia di prevalere sull'esigenza di giustizia.
Ne è un esempio la descrizione delle sensazioni che il farmacista Manno prova di fronte alla minacciosa missiva appena recapitata, nel momento in cui cerca di capire le ragioni di un simile gesto nei suoi confronti. Un fatto del genere accadeva proprio a lui che si considerava una persona tranquilla, che non aveva mai avuto discussioni, nemmeno di carattere politico, ma che anzi considerava la politica un argomento di cui non valeva la pena parlare. È, dunque, inevitabile lo sgomento di fronte alla perfidia altrui: «Così, con leggerezza lo sogguardò il farmacista: ma un così leggero pensiero subito si versò nell'amarezza di chi, ingiustamente colpito, ecco che scopre alta sulla cattiveria altrui la propria umanità, e si condanna e compiange perché alla cattiveria inadatto».
Sciascia ci restituisce, poi, l'immagine tipica di un paese popolato da gente un po' pettegola con una mentalità chiusa e bigotta, in cui si fa subito strada l'idea che il colpevole sia stato spinto a commettere il duplice omicidio da un movente passionale, mentre con grande facilità viene individuato un capro espiatorio da mettere sul rogo, l'incolpevole ragazza che spesso si recava dal farmacista con numerose ricette: «Convinto il commissario, alla ragazza restava da convincere un paese intero, 7500 abitanti, i suoi familiari inclusi. I quali, appena rilasciata dal commissario, ad ogni buon conto si avventarono su di lei e silenziosamente, tenacemente, accuratamente la picchiarono».


Il professor Laurana è senza dubbio il protagonista principale e il suo animo viene indagato a fondo nel corso del romanzo. Insegnante di italiano e latino al liceo classico del capoluogo, gentile, timido, ma irremovibile nel giudizio, «un uomo onesto, meticoloso, triste; non molto intelligente, e anzi con momenti di positiva ottusità, con scompensi e risentimenti che si conosceva e condannava». Egli non considerava il dottor. Roscio, di cui era stato un compagno di liceo, un vero e proprio amico (di amici in realtà non ne aveva affatto), ma una persona con cui chiacchierare ogni tanto di episodi degli anni di scuola, oltre che un buon medico che ogni tanto visitava sua madre quando accusava taluni disturbi.
Non è il dispiacere per la morte di Roscio - un dispiacere che certamente provava - a indurre Laurana ad avviare la sua personale indagine, ma una curiosità essenzialmente intellettuale, quasi un puntiglio, alimentato dalle confidenze e dai dettagli che man mano vengono svelati grazie a numerosi incontri: un amico parlamentare, il padre di Roscio, famoso oculista ormai vecchio e cieco, Benito, il bizzarro fratello di un vecchio compagno di studi, il cui dialogo con Laurana assume la veste di uno sproloquio apparentemente stralunato, ma fortemente lucido in alcune parti e ricco di interessanti spunti di riflessione:
«“Non esce mai di casa?”
Mai, da parecchi anni … Ad un certo punto della mia vita ho fatto dei calcoli precisi: che se io esco di casa per trovare la compagnia di una persona intelligente, di una persona onesta, mi trovo ad affrontare, in media, il rischio di incontrare dodici ladri e sette imbecilli, che stanno lì, pronti a comunicarmi le loro opinioni sull'umanità, sul governo, sull’amministrazione municipale, su Moravia… Le pare che valga la pena?”
No, effettivamente no”».
Pur arrivando, senza alcun indugio, a capire chi sia il colpevole, Laurana è come bloccato in quella incertezza pessimistica cui accennavo sopra, che lo induce, da un lato, a una certa diffidenza verso gli strumenti della legge e della giustizia, da cui si sente profondamente lontano ("quanto Marte sia lontano dalla Terra") per un «oscuro amor proprio che gli faceva decisamente respingere l'idea che per suo mezzo toccasse giusta punizione ai colpevoli», e, dall'altro lato, verso una forma di disagio per un'involontaria complicità con i colpevoli, che si unisce al turbamento per l'attrazione verso la vedova Roscia, un'attrazione che mette in luce tutta la vulnerabilità di Laurana e rischia di divenire pericolosa: «E qui si faceva ambigua anche la sensualità, il desiderio: la gelosia, immotivata, gratuita, carica di tutte le insoddisfazioni, timidezze e repressioni della sua vita, da una parte; un acre piacere, quasi l’appagamento del desiderio in una sorta di visuale prossenetismo, dall’altra. Ma tutto ciò molto confusamente, in un baluginare allucinato, febbrile».
"A ciascuno il suo" è un intenso romanzo di denuncia contro la violenza e la prevaricazione, una denuncia che, tuttavia, sembra ormai aver acquisito la consapevolezza che al male non si può rimediare, ma se ne può soltanto prendere atto, in una situazione di immobilità dettata dalla paura e dal senso di sfiducia verso la giustizia.



