sabato 13 gennaio 2018

I buoni propositi letterari di inizio anno

Il 2018 è ormai entrato nel vivo, dopo il fatidico scoccare della mezzanotte, e per questo nuovo anno i miei, seppure numerosi, buoni propositi riguarderanno soltanto il settore "libresco". Certo, qualcuno potrebbe dirmi, richiamando il famoso proverbio, che le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni, ma sicuramente male non mi farà iniziare a pensare ai libri che vorrei leggere e agli argomenti da approfondire per questo blog nei mesi che seguiranno. Prime idee: classici russi, letteratura americana contemporanea, vincitori del mio amato "Premio Strega" e qualche saggio. Intanto, ripropongo la scaletta delle rubriche del blog, rivisitata rispetto al precedente post:
  1. Il libro del mese: in questa sezione sono contenute le recensioni dedicate, appunto, al "libro del mese", ovvero un romanzo (classico o contemporaneo) che ho particolarmente amato tra quelli letti in ciascun mese: aspetti salienti della trama, stile di scrittura, caratteristiche dei personaggi, aspetti particolari della narrazione e, soprattutto, emozioni suscitate in me dalla lettura, cercando di comprendere il messaggio dell'autore;
  2. Novità letterarie: una vetrina in cui dare spazio a libri di recente pubblicazione (editi negli ultimi 12 mesi), soprattutto di giovani autori. La struttura delle recensioni sarà simile a quella di cui al punto 1);
  3. Gli Stregati: recensioni dei vincitori dei Premi Strega;
  4. Altre recensioni;
  5. Novecento italiano: approfondimenti dei più importanti autori italiani del Novecento e dei loro capolavori;
  6. Ritratti di autori: sezione dedicata ad alcuni scrittori del passato (anche recente), in particolare autori poco conosciuti o dimenticati. Un'analisi biografica e di alcune loro opere;
  7. Temi letterari: discussioni incentrate su uno o più romanzi a partire dalla trattazione di un determinato tema;
  8. Scorci poetici: uno sguardo sul mondo della poesia: analisi di brani scelti o di opere particolari;
  9. Premi letterari: post sui principali premi letterari internazionali (Nobel, Pulitzer) o italiani (Strega e Campiello con recensioni dei romanzi candidati);
  10. Il fantastico mondo dei libri: un ciclo di post dedicati a vari aspetti del mondo letterario (ad esempio, "di cosa parliamo quando parliamo di libri"; "alla ricerca del piacere della lettura", "il romanzo di consumo", "la lettura dei classici") anche mediante l'analisi di libri dedicati a tali temi;
  11. L'angolo storico: fatti, aneddoti, ricorrenze e protagonisti della Storia, anche con brevi cenni al presente, da svilupparsi in queste sotto rubriche:
    - dalla storia all'attualità;
    - romanzi storici
    - saggi e biografie
    - focus civiltà antiche;
  12. Miti e dintorni: libri dedicati a personaggi, miti e leggende della cultura di vari Paesi;
  13. Filosoficamente: spunti di riflessione sui principali temi filosofici, curiosità sui protagonisti e sulle loro idee, saggi e romanzi filosofici;
  14. Intercultura: post dedicati ad argomenti interdisciplinari o di cultura generale;
  15. Itinerari: letteratura di viaggio - viaggi in località artistiche, visite a mostre e musei, concerti.

lunedì 18 dicembre 2017

Il libro del mese – "Mia madre è un fiume" di Donatella Di Pietrantonio

"Mia madre è un fiume. Erano un fiume i suoi capelli scuri e sottili che la corrente divideva ai lati del viso, onde a cascata sul seno, li pettinava la sera, dopo tutte le fatiche. Camminava e cantava, il fiume a fluttuare nel vento, ma solo qualche volta, di solito li raccoglieva in una crocchia. Intorno ai trent'anni tagliò i capelli per sempre, divennero insignificanti, pratici.
Era un ruscello. Ne scorreva uno non lontano da casa sua e nelle più serene notti d'estate apprezzava la cascatella dalla finestra aperta, mentre i cani stavano zitti.
È un fiume di vecchi ricordi salvati, che ripete a tutti. Ci si afferra forte perché la sua storia non deflagri. Restano pochi, adesso. Mi occupo della sua supplenza, sono il suo scriba.".
"Mia madre è un fiume", l'esordio del 2011 della scrittrice abruzzese Donatella Di Pietrantonio, è un romanzo di forte impatto emotivo, il racconto di un rapporto tra madre e figlia, denso di suggestioni poetiche, sospeso tra i timori di un futuro incerto, segnato dalla malattia della madre, e le malinconie e i rimpianti di un passato da ricostruire nella memoria.


