Una statua rappresentante la dea Ecate, mitologica figura con le
sembianze di tre donne unite per la schiena (una giovane, una adulta
e una anziana) e con il compito di accompagnare gli uomini ancora in
vita nel regno dei morti, è l'elemento centrale di un interessante
romanzo noir di Vito Santoro, intitolato appunto "I
tre volti di Ecate" (Edizioni Spartaco). Si tratta di una
statua di grande valore, attorno a cui si snodano inevitabilmente le
vicende dei protagonisti che, per desiderio di possesso o semplice
casualità, si ritrovano a contatto con essa.
La vicenda ha, dunque, inizio con Alberto e Dario, due ragazzi che,
per guadagnare qualcosa, spesso si fanno coinvolgere in lavoretti non
proprio legali e che sono stati inviati da Messala, proprietario
alberghiero dedito a loschi affari, nella villa del Conte Balsamo per
rubare la preziosa statua. Tutto sembra andare per il meglio:
l'antifurto disattivato, la porta della sala dove è conservata la
statua agevolmente scassinata. A un certo punto accade l'imprevisto:
un uomo che sembra comparso dal nulla e che non sarebbe dovuto essere
lì, interviene puntando una pistola contro Dario, ma viene colpito a
morte da Alberto, che nel frattempo si era nascosto. Tale imprevisto
è simile alla tessera di un domino che, cadendo, travolge tutte le altre
diffondendo presagi di morte: infatti, subito dopo quanto accaduto
nella villa, ha inizio una girandola di fughe e inseguimenti alla
ricerca della statua, che passa di mano in mano lasciando dietro di
sé una scia di cadaveri.
Il romanzo si distingue per la sua scrittura precisa e lineare, con
un stile privo di ridondanze, ma ricco di interessanti sfumature, con
una particolare attenzione alla scelta dei termini, specialmente
nella descrizione dei luoghi in cui si dipana l'intreccio narrativo.
Attenta è anche la costruzione dei personaggi per i quali la linea
di separazione tra bene e male, come si dirà dopo, non è mai così
netta. Alberto e Dario sono due giovani che cercano di affrontare
un'esistenza vissuta in un ambiente popolare: molto legati tra loro,
ma completamente diversi, l'uno più riflessivo, attento e leale,
l'altro più istintivo e incapace di star lontano dai guai, tentano
di sbarcare il lunario come possono, anche se ciò significa
infrangere la legge, e guardano con disprezzo i ragazzi più ricchi
e viziati che non hanno mai dovuto faticare per ottenere qualcosa.
I ragazzi cercano di cavarsi di impaccio rivolgendosi a un loro
amico, Mario Sforza, definito "il mercenario" e con un
passato poco chiaro. Sforza è in realtà un uomo di grande umanità,
che ha perso tragicamente i propri cari e che non esita a intervenire
in favore di chi è in difficoltà. Molto affezionato ai due
giovani, tenta in ogni modo di salvarli da quella che sembra una
condanna a morte già scritta e di contrastare chiunque cerchi di far
loro del male.
Il commissario Nebbio, colui che dovrebbe indagare sul furto e
sull'omicidio avvenuto nella villa, è in realtà un poliziotto
corrotto, l'intermediario tra il misterioso personaggio che ha
commissionato il furto e Messala che ha, invece, avuto il compito di
organizzare la rapina. E Nebbio, considerato l'evolversi degli
eventi, non esita a intimare a Messala di recuperare la statua e di
eliminare qualsiasi testimone, inclusi Alberto e Dario. Nebbio è un
uomo spietato che uccide semplicemente per il gusto di farlo e che
esprime chiaramente la sua concezione di bene e male: "Voi e
la vostra visione incantata della vita. Mi chiedevo come fosse
possibile filtrare la realtà in questo modo, ma poi ho capito che la
vostra è solo cecità. Il male, il bene. Qual è il significato del
bene se non si conosce il suo opposto? Male e bene sono un'unica
cosa, l'uno ha bisogno dell'altro.".