(1). V. Faggi " Il nipote di Diderot" in "Il Secolo XIX" 21 novembre 1989

sabato 1 settembre 2018

Novità letterarie – "Ripaferdine (storie di cortile)" di Paolo Vitaliano Pizzato

«Avevo trattato la zona con indifferenza, come un vecchio amico che si è smesso di frequentare, un ex compagno di scuola sbiadito insieme agli insegnanti amati e odiati, alle aule e ai loro odori, abbandonato nell'eterno sovrapporsi dei giorni. Avevo avuto le mie buone ragioni per comportarmi così, lo sapevo bene, ma in quel momento era come se le motivazioni di un tempo avessero perduto la loro importanza. Adesso c'era soltanto la zona, e il terrore di perderla per sempre».
"Ripaferdine (storie di cortile)" (Giraldi Editore) è un romanzo molto particolare di Paolo Vitaliano Pizzato, composto da una sequenza di quadri, di storie, di stralci di vita che alternano momenti di ironia, tenerezza e coraggio, ma anche di paura e scoramento. Sono storie legate tra loro dal filo della memoria, dalla nostalgia di un uomo che intende narrare tali vicende per cercare in qualche modo di trattenere e rievocare il passato, sforzandosi di impedire che i pezzi che lo compongono vadano inesorabilmente perduti a causa dell'inarrestabile avanzare del progresso.


L'uomo che cerca di realizzare tale salvifica narrazione è un ingegnere che ha trascorso la sua infanzia e adolescenza in un quartiere periferico di Milano, "un quadrilatero, una serie di vie che tagliano schiere di palazzi e piccoli negozi", confidenzialmente ribattezzato "la zona" dai suoi abitanti, e che ora vi ritorna per svolgere il suo lavoro, ovvero vigilare sull'esecuzione di un piano di ristrutturazione che, in vista dell'Expo 2015, avrebbe dovuto coinvolgere l'intera zona trasformandola radicalmente.
La paura dell'ingegnere è che la zona con questo profondo stravolgimento possa perdere i suoi connotati essenziali, quelle caratteristiche che in un certo senso l'avevano resa un luogo unico e a cui i suoi ricordi di bambino sono legati in modo indissolubile. Per questo motivo vuole affidare tali ricordi alla scrittura, da cui emerge un'assai variopinta galleria di personaggi, ognuno con il proprio mondo interiore da cogliere e svelare nella sua essenza.
L'io narrante - inizialmente rappresentato dall'ingegnere che nelle pagine successive ritorna a essere semplicemente Paolo, quel bambino che giocava in cortile con i suoi amici - si trasforma acquisendo un punto di vista collettivo, ovvero quel gruppo di ragazzini che della zona costituisce l'anima, lo spirito vitale, l'acuto occhio indagatore.
I ragazzi vivono la zona con i loro giochi, i litigi, i conflitti e le competizioni, i primi tormenti amorosi e un profondo sentimento di fratellanza che nel corso degli anni li unisce. La zona diviene il loro punto di riferimento rispetto a cui paragonare ogni altra parte della città che, di conseguenza, «diventa miraggio, qualche volta desiderio, qualche altra invece, quando decidiamo di avventurarci oltre la nostra zona, diventa scoperta». E, percorrendo la strada principale, talmente lunga e dritta che non se ne vede la fine, nella zona finiscono per arrivare i protagonisti delle diverse storie, persone che i ragazzi non possono fare a meno di osservare con attenzione imparando col tempo a capirle.