Il loro è un amore che "è andato storto, da subito", un rapporto che ha attraversato diverse fasi, con una madre sempre dedita al sacrificio, che non è riuscita a trovare il tempo o forse non ha avuto la volontà di stare vicino alla sua bambina; una figlia che trasforma il desiderio di cercare sua madre, di stringersi al suo "odore di contadina giovane e sana", in un rifiuto ribelle, specialmente quando la madre inizia a divenire più autoritaria e opprimente, in preda a un ansioso bisogno di controllo.
La figlia, ormai diventata adulta, avrebbe voluto affrontarla, fare i conti con il passato, ma la madre le sfugge, scivola via in una malattia tremenda, un'atrofia cerebrale che le consuma pian piano il cervello, i ricordi, le capacità, la propria identità, la vita stessa. E adesso tocca alla figlia assisterla e soprattutto raccontarle ogni giorno di quel passato che sembra fuggire via, aiutarla a ricostruire un'identità che si sta man mano sfaldando.
Il racconto non si basa, quindi, su di un impianto narrativo classico, ma è un flusso di pensieri e ricordi che va avanti e indietro nel tempo e che non può che partire dal principio: "Ti chiami Esperia Viola, detta Esperina. Come una viola sei nata il venticinque marzo millenovecentoquarantadue, in una casa al confine tra i comuni di Colledara e Tossicia".
Il romanzo è privo di qualsiasi discorso diretto, di dialoghi propriamente detti. È la figlia che parla, in un monologo continuo che ci restituisce le parole e le sensazioni di sua madre, facendole emergere da una mente quasi smarrita, che fa fatica a orientarsi nello spazio e nel tempo.
Lo stile della Di Pietrantonio è sobrio, privo di manierismi, incisivo, ma capace, comunque, di rappresentare efficacemente la realtà contadina abruzzese, tra immagini poetiche e musicali di uno scenario naturale unico, un linguaggio particolare che ripesca numerosi termini dal dialetto, descrizioni, a volte brutali e crudeli, di una vita di campagna faticosa, stremante, a volte frustrante.


Il racconto della figlia ricostruisce luoghi, episodi, personaggi che hanno fatto da sfondo alla vita di sua madre e poi alla sua: i genitori di Esperina, con il padre Fioravante, che inizialmente riesce a vedere le sue figlie solo durante le licenze di guerra, il suo carattere autoritario, il desiderio di portarsi avanti nella conquista della modernità, di far studiare le sue bambine, mandandole a scuola e comprando loro libri, emancipandole dall'analfabetismo. E poi il rapporto tra Esperina e le sorelle, fatto di complicità e dispetti; le lunghe passeggiate nei boschi per arrivare a scuola; l'amore con Cesare suo cugino; i matrimoni, i riti, le credenze; la faticosa vita di campagna, l'emigrazione, la lunga lontananza da casa dei maschi della famiglia per cercare lavoro in Germania; le angherie dei padroni verso i mezzadri. Un patrimonio vitale di ricordi e suggestioni nello scenario di una natura vivida, rigogliosa, ma spesso crudele verso i contadini che cercano faticosamente la loro indipendenza economica.
La figlia si rivolge direttamente alla madre quando rievoca il passato, cercando di ricostruirlo rinsaldandone i ricordi. Ma poi parla di Esperina in terza persona quando, timorosa e angosciata, ne analizza la malattia: "Mi guardo intorno con gli occhi di mia madre. La casa diventa estranea ostile. Nasconde, fa i dispetti, non è sicura. La abita una forza maligna che crea disordine e le comanda cose strane.". È combattuta tra un'ostilità che ancora affiora, un odio per un rapporto fatto di contrasti mai risolti e non più affrontabili, e la paura di perderla e di osservarla mentre si smarrisce nella nebbia che le avvolge la mente; tra il timore che anche il suo futuro possa essere segnato dalla stessa malattia e i sensi di colpa per la sua incapacità di darle ciò di cui ha bisogno: "Quando morirà sprofonderò nella colpa che mi vado costruendo giorno per giorno. Sarà pronta per il suo funerale. La colpa è vuota. È il vuoto delle mie omissioni. Ometto l'amore, le mani. La cura di cui più ha bisogno, lascio che le manchi.".
"Mia madre è fiume" è, quindi, un romanzo bellissimo, che mi colpisce per la profonda capacità di analizzare il rapporto tra le due donne senza trascendere in una artificiosa pateticità o nell'affettazione, con uno sguardo che a volte può apparire cinico, duro, ma da cui emergono sensazioni autentiche, pur se dolorose e destabilizzanti.


mercoledì 6 dicembre 2017

Novità letterarie – "Un'invincibile estate" di Filippo Nicosia

"Se mi avessero chiesto di nascere non so cosa avrei risposto, figuriamoci se mi avessero chiesto dove. Qui sulla nave sento che appartengo a questo posto e a questo mare e che pure l'appartenenza non vuol dire assoluta fedeltà, cieca sudditanza". Questa frase pronunciata da Diego, protagonista del bel romanzo di Filippo Nicosia "Un'invincibile estate" (Giunti Editore), è una toccante riflessione che mi colpisce particolarmente: è espressione della libertà di sentirsi parte di un luogo, ma nel contempo di non avvertirne un legame indissolubile, una trappola che impedisce di realizzare sogni e aspirazioni.
E il tentativo di conquistare tale libertà può essere considerato come il filo conduttore di questo romanzo, che si svolge in un quartiere messinese in cui "per fare amicizia con qualcuno dovevi far parte di una banda e dovevi sapere picchiare". Dunque, una ricerca di libertà quale obiettivo che i protagonisti cercano di realizzare lungo un percorso irto di difficoltà e ostacoli, spesso interiori.