Questa commistione tra bene e male sembra trapelare in molti aspetti
della vicenda, rivestendo di una certa ambiguità alcuni personaggi.
Come Messala, che nella sua attività non esita a intraprendere
azioni illecite, ma poi, recuperata in qualche modo la statua, fugge
via non solo per evitare di affrontare i propri nemici, ma per
inseguire un desiderio passato, una storia d'amore che avrebbe
potuto, ma non ha mai avuto un seguito. O come il Conte Balsamo che
ambisce a riavere la sua amata e preziosa statua, mantenendo un alone
di mistero sui veri motivi che lo legano a tale oggetto.
"I tre volti di Ecate" è, dunque, un romanzo
avvincente, ma nello stesso tempo pieno di intriganti spunti di
riflessione. Sullo sfondo l'ambita e ambigua statua, un oggetto che
crea un misterioso turbamento in chi la osserva attentamente, come se
riuscisse a captare il fatale messaggio di cui la dea si faceva
portatrice nell'antichità. Quel destino ineluttabile verso cui
ognuno viene condotto.
Il
Capodanno, come da tradizione, si contraddistingue per il concerto
viennese con musiche della famiglia Strauss, trasmesso dalle
emittenti di almeno quaranta paesi. Ma devo ammettere che anche la
mia Potenza in ambito musicale riesce a non sfigurare.
Il
primo dell'anno, come di consueto (siamo giunti alla trentunesima
edizione), l’Ateneo Musica Basilicata ha organizzato, presso
l’Auditorium del Conservatorio “Gesualdo da Venosa” di Potenza,
il Gran Concerto di Capodanno da cui prende avvio la Stagione
concertistica 2018.
Le
musiche sono state eseguite quest'anno dalla Lugansk Philarmonic
Orchestra, diretta dal Maestro Yastskiv Nazarii. L’Orchestra nacque
nell’estate del 1945 nella città di Lugansk, definita la porta
orientale dell’Ucraina e con buone tradizioni culturali. La
creazione di un'orchestra sinfonica fu dettata dalla volontà di
conservazione e sviluppo dell'arte musicale classica.
L'Orchestra
tenne il suo primo concerto a novembre del 1945 sotto la direzione
del direttore S. Ratner e in breve ha raggiunto il successo
collaborando con importanti musicisti del nostro tempo, che poi hanno
preso parte a vari concerti.
Numerosi e di alto livello i brani in scaletta: dalle travolgenti
musiche di Strauss (Kaiservalzer, Voci di Primavera, Il pipistrello,
Sangue Viennese) all’eleganza di Tchaikovsky con lo Schiaccianoci e
il Lago dei Cigni, passando da Bizet, Brahms, Verdi, per concludere
con l’inconfondibile e irresistibile Can Can di Offenbach.
Ovviamente non poteva mancare il bis con la Marcia di Radetzky che
immancabilmente suscita l'entusiasmo della platea. È stato, dunque,
un ottimo avvio per il nuovo anno.
Di seguito riporto i video tratti da Youtube delle opere eseguite con
alcune notizie.
1)
G. Bizet – Suite Carmen
Opéra-comique in quattro atti, su libretto di Henri Meilhac e
Ludovic Halévy. È tratta dalla novella omonima di Prosper Mérimée
(1845), ma con modifiche salienti tra cui l'introduzione dei
personaggi di Escamillo e Micaela, e il carattere di Don José, che
nel romanzo viene descritto come un bandito rozzo e brutale. Bizet
stesso collaborò al libretto, scrivendo anche le parole della
celebre habanera L'amour est un oiseau rebelle.
La
sua prima rappresentazione avvenne all'Opéra-Comique di Parigi il 3
marzo 1875. Inizialmente l'opera non ebbe grande successo, così che
Bizet, morto tre mesi dopo la prima rappresentazione, non poté
vederne la fortuna.