"Ripaferdine", in continuità con i precedenti romanzi di Pizzato, denota una forte esigenza di analisi introspettiva, che viene resa efficacemente attraverso la combinazione di altri elementi, tra cui la narrazione di carattere memoriale e, per certi aspetti, il romanzo di formazione, e assume una dimensione corale, collettiva, di umana partecipazione alle vicende di uomini e donne che si sentono sconfitti dalla vita, ma che in qualche modo riescono a non essere completamente infelici: «gli uni avevano gli altri, seppur in una comunione umana confusa, in una babele d'affetti che scambiava per autentico interesse una morbosità pruriginosa, in un immaturo labirinto di invidie, separazioni, alleanze che mutavano a un ritmo impressionante; vivevano una vita da villaggio, obbedienti alla regola non scritta di una mutua trasparenza, ciascuno esibendo se stesso, il ladro come il fallito, la puttana come l'ubriaco».
Ho parlato prima di "romanzo di formazione", in quanto i ragazzi, come risulta particolarmente evidente nella narrazione, crescono e maturano in quella "comunione umana confusa", imparano a capire il mondo che li circonda, traendone numerosi insegnamenti di vita, e in tal modo, si fortificano cercando di comprendere come affrontare la morte, la malattia, la solitudine, la disperazione, la follia.
L'autore conferma di possedere uno stile originale, con una scrittura precisa e ben articolata, forse ancor più matura rispetto alle precedenti opere, ricca di descrizioni accurate di luoghi e sensazioni, ben incanalate attraverso il punto di vista dei vari protagonisti. È un romanzo denso di una poeticità malinconica che trapela da ogni storia. 


Con le strampalate avventure del ladro Arnaldo, che del furto vorrebbe fare la propria professione, ma che si ritrova alle prese con un camion da rubare e una brutta sorpresa, emerge un racconto fortemente ironico e scanzonato con un personaggio fuori dal comune che non sembra volersi piegare alle avversità di un destino beffardo, ma ne affronta le conseguenze cercando di mantenere sempre il suo "contegno di ladro".
Tenera e struggente è, invece, la storia del giovane Emilio che, per il suo lieve ritardo mentale si sente rifiutato dal padre, deriso dai coetanei e anche da persone più grandi, e cerca, quindi, di sfuggire a tale triste realtà aggrappandosi all'oscurità della notte per inseguire sogni e illusioni, urlando il suo amore disperato per una ragazza.
La signora Angela, ne "La donna e i cani", è la protagonista di un racconto malinconico, ma decisamente istruttivo, che si concentra sul tema dell'abbandono dei cani, delle sofferenze e delle sevizie che spesso tali animali subiscono per opera di persone senza scrupoli. Angela con amore e dedizione si prende cura di loro prima al canile e poi con le adozioni, e si ritrova circondata dall'affetto e dalla comprensione dei ragazzini della zona che, dopo la morte di Biscotto, il primo cane adottato da Angela, si sentono responsabili e partecipi, quasi volessero prendersi una rivincita sulla morte.
"L'innamorato riflesso in un vetro" è, infine, la drammatica parabola di Desiderio, che vuol diventare ricco e farsi re come il sovrano longobardo di cui porta il nome, conosciuto studiando storia sui banchi di scuola. Ma Desiderio, in questa sua corsa, finisce per costruirsi intorno una barriera che lo porta a rifiutare la sua adolescenza, a opporsi a ogni coinvolgimento sentimentale e a ogni perdita di tempo che potrebbe distrarlo dal suo obiettivo, una barriera che, più in là con gli anni, mostrerà tutta la sua fatale fragilità.
"Ripaferdine" è, dunque, una narrazione corale di storie di persone sconfitte dalla vita, che cercano un modo per essere un po' meno infelici, ma è anche un racconto che ci parla dell'importanza della memoria. Non ci si può illudere che il mondo, specialmente quello della propria infanzia, possa rimanere per sempre inalterato e uguale a se stesso, in quanto ogni progresso è inevitabile e ogni rimpianto è inutile. Ma la memoria è un bene che nessuno può sottrarci e tentare di salvarla, trasmetterla, diffonderla, diventa una necessità ineludibile.

giovedì 30 agosto 2018

Eventi casuali e storie da raccontare: "La panne"