In questo percorso Diego cerca, anzitutto, di ricostruire i pezzi del suo passato, la storia della sua vita e delle persone che ne fanno parte. Tutto sembra avere inizio con la scoperta di una fotografia, in cui, ancora bambino, è ritratto insieme a un altro ragazzo. Una foto che è solo in apparenza una semplice istantanea, ma che ha un "prima", una famiglia come tante altre immersa nella sua ordinaria quotidianità, e un "dopo", il dolore e l'allontanamento.
Il romanzo si apre con la morte di Salvatore, quel padre con cui Diego ha vissuto da solo dall'età di tre anni, dopo che la madre è morta per un tumore. Ma lui non è l'unico figlio, c'è anche un altro fratello, Giovanni, attorno a cui sembra aleggiare un alone di mistero e di omertà, anche da parte degli altri parenti. Suo padre si è limitato in tutti quegli anni a sostenere, mentendo, di aver allontanato Giovanni per il bene di Diego, perché "ricchiuni" e pedofilo. Tuttavia, Diego sente che la verità è un'altra.
Diego ha solo quindici anni la prima volta in cui ritrova nel portafoglio di suo padre quella foto che lo ritrae insieme a Giovanni. Su quella foto è annotato un indirizzo di Roma e lui non esita a recarsi lì per conoscere suo fratello, salvo ricevere, poi, un secco rifiuto e un invito a ritornare a casa. Ritroverà quella foto durante i preparativi per i funerali di Salvatore e a quel punto sarà Giovanni a ritornare a Messina e a ricomparire dopo la cerimonia.
"Un'invincibile estate" è un romanzo che scorre veloce, un po' come quelle giornate estive che si susseguono rapide tra le pagine di un calendario in cui "è difficile far scandire il tempo ai giorni", dotato di uno stile limpido e sobrio, di un linguaggio curato, ma che nello stesso tempo cerca di rendere con efficacia l'immediatezza e la spontaneità dei protagonisti, con i loro dialoghi rapidi e incisivi e con la descrizione dei luoghi di Messina, che viene rappresentata in tutte le sue bellezze e contraddizioni.


Diego, alla ricerca del suo posto nel mondo, ci cattura con le sue riflessioni acute, su svariati temi: "Forse lo studio non era per me, o non era per me la letteratura, o certa letteratura, o forse l'università, o non era per me il servilismo: così, a vent'anni, è troppo presto, ci devi essere portato a stare supino anche se è da giovani che si vede il talento ... La morte di qualcuno è una sconfitta atroce, una vergogna. Io mi vergogno che qualcuno sia morto per il mio bene, mi fa venire voglia di urlare, e invece la gente si riempie la bocca di Falcone e Impastato. Non basta chiamare i figli con il loro nome o intitolargli strade, bisognerebbe vergognarsi, sentirsi un po' responsabili della loro morte.".
Colpisce la determinazione di Diego nel voler rimanere coerente con i propri ideali e valori, la voglia di mettere a frutto, a costo di sacrifici, la sua passione per la cucina. E soprattutto il legame con un padre che lo ha cresciuto da solo, un affetto contrastato dal ricordo di un uomo che, quando era ubriaco, non esitava a essere violento e manesco, il tentativo di difenderne la memoria con l'arrivo del fratello Giovanni, inizialmente considerato un intruso, i dubbi su una verità che fatica a venire a galla.
Diego cerca di apprendere questa verità dal fratello, un ragazzo fragile, che sembra fuggire di fronte agli ostacoli, incapace di assumersi le proprie responsabilità. Il rapporto tra i due ragazzi sembra attraversare fasi alterne, tra il duro scontro iniziale, il rifiuto, i tentativi di avvicinamento, in cui Diego cerca di ricostruire i ricordi di sua madre, scomparsa troppo presto. E poi ulteriori contrasti, quando Giovanni si invaghisce di Ester, la migliore amica di Diego, da cui aspetterà poi un figlio. Scontri che hanno sempre sullo sfondo il ricordo ingombrante del padre con cui i ragazzi devono fare i conti ogni volta, ponendosi a confronto e rinfacciandosi reciprocamente di essere uguali o peggiori di lui.
Un aspetto del carattere di Diego che emerge nel corso del romanzo è una certa resistenza al cambiamento: "Non credo troppo ai cambiamenti, mi sembra sempre che siano illusori". Una resistenza che nasconde la paura di affrontare il cambiamento stesso, come si evince dal dialogo con Martina, una ragazza con la quale ha da poco iniziato una storia:
" - E cosa mi metto a fare, qui ho un lavoro e mio fratello e la mia amica che aspetta un figlio e sento che hanno bisogno di me, e poi c'è il mare.
- Ma anche lì puoi trovarne, di amici e lavori.
- Non lo so perché, capisci, è come se una volta di là non potessi più tornare indietro.
- E perché?
- Perché di là ci sono più opportunità e la vita è facile; lì potrei essere normale e mi potrebbe piacere".
Diego appare, dunque, in preda a un contrasto interno: da un lato, la volontà di conquistare quella libertà che la sua ragazza Martina e il suo amico Lillo, lo chef del ristorante dove lavora, sembrano volergli offrire, il desiderio di percorrere quel tratto di tre chilometri che separa la Sicilia e la Calabria persino a nuoto; dall'altro, la paura dei pericoli in cui potrebbe incorrere lungo quel tratto, il senso di sicurezza e di appartenenza che lo fa sentire avvinghiato al luogo natio, pur con le sue miserie e i suoi limiti.
"Un'invincibile estate" è, dunque, per me più di un romanzo di formazione, è il racconto di una conquista, del raggiungimento della consapevolezza di sé e delle proprie capacità, l'idea che non vi è un legame indissolubile con il contesto di origine, perché si può andare o tornare, ma in fondo siamo (o dovremmo essere) tutti liberi.