2)
J. Strauss – Elien a Magyar op. 332
Si tratta di una polka composta da Johann Strauss II ed eseguita per
la prima volta a Budapest nel marzo del 1869. L'opera fu dedicata
alla Nazione ungherese.
3)
J. Strauss – Kaiser-Walzer
Kaiser-Walzer (Valzer dell'Imperatore) è un valzer di Johann
Strauss (figlio). Nell'autunno del 1889 Johann Strauss si esibì in 5
concerti in occasione della nuova apertura della sala da concerti
Konigsbau a Berlino. Prima che il compositore partisse per la
Germania, la stampa viennese diede l'annuncio che Strauss avrebbe
presentato al suo editore di Berlino un nuovo valzer, dal titolo Mano
nella Mano. Quel titolo faceva riferimento ai festeggiamenti che si
erano svolti nell'agosto 1889 in occasione della visita
dell'imperatore Francesco Giuseppe d'Austria all'imperatore di
Germania Guglielmo II per rafforzare ancor di più i rapporti fra i
due Imperi.
L'editore Fritz Simrock suggerì a Strauss che Kaiser-Walzer si
sarebbe potuto dimostrare un titolo più adatto per l'opera: in
questo modo il valzer sarebbe stato apparentemente dedicato ad
entrambi i monarchi e in questo modo la vanità di entrambi sarebbe
stata appagata. Fu così, con questo titolo, che questo valzer ebbe
la sua prima esecuzione a Berlino il 21 ottobre 1889.
4)
J. Brahms – Danza Ungherese n. 1
Le Danze ungheresi per pianoforte a quattro mani sono state scritte
da Johannes Brahms agli inizi della sua carriera musicale (1852). Fu
il padre, suonatore di contrabbasso, a insegnarli i primi rudimenti
musicali e del proprio strumento.
Il giovane Johannes si ritrovò, poi, per guadagnarsi da vivere, a
suonare con piccoli complessi che si esibivano nel porto della città
natale. E tale esperienza fu la fonte delle sue prime ispirazioni
etnomusicali. In particolare grande influenza ebbe il violinista
ungherese Eduard Réményi compositore di musiche zigane.
Nel 1852, il diciannovenne musicista, iniziò la composizione delle
danze ungheresi per puro diletto. Il lavoro continuò sino al 1869
quando a Bonn l'editore Simrock pubblicò i primi due quaderni (senza
numero d'opus) che raccoglievano le prime dieci composizioni. Queste ebbero in tutta Europa un notevole successo e furono immediato
oggetto delle più svariate trascrizioni. Fritz Simrock decise allora
di pubblicare nel 1880 a Berlino il terzo ed il quarto quaderno che
composti rispettivamente di sei e cinque danze esaurivano la serie.
5)
J. Strauss - Auf der Jagd op. 373
Auf der Jagd! (A caccia!) op. 373, è una polka veloce di Johann
Strauss II.
Solitamente, le danze che Johann Strauss arrangiava dai motivi delle
sue operette avevano dei titoli che erano connessi, in qualche modo,
con il tema dell'operetta dalla quale erano ispirate. Frequentemente
sulla prima edizione per piano della composizione erano riportati
sulla copertina disegni o stampe di scene e personaggi presenti
nell'opera.
Non fu così per la polka veloce Auf der Jagd, ispirata alle melodie
dell'operetta di Strauss Cagliostro in Wien (Cagliostro a Vienna) che
è incentrata sulle gesta del famigerato imbroglione Cagliostro
mentre si trova a Vienna durante i festeggiamenti per il centenario
dalla cacciata dei turchi dalla città (il tema della caccia non è
per niente rintracciabile all'interno dell'operetta). La prima esecuzione del brano si ebbe nell'autunno del 1875, diretta
da Eduard Strauss con l'orchestra di famiglia, presso i Volksgarten
di Vienna il 5 ottobre 1875.