«Ci sono ancora storie possibili, storie per scrittori?». È questo il quesito, a tratti allarmante, che lo scrittore Friedrich Dürrenmatt pone all’inizio del suo delizioso racconto “La panne”. È una domanda che, in realtà, nasce da alcune considerazioni sui possibili temi che un autore può affrontare nel realizzare le sue opere, considerazioni che si basano su una determinata logica.
Si inizia tale ragionamento escludendo che un autore voglia parlare di sé, raccontare le proprie “speranze e sconfitte”. Si ipotizza, invece, che voglia lavorare al proprio tema ponendosi “come uno scultore di fronte alla materia da cui trarre una statua”. Tale limitazione finisce necessariamente per trasformare la scrittura in un mestiere irto di notevoli difficoltà.
Escludendo, poi, di dedicarsi a valori elevati, moralità e sentenze di facile uso, per rimanere, piuttosto, sulla superficie, lo scrittore si chiede cosa altro vi sia da raccontare e arriva, quindi, a constatare che il destino ha ormai definitivamente abbandonato la scena artistica appostandosi dietro le quinte, per cui vi sono soltanto incidenti, eventi che accadono casualmente senza alcun legame con il fato, con l’insieme dell’universo. Proprio questi accadimenti potrebbero formare oggetto della scrittura.



Ed è proprio da un evento casuale, una panne, che la storia narrata prende avvio. Il racconto, dopo tale interessante prologo, parte subito con l’incidente di lieve entità che coinvolge Alfredo Traps, un rappresentante di articoli tessili, un guasto alla sua auto che lo costringe a pernottare in paese.
L’uomo inizia, quindi, a girare per il ridente villaggio ai cui margini si trova l’officina cui ha appena affidato la sua auto per le necessarie riparazioni, non senza prima aver espresso una certa ironia nei confronti della categoria dei meccanici: «Traps fumò una sigaretta e poi fece quanto gli restava ormai da fare. Il meccanico che rimorchiò infine la Studebaker disse che non avrebbe potuto riparare il guasto, un difetto all'alimentazione, prima dell'indomani. Non c'era modo di sapere se fosse davvero così né era prudente tentare di scoprirlo: siamo alla mercé dei meccanici come i nostri antenati erano alla mercé dei predoni e, ancora prima, delle divinità locali e dei demoni»
È, dunque, il caso che lo induce a fermarsi in quel simpatico paesello, oltre al desiderio di un’avventura galante. Ed è sempre il caso a condurlo presso una villa in cui riceve ospitalità per la notte. Una villa di proprietà di un giudice in pensione, in cui, come di consueto, vengono ospitati altri tre bizzarri personaggi, un pubblico ministero, un avvocato difensore e un boia, tutti ormai giunti a quell'età in cui diviene necessario cessare la propria età lavorativa.
I quattro personaggi, come avrà modo di scoprire molto presto il rappresentante tessile, sono soliti inscenare, per trascorrere il loro tempo libero ormai dilatato, i grandi processi della storia (Socrate, Gesù, Giovanna D'Arco, Dreyfus), ciascuno nel ruolo ricoperto durante la propria attività lavorativa. E quando un ospite si unisce a loro, questi diviene il principale imputato, con un divertimento di gran lunga maggiore, considerato lo sforzo per ricostruire il delitto commesso e decidere quale pena applicare.



Il geniale racconto, nella coinvolgente sequenza narrativa, pone in evidenza la totale ingenuità di Alfred Traps che, nonostante le raccomandazioni dell'avvocato difensore e l'invito alla cautela, viene invischiato in pieno nel processo e irretito dal vortice delle domande del pubblico ministero, che ricava ogni elemento utile per la definizione della causa, con accusa di colpevolezza, dal racconto di Traps su eventi della propria vita. Eventi che mostrano come il rappresentante tessile sia un uomo dagli orizzonti assai limitati al punto da non avere piena consapevolezza e coscienza della spregiudicatezza di certe sue condotte e dei relativi effetti.
In un certo senso, i suoi quattro compagni di una serata dalle abbondanti libagioni e dalle sconvenienti confessioni, sembrano porre in atto un processo catartico, con una presa di coscienza delle conseguenze delle proprie azioni e delle relative responsabilità, consentendo la visione di un orizzonte di giustizia che sembra porsi al di là della giustizia ordinariamente gestita dagli uomini con procedure burocratiche.
"La panne" è un racconto coinvolgente e accattivante, a tratti paradossale, con una costruzione narrativa estremamente lucida e densa di ironia, che sembra quasi dimostrare un teorema: mettendo da parte il destino e le leggi universali e partendo da un incidente casuale, si arriva comunque a percorrere una sequenza di eventi che dal particolare giunge all'universale, dal circoscritto ed egoistico ambito personale perviene, seppure con una certa bizzarria, alla scoperta di un ideale di giustizia.