domenica 29 ottobre 2017

Il libro del mese – "Le nonne": tre racconti di Doris Lessing

Doris Lessing può certamente essere considerata una delle più grandi scrittrici contemporanee nell'ambito del panorama letterario internazionale. Nata in Iran (allora Persia) nel 1919, si trasferì ben presto in Zimbabwe dove trascorse gran parte della sua giovinezza per poi stabilirsi nel 1950 a Londra, dove morì nel 2013. Scrisse numerosi romanzi e racconti mostrando una notevole ricchezza di temi e di stile e affrontando argomenti divenuti poi centrali nel dibattito pubblico: il rapporto della donna con la società, la famiglia e la politica; le condizioni sociali degli africani nelle colonie e le ingiustizie del sistema politico.
Nel 2007 le fu conferito il Premio Nobel per la letteratura con questa motivazione: "Cantrice dell'esperienza femminile, che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa".
Ricordo ancora un programma televisivo di alcuni anni fa in cui lo scrittore Aldo Busi parlò con passione di Doris Lessing, instillando in me il desiderio di avvicinarmi a questa scrittrice e avventurarmi nel suo ricco mondo letterario. Tuttavia, solo di recente ho iniziato tale percorso di lettura con una raccolta di tre racconti: "Le nonne"; "Victoria e gli Staveney"; "Il figlio dell'amore".


In questi racconti Doris Lessing conferma le sue doti di acuta indagatrice della realtà sociale nei suoi aspetti più controversi (l'amore quasi al limite dell'incesto o dell'ossessione, il razzismo, la guerra), abile nel costruire con incisività i suoi personaggi e nell'esaltarne sapientemente la personalità, analizzandone a fondo sentimenti, sogni, obiettivi, delusioni e frustrazioni.
I tre racconti, nella traduzione di Monica Pareschi, Elena Dal Pra e Francesco Francis, si presentano con uno stile particolare, una narrazione avvolgente e scorrevole, che segue le vicende dei protagonisti con un ritmo quasi serrato e un incalzare di domande non prive di una certa ironia con cui la Lessing, sembra interrogarsi sui destini delle sue creature: "Toccava a lei parlare. Ma era proprio obbligata?"; "Ma non stava diventando troppo grande per sentirsi dire che era una brava bambina? Aveva quasi 14 anni.". Il linguaggio sobrio, frasi brevi e concise, descrizioni attente, ma che non indulgono eccessivamente nei dettagli, sono gli altri elementi che si possono dedurre da una seppur parziale analisi stilistica.
I racconti presentano alcuni elementi comuni: un incontro, che in qualche modo sembra incidere profondamente sul destino dei protagonisti, e la rinuncia, con la necessità, a un certo punto della vicenda, di interrompere un legame affettivo, cui non sempre segue la rassegnazione da parte delle persone coinvolte.
In “Le nonne”, l'incontro che segna la vita di tutti i personaggi avviene tra Roz e Lil, due bambine che "cominciarono la scuola lo stesso giorno, la stessa ora, si presero le misure a vicenda e diventarono amiche del cuore". Le due amiche sono talmente inseparabili e affiatate che il loro rapporto diviene quasi simbiotico anche dopo i rispettivi matrimoni, le nascite dei figli e delle nipoti. Infatti, l’atmosfera apparentemente briosa con cui si apre il racconto ci mostra l’arrivo di una vera e propria famiglia allargata composta da Roz e Lil, dai rispettivi figli Tom e Ian e dalle loro bambine. Un'atmosfera che sembra essere incrinata dall’arrivo della moglie di Tom, Mary che mostra di aver scoperto uno sconvolgente segreto.
E così la storia di Roz e Lil viene svelata nel dettaglio. Il loro stretto rapporto diviene la causa della fine del matrimonio di Roz (Lil nel frattempo è rimasta vedova) e si evolve fino a diventare quasi una barriera da cui escludere ogni elemento estraneo, al punto che le due donne finiscono per innamorarsi l’una del figlio dell’altra. Queste relazioni si protraggono per anni, pur nella consapevolezza da parte di Roz e Lil che c’è qualcosa di sbagliato in ciò che stanno facendo, mentre Tom e Ian sono completamente persi nel loro amore.
A un certo punto la barriera che circonda le vite dei quattro protagonisti viene incrinata dall'arrivo di Hannah e Mary che si innamorano di Ian e Tom. Dunque, le relazioni, anche se con dolore, devono essere troncate. Così reagisce Lil: “A queste parole lei cominciò a ridere, una risata fiacca, difensiva. Stava pensando agli anni passati con Tom, a guardarlo trasformarsi da un ragazzo bellissimo in un uomo, a vedere gli anni che lo reclamavano, sapendo che doveva finire, era lei che avrebbe dovuto finirla … lei e anche Roz … ma era così difficile”. Una decisione difficile che i due ragazzi accettano con un diverso atteggiamento, Tom con rassegnazione e Ian con rabbia.
Sono relazioni che si vorrebbe seppellire, lasciare nel passato. Eppure, Mary, che poco tollera il ruolo predominante che le due donne hanno nella vita di Tom e Ian, scopre il segreto tenuto nascosto per anni e la sua reazione è di rabbia.