6)
P. I. Tchaikovsky – Musiche dallo Schiaccianoci
Lo schiaccianoci è un balletto con musiche di Pëtr Il'ič
Čajkovskij, il quale seguì minuziosamente le indicazioni del
coreografo Marius Petipa e, in seguito, quelle del suo successore Lev
Ivanov. Il balletto fu commissionato dal direttore dei Teatri
Imperiali Russi, Ivan Aleksandrovič Vsevoložskij, e la storia
deriva dal racconto Schiaccianoci e il re dei topi di E. T. A.
Hoffmann (1816).
Il balletto è una tra le più popolari composizioni della tradizione
russa. Le musiche appartengono, infatti, alla tradizione romantica
con brani memorabili. Il Trepak, o Danza russa, è una delle parti
più riconoscibili del balletto, insieme al famoso Valzer dei fiori,
come pure la Danza della Fata Confetto. Il balletto contiene in modo
sorprendente armonie e colori orchestrali del tutto moderni, nonché
una strabiliante ricchezza di melodie.
7) J. Strauss – Voci di Primavera
Valzer di Johann Strauss (figlio). Nell'inverno del 1882-83 il
compositore fu invitato a comporre un valzer vocale per il celebre
soprano austriaco Bianca Bianchi (il cui vero nome era Bertha
Schwarz), al tempo un acclamato membro del Teatro dell'opera reale di
Vienna.
Il valzer fu eseguito per la prima volta al Theater an der Wien il 1º
marzo 1883 ad un concerto di beneficenza per la fondazione degli
indigenti dell'Impero austro-ungarico fondata dall'imperatore
Francesco Giuseppe e dall'imperatrice Elisabetta.
Strauss, dopo il successo che aveva ottenuto con i suoi valzer
corali, fu felice di scrivere un brano per sola voce e il librettista
Richard Genée, che aveva già collaborato con il compositore
nell'operetta Eine Nacht in Venedig (Una notte a Venezia) del 1883,
scrisse anche il testo per il nuovo valzer.
Successivamente il valzer venne arrangiato da Johann in versione
solamente orchestrale e fu eseguito in questa forma, oggi
celeberrima, da Eduard Strauss durante uno dei suoi concerti al
Musikverein nel 1883.
8) J. Strauss – Il pipistrello
Il pipistrello è la più celebre operetta di Johann Strauss, su
libretto di Karl Haffner e Richard Genée da Le Réveillon di Henri
Meilhac e Ludovic Halévy.
Venuto a conoscenza di una commedia francese di grande successo di
Henri Meilhac e Ludovic Halévy, intitolata "Le Réveillon",
il co-direttore del Theater an der Wien, Max Steiner, acquistò i
diritti del lavoro e incaricò il drammaturgo Karl Haffner di fare
una traduzione in tedesco. Haffner, affrontò grandi difficoltà per
adattare al gusto e alla comprensione del pubblico viennese un lavoro
di stampo marcatamente francese, e prevedibilmente il suo tentativo
venne giudicato inadatto. Una soluzione al problema venne proposta
dall'agente teatrale Gustav Lewy che convinse Steiner a modificare il
lavoro di Haffner per estrarne il libretto di un'operetta da
presentare al suo vecchio compagno di scuola, Johann Strauss. Il
compito di creare il libretto fu affidato al direttore d'orchestra
del Theater an der Wien, il librettista e compositore Richard Genée.
Strauss fu subito affascinato dal Doktor Fledermaus, questo era il
titolo originariamente pensato per il libretto di Genée, e si mise
al lavoro subito. Lavorando in stretta collaborazione con il suo
librettista Johann completò la maggior parte della partitura
musicale in soli 42 giorni.
Il debutto per Die Fledermaus, titolo che alla fine venne scelto per
l'operetta, si svolse il giorno di Pasqua, il 5 aprile 1874 (una
domenica). Poiché secondo le leggi austriache in quel giorno
potevano essere consentiti soltanto spettacoli di beneficenza, i
proventi della serata inaugurale andarono alla "Fondazione per
la Promozione della Piccola Industria" patrocinata
dall'imperatore d'Austria.
9) P. I. Tchaikovsky – Il lago dei cigni
Il lago dei cigni è uno dei più famosi e acclamati balletti del XIX
secolo, musicato da Pëtr Il'ič Čajkovskij. La prima
rappresentazione ebbe luogo al Teatro Bol'šoj di Mosca il 20
febbraio 1877, con la coreografia di Julius Wenzel Reisinger.
Il libretto di Vladimir Petrovic Begičev, direttore dei teatri
imperiali di Mosca insieme al ballerino Vasil Fedorovič Geltzer, è
basato su un'antica fiaba tedesca, Il velo rubato, seguendo il
racconto di Jophann Karl August Musäus.
Primo dei tre balletti di Čajkovskij, fu composto tra il 1875 e il
1876. Viene rappresentato in quattro atti e quattro scene
(soprattutto fuori dalla Russia e nell'Europa orientale) o in tre
atti e quattro scene (in Russia e Europa occidentale). Sebbene
esistano molte versioni diverse del balletto, la maggior parte delle
compagnie di danza basa l'allestimento, sia dal punto di vista
coreografico che musicale, sul revival di Marius Petipa e Lev Ivanov
per il Balletto Imperiale, presentato la prima volta il 15 gennaio
1895 (data come sopra) al Teatro Imperiale Mariinskij a San
Pietroburgo, Russia.
In occasione di questo revival, la musica di Čajkovskij venne
rivisitata dal maestro di cappella dei Teatri Imperiali, Riccardo
Drigo.
10)
J. Strauss – Sangue Viennese
Sangue Viennese è un valzer di Johann Strauss (figlio). Il 20 aprile 1873, l'arciduchessa Gisella d'Asburgo-Lorena
(1856-1932), la maggiore dei figli dell'imperatore austriaco
Francesco Giuseppe e di Elisabetta di Baviera, si sposò con il
principe Leopoldo di Baviera (1846-1930) a Vienna. Per celebrare
l'evento vi furono numerose iniziative e feste, fra cui un ballo di
corte all'Hofburg e un festival al Prater ai quali parteciparono i
membri della nobiltà e i maggiori rappresentanti della città di
Vienna.
Da parte sua, il Teatro dell'opera reale di Vienna annunciò per il
22 aprile 1873 un Ballo dell'opera di corte, i cui proventi sarebbero
stati destinati per le future pensioni dei membri del teatro.
Vennero, quindi, ingaggiati l'orchestra Strauss e il loro direttore,
Eduard Strauss, affinché si esibissero durante il ballo.
11)
G. Verdi – Il Nabucco
Nabucco (il titolo originale completo è Nabucodonosor) è la terza
opera lirica di Giuseppe Verdi e quella che ne decretò il successo.
Composta su libretto di Temistocle Solera, Nabucco fece il suo
debutto con successo il 9 marzo 1842 al Teatro alla Scala di Milano
alla presenza di Gaetano Donizetti. Ha aperto le stagioni operistiche
del Teatro alla Scala nel 1946, 1966, 1986.
È stata spesso letta come l'opera più risorgimentale di Verdi,
poiché gli spettatori italiani dell'epoca potevano riconoscere la
loro condizione politica in quella degli ebrei soggetti al dominio
babilonese. Questa interpretazione, però, fu il risultato di una
lettura storiografica retroattiva, che volle, alla luce degli
avvenimenti storici occorsi, sottolineare l'attività artistica del
compositore in senso risorgimentale. La lettura fu incentrata
soprattutto sul famosissimo coro "Va, pensiero, sull'ali
dorate", intonato dal popolo ebraico, ma il resto del dramma è
invece incentrato sulle figure drammatiche dei Sovrani di Babilonia
Nabucodonosor II e della sua presunta figlia Abigaille.