Nel secondo racconto, "Victoria e gli Staveney" si narra la storia di Victoria, una ragazza di colore senza genitori, che vive con una zia malata. L'incontro che incide profondamente sulla sua vita avviene nel momento in cui si imbatte in una famiglia benestante, gli Staveney, che accolgono Victoria un giorno in cui la zia è in ospedale. La piccola rimane turbata dalla vastità degli ambienti della casa in cui si trova, oltre che dall'estrema gentilezza del figlio maggiore, Edward, che più che da veri sentimenti di empatia, sembra essere spinto dall'amore per le buone cause e da un atteggiamento molto “politicamente corretto”.
Victoria cresce avendo sempre in mente il nostalgico ricordo di Edward e della sua casa, in un certo senso idealizzati nella sua fantasia. Nel frattempo deve affrontare le vicissitudini della sua vita, cercando di darsi da fare per sfuggire all'ombra che sembra gravare sulla sua testa, almeno secondo la comune opinione sulle ragazze di colore a quell'epoca: "Ma non voleva risvegliare in Victoria il sangue cattivo che di sicuro le scorreva nelle vene, tanto il diavolo se ne sta comunque lì appostato in attesa di intrappolare le donne, sotto sorrisi e lusinghe".
E le lusinghe arrivano da Thomas, secondogenito degli Staveney, con cui Victoria ha una figlia, nascondendogli, però, la gravidanza.
Victoria è un personaggio certamente positivo, dotato di buoni sentimenti e grande forza di volontà, descritto come "una giovane donna cauta ed educata, che camminava come avesse paura di occupare troppo spazio". E lei stessa comprende come questa sua cautela l'abbia resa inerme e succube del suo destino. I problemi economici, il matrimonio con il buon Sam – raro esempio di padre che cerca di essere presente nella vita dei suoi figli, ma che muore dopo averle dato un altro figlio - la inducono a incontrare gli Staveney e a rivelare loro che la sua bambina è figlia di Thomas: “Victoria aveva la sensazione di essere stata una creatura inerme, sballottata da una parte all’altra dai colpi di fortuna, senza rendersi conto di cosa stava succedendo o perché. Ma adesso non era inerme, e finalmente era presente a se stessa. Cosa voleva? Solo che gli Staveney sapessero di Mary; e poi … be’ poi si sarebbe visto”. E il momento della rinuncia arriva anche per Victoria, quando si trova a comprendere che il vero bene di sua figlia Mary è quello di rimanere con gli Staveney lontano da lei.

L’ultimo e più complesso racconto si intitola “Il figlio dell’amore”. È la storia di James, ragazzo sensibile e romantico, la cui vita viene profondamente segnata da due incontri, oltre che dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, che fa da tremendo scenario a questa storia.
Il primo incontro avviene con il coetaneo Donald, ragazzo affabile, sveglio e pronto a combattere contro ogni idea sbagliata, forse più desideroso di circondarsi di adepti che incline all'amicizia con James. Tuttavia, Donald gli apre nuove prospettive di pensiero facendolo uscire dall’austerità e dalla ristretta mentalità della sua famiglia. James inizia così ad appassionarsi alla letteratura, soprattutto alla poesia e a incontrare personalità brillanti: “James pensò: "È andata avanti così per tutta la mia infanzia e non me ne ero mai accorto". E così adesso era anche il dolore che provava per entrambi ad allontanarlo da casa, tanto quanto la seduzione di quel mondo nuovo, tutto politica e letteratura. Donald gli prestava dei libri, che lui leggeva come se la letteratura fosse nutrimento e lui stesse morendo di fame. I libri erano impilati sul tavolo dell'ingresso. Ne portava uno nella sua stanza per leggerlo, poi lo rimetteva al suo posto e ne sceglieva un altro.”.
L’arrivo della guerra catapulta i due giovani in ambienti ben lontani dalle loro passioni letterarie e dai loro convegni. La vita militare si mostra in tutta la sua spietatezza, contornata da molteplici contraddizioni: duri allenamenti, lunghe esercitazioni, uno stremante viaggio in mare per condurre in India migliaia di giovani pronti a entrare in azione, con lunghe e frustranti attese che sembrano mostrare tutta l’inutilità del loro lavoro di addestramento.
Durante il viaggio, in occasione della sosta a Cape Town in Sudafrica, per James avviene un secondo importante incontro, questa volta con Daphne, una giovane donna che assieme agli altri abitanti della città sta organizzando quanto necessario per accogliere i militari sbarcati e stremati dal lungo tragitto percorso a bordo di una nave instabile, con poca acqua a disposizione.
James è assai malridotto, ma nel momento in cui incontra Daphne ha come una visione, se ne innamora perdutamente, non riuscendo più a distogliere la mente da lei.
Daphne mostra, fin dalla prima scena in cui compare, una certa frustrazione, desiderando profondamente un figlio, un desiderio che non può essere soddisfatto almeno finché suo marito Joe non rientrerà dalla guerra. È, comunque, una donna decisa e determinata che, una volta arrivata a Cape Town, ha messo da parte la sua aria da timida inglesina divenendo una perfetta padrona di casa. Inizialmente restia, la donna si lascia andare alla passione con James. La sensazione che prova, tuttavia, è quella di vivere in un'altra realtà, un sogno o forse un incubo, consapevole che James dovrà risalire su quella nave e lei dovrà tornare da suo marito, nel mondo reale.
James mostra tutto il suo romanticismo idealizzato (la Lessing descrive con una certa ironia le lettere d'amore da lui scritte), un sogno d'amore che, una volta ripartito, diviene una vera ossessione, soprattutto quando avrà fondati motivi per ritenere che lei sia rimasta incinta. Nel corso degli anni cercherà in tutti i modi di rimettersi in contatto con Daphne e di rivedere suo figlio anche dopo essersi sposato con Helen con cui conduce una vita esemplare. Tuttavia, i suoi tentativi non avranno alcun esito.
I tre racconti di Doris Lessing sono, dunque, tre storie molto coinvolgenti, percorse da una frustrazione e da un’amarezza di fondo, con personaggi che si muovono sulla scena cercando di far emergere la propria determinazione, tentando di non essere inermi, ma di combattere per i propri sogni, sentimenti, affetti, per, poi, doversi arrendere di fronte all’ineluttabile evolversi delle vicende umane, a un destino che nega a certi desideri la possibilità di compiersi.



mercoledì 25 ottobre 2017

Itinerari – L’assalto dei Saraceni

Pochi giorni fa questa fotografia ha di nuovo attirato la mia attenzione facendo riemergere dagli "anfratti" della mia mente altri ricordi di questa estate. È una foto scattata durante una breve gita al mare, in una località pugliese denominata Praia a Mare.
Ci eravamo fermati lì, prima di dirigerci in montagna, per trascorrere qualche ora di caldo riposo, stesi su un asciugamano, lontani dal traffico e dallo stress, circondati soltanto dalle voci dei bagnanti, con i bambini che si rincorrevano e si tuffavano in mare e le mamme che li richiamavano perché era già ora di pranzo. A un certo punto mi sollevai dall’asciugamano, dando le spalle alla distesa marina, e volsi il mio sguardo all’orizzonte, catturato da una bellissima costruzione, la Torre di Fiuzzi, che si ergeva lì vicino, in prossimità della spiaggia; una robusta e solenne fortezza posta secoli fa a difesa del territorio contro le invasioni dei Saraceni e che non potei fare a meno di immortalare.


Credo di averlo constatato tante volte, ma non riesco mai a smettere di meravigliarmi di come sia quasi impossibile girare per il nostro splendido Paese senza scorgere in un angolo un pezzo di storia.
Dunque, dopo aver rievocato questo ricordo, mi ritrovo a ripassare alcune informazioni storiche su quel periodo, raffigurandomi le invasioni di Turchi e Saraceni che giungevano sulle coste pugliesi per conquistare e fare razzie, seminando il terrore tra le popolazioni locali. Tali scorrerie iniziarono già nell'VIII secolo e durarono fino all'anno 1000.
Per comprendere i motivi di tali scorrerie, occorre considerare che la Puglia si colloca in una particolare posizione geografica, essendo posta al centro del Mar Mediterraneo, per cui, inevitabilmente, è sempre stata un punto nevralgico nelle comunicazioni tra Oriente e Occidente, per tutto ciò che riguarda i traffici commerciali e le migrazioni. In virtù di tale ruolo centrale, la Puglia è divenuta nei secoli un punto di incontro tra culture, religioni, usi e costumi, ma anche terra di conquiste, razzie e distruzioni. In particolare, divenne lo scenario di una secolare lotta tra l’Islam e il Cristianesimo.
I Turchi e i Saraceni approdavano sul litorale pugliese non solo per desiderio di conquista e per compiere razzie, ma anche per motivi di strategia militare e per distruggere le basi commerciali e navali dell’Occidente. Nell'anno 840 Taranto fu la prima città a essere conquistata dai Saraceni, divenendo la principale base delle scorrerie nell'alto Adriatico. Nell'847 toccò a Bari essere conquistata, divenendo un vero e proprio emirato. Bari fu, poi, conquistata nell'871 dai Longobardi e nell'876 dai Bizantini e divenne il maggior centro politico, militare e commerciale dell'Impero romano d'Oriente, in Italia.


Per opporre un tentativo di difesa contro le continue invasioni, lungo il litorale pugliese venne costruito un imponente sistema di fortificazione composto da centinaia di torri con il compito di avvistare il nemico proveniente dal mare. Le torri erano, quindi, un primo baluardo difensivo per impedire agli invasori di espandersi sul territorio. E tra queste vi è proprio la bella Torre di Fiuzzi che, rispetto ad altre, si conserva ancora in ottimo stato.
Secondo gli storici, la presenza saracena in Puglia, pur comportando saccheggi e distruzione, apportò anche benessere e ricchezza, incentivando lo sviluppo dei rapporti con la Sicilia, l’Africa, l’Oriente e stimolando le attività marinare. Inoltre, non vi furono solo conflitti. Nella popolazione, infatti, si insediarono alcune comunità islamiche costituite soprattutto da maestranze operaie dotate di elevate capacità manuali e artigiane, in forza delle quali riuscirono a impiegarsi nell’edilizia, nella realizzazione di progetti di costruzione di cattedrali e palazzi, in cui fecero confluire il loro particolare gusto artistico. E l'influsso orientale si fece sentire anche in cucina, soprattutto in pasticceria con l'utilizzo di ingredienti e spezie di origine araba (cannella, miele, pasta di mandorle).
Nell'880 l'Imperatore Basilio I il Macedone decise di sottrarre ai Saraceni le terre pugliesi, inviando due eserciti e una flotta navale: la flotta bizantina bloccò la via del mare, sconfiggendo i musulmani e sottraendo Taranto al loro dominio. La sconfitta definitiva dei Saraceni avvenne nell'anno 1002, grazie all'intervento della flotta veneziana, guidata dal doge Pietro II Orseolo.


martedì 10 ottobre 2017

Novità letterarie – "Non devi dirlo a nessuno" di Riccardo Gazzaniga

L'inizio del periodo adolescenziale è, indubbiamente, un momento cruciale nella vita di una persona, un momento durante il quale ci si sente smarriti, si avverte il cambiamento in atto e si teme di non riuscire a comprenderlo e a dominarlo.
Riccardo Gazzaniga, scrittore genovese già vincitore nel 2013 del Premio Calvino con "A viso coperto", nel suo nuovo romanzo "Non devi dirlo a nessuno" (Edizioni Einaudi) cerca di indagare i sentimenti di un ragazzino che alla fine degli anni Ottanta si ritrova a crescere e ad affrontare tutti i problemi legati alla pubertà, alla scoperta del corpo e della sessualità. Un libro di formazione, ma anche un avvincente racconto ricco di tensione e atmosfere da thriller.


Luca Ferrari, di 13 anni, vive a Genova con i suoi genitori e il fratellino Giorgio, in un'atmosfera opprimente, abituato alle colate di cemento del quartiere di Sampierdarena. Ama giocare a calcio, ma sua madre, molto apprensiva, non gli permette di andare all'oratorio ("Non mi fido di quelli" diceva, riferendosi ai preti), né di unirsi alla squadra di calcio del quartiere, preoccupata che ciò possa influire negativamente sulle sue crisi di asma.
Ma ogni volta che la famiglia Ferrari si trasferisce a Lamon, piccolo paese situato su un altopiano tra le province di Belluno e Trento, per trascorrere le vacanze estive nella propria villetta, Luca rinasce: può correre in bicicletta, giocare a calcio con gli amici finalmente ritrovati, immergersi nel verde del bosco.
Eppure, l'estate del 1989, all'inizio apparentemente uguale alle altre, fa emergere un elemento disturbante, uno sguardo nel bosco, una figura che emerge dall'oscurità e che sembra fissare minacciosamente Luca e il suo fratellino, giunti tra gli alberi alla ricerca di un tasso. E l'ossessione per quello sguardo spinge Luca a cercare di scoprire chi possa essersi nascosto nel bosco, tra i racconti della nonna su folletti dispettosi e un abitante di Lamon accusato anni prima di aver rapito un bambino e poi scomparso nel nulla; tra le indiscrezioni raccolte ascoltando di nascosto i discorsi dei genitori e le strane sensazioni vissute quattro anni prima, quando i carabinieri venivano a citofonare a casa loro a Genova per sincerarsi che tutto fosse a posto.
Non mancano i colpi di scena (che ovviamente non svelerò) legati alle scoperte di Luca, che si ritrova a frugare tra le carte del padre magistrato, per poi rendersi conto che quanto avvenuto nel passato sembra ancora minacciare il presente.


Questi eventi giustamente appaiono a Luca come insormontabili, fin troppo grandi per la sua età, ma non possono, però, fargli dimenticare che, nonostante tutto, è ancora un ragazzino che deve affrontare sensazioni e scoperte legate al suo corpo, vissute con quella ingenuità priva di malizia, che oggi ci sembra così strana, e con tanti sensi di colpa (il terrore per il giornalino rubato in edicola). Nel vivere queste sensazioni, si accompagna ai suoi amici, personaggi ben definiti e caratterizzati all'interno del romanzo: Alessio, un po' fanfarone, assai estroverso e molto legato a Luca; Marica, infatuata di Luca e leggermente egocentrica; Chiara di cui Luca è innamorato, più timida della sua amica Marica, ma anche più matura; Samuele un "bello e irraggiungibile", che conquista Chiara e tratta Luca con distacco e quasi con disprezzo; David, grosso e bonaccione. E con loro Luca affronta paure e complessi di inferiorità, cercando di crescere e maturare.
Molto bello e ben delineato nel racconto è anche il rapporto tra i due fratelli Luca e Giorgio, fatto di complicità e anche di senso di protezione. Giorgio, appena nato, ha avuto parecchi problemi di salute, avendo subito un lungo intervento all'intestino. Da piccolo è stato, quindi, strappato alla morte per un soffio, come racconta spesso nonna Ada. E Luca, molto affezionato al fratello, vuole a tutti i costi evitare che la morte possa tornare di nuovo indietro a riprenderselo.
Particolare è pure la descrizione del paese di Lamon, che fa da scenario a questa storia, un luogo che sembra un mondo a parte e la cui comunità tutto vede, tutto sa e tutto giudica; in cui anche le bestemmie assumono una connotazione singolare e dove la coltivazione e produzione di fagioli viene difesa a tutti i costi dall'invasione dei forestieri: "Dopo il raccolto fuori dalle case spuntavano cartelli con scritto "Qui fagioli" e ognuno smerciava i suoi. Per questo i lamonesi non sopportavano i foresti che cercavano di spacciare fagioli di altre zone per prodotti del loro altopiano. Francesco Cotoletta, lo zio di David, era famoso per aver rovesciato tutti i sacchi di fagioli di un ambulante di Venezia urlandogli: "Pensa alle gondoe, ma i fasòi làgheli star, dioscatenato!"".
"Non devi dirlo a nessuno" è, dunque, un bel romanzo, tenero e commovente, ma nello stesso tempo avvincente e pieno di mistero, realizzato con un stile semplice e immediato che cerca, in diversi momenti, di riprodurre il linguaggio giovanile senza cadere in fastidiosi stereotipi. Un romanzo che ha anche avuto il merito di avermi fatto rivivere la nostalgia degli anni Ottanta, con quei mitici personaggi richiamati spesso nei discorsi dei ragazzi: "Tirò fuori l'arma segreta che si era procurato al minimarket vicino a casa dei nonni: un tubetto di Gommina Simmons. Impiastricciò di gel i capelli ancora bagnati cercando di farsi dei riccioletti. Avrebbe voluto somigliare a Kirk Cameron, ma il risultato fu un inquietante mix tra Little Tony e Mirko dei Bee Hive". Atmosfere di altri tempi ...


domenica 8 ottobre 2017

La principessa e il calzolaio

"C'era una volta in un regno non molto lontano", è questa la frase con cui ogni classica fiaba che si rispetti ha inizio. E la fiaba scritta da Emanuela Contran dal titolo "Il re calzolaio" non è da meno, anche se nel prosieguo si discosta un po' dal classico racconto fiabesco.
La sua protagonista è una bella e giovane principessa che sembra davvero possedere tutto, al punto che non desidera più nemmeno uscire dalla sua stanza. Eppure, non sembra davvero così soddisfatta di tutto ciò che ha, avvolta com'è da un velo di malinconia e apatia.
Il re, suo padre, vuol provare a farla uscire da tale apatia cercando un compagno che sia alla sua altezza. Egli sembra molto sicuro di sé, convinto di sapere davvero ciò che la figlia realmente desidera e quale uomo sia veramente alla sua altezza. E ovviamente la strada che i pretendenti dovranno percorrere per arrivare a chiedere la sua mano sarà diversa a seconda del ceto di appartenenza e della ricchezza posseduta: una strada diritta e agevole per i principi, tortuosa e irta di ostacoli per i giovani incoscienti popolani.


A quel punto il vero eroe della fiaba si materializza. A prima vista non sembra avere le caratteristiche del classico eroe, se lo si guarda con i soliti schemi mentali: non il maestoso e aitante principe in groppa ad un cavallo bianco, ma un giovane calzolaio dinoccolato che sembra inciampare a ogni passo. Eppure la sua forza d'animo, che solo apparentemente e simbolicamente sembra provenire dalle "magiche" calzature che sostituiscono le gambe perse anni prima, gli è di grande aiuto nel superare ogni ostacolo, arrivando a infondere persino fiducia nei "mostri" che gli si parano di fronte. Fino a conquistare il cuore della principessa, che, quindi, comprenderà i suoi errori e vorrà sentire, finalmente, il mondo a modo suo, libera da condizionamenti.
Quella di Emanuela Contran è, dunque, una bella fiaba contro i pregiudizi e la paura della diversità, che si può sconfiggere solo avendo fiducia in se stessi e nelle proprie capacità. Perché, come dice il calzolaio, "E poi a noi che importa di come la gente ci vede? Noi siamo qui e abbiamo una vita da vivere, da godere. Una vita bella, che vale la pena di essere vissuta al meglio".