12)
F. Von Suppé – Cavalleria leggera
L'opera "Cavalleria Leggera" (Leichte Kavallerie), su
libretto di Carl Costa, vene eseguita per la prima volta nel 1866 al
Carltheater di Vienna. Fu vittima della censura asburgica, poiché il
tema principale era la satira militare: il lavoro venne cancellato
dai programmi dei teatri dopo poche rappresentazioni. Bisogna infatti
ricordare che l'operetta debuttò proprio nel 1866, l'anno della
disastrosa sconfitta austriaca di Sadowa, nel contesto della guerra
Austro-Prussiana.
13)
J. Strauss – Tritsch – Tratsch Polka op. 24
Tritsch-Tratsch Polka (Polca del chiacchiericcio) è una polka veloce
di Johann Strauss (figlio). Fu un successo sensazionale e il Wiener
Allgemeine Theaterzeitung, nella sua edizione del 27 novembre 1858,
scrisse: "L'enorme successo della Tritsch-Tratsch-Polka di
Johann Strauss, che è stata ricevuta con gli applausi più
tempestosi, verrà pubblicata nei prossimi giorni da Carl Haslinger.
Non si vedeva una composizione di tale freschezza, divertente e
piccante strumentazione da anni."
14)
J. Offenbach – Can Can
Si tratta del più celebre Can Can, ovvero quello del Galop Infernal
che il compositore Jacques Offenbach scrisse per l'operetta Orfeo
all'inferno del 1858.
Il
2018 è ormai entrato nel vivo, dopo il fatidico scoccare della
mezzanotte, e per questo nuovo anno i miei, seppure numerosi, buoni
propositi riguarderanno soltanto il settore "libresco".
Certo, qualcuno potrebbe dirmi, richiamando il famoso proverbio, che
le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni, ma
sicuramente male non mi farà iniziare a pensare ai libri che vorrei
leggere e agli argomenti da approfondire per questo blog nei mesi che
seguiranno. Prime idee: classici russi, letteratura americana
contemporanea, vincitori del mio amato "Premio Strega" e
qualche saggio. Intanto, ripropongo la scaletta delle rubriche del
blog, rivisitata rispetto al precedente post:
Il libro
del mese: in questa sezione
sono contenute le recensioni dedicate, appunto, al "libro del
mese", ovvero un romanzo (classico o contemporaneo) che ho
particolarmente amato tra quelli letti in ciascun mese: aspetti
salienti della trama, stile di scrittura, caratteristiche dei
personaggi, aspetti particolari della narrazione e, soprattutto,
emozioni suscitate in me dalla lettura, cercando di comprendere il
messaggio dell'autore;
Novità
letterarie: una vetrina in cui
dare spazio a libri di recente pubblicazione (editi negli ultimi 12
mesi), soprattutto di giovani autori. La struttura delle recensioni
sarà simile a quella di cui al punto 1);
Gli Stregati:
recensioni dei vincitori dei Premi Strega;
Altre recensioni;
Novecento
italiano: approfondimenti dei
più importanti autori italiani del Novecento e dei loro capolavori;
Ritratti di
autori: sezione dedicata ad
alcuni scrittori del passato (anche recente), in particolare autori
poco conosciuti o dimenticati. Un'analisi biografica e di alcune
loro opere;
Temi
letterari: discussioni
incentrate su uno o più romanzi a partire dalla trattazione di un
determinato tema;
Scorci poetici:
uno sguardo sul mondo della
poesia: analisi di brani scelti o di opere particolari;
Premi letterari:
post sui principali premi letterari internazionali (Nobel, Pulitzer)
o italiani (Strega e Campiello con recensioni dei romanzi
candidati);
Il fantastico
mondo dei libri: un ciclo di
post dedicati a vari aspetti del mondo letterario (ad esempio, "di
cosa parliamo quando parliamo di libri"; "alla ricerca del
piacere della lettura", "il romanzo di consumo", "la
lettura dei classici") anche mediante l'analisi di libri
dedicati a tali temi;
L'angolo storico:
fatti, aneddoti, ricorrenze e
protagonisti della Storia, anche con brevi cenni al presente, da
svilupparsi in queste sotto rubriche:
-
dalla storia all'attualità;
-
romanzi storici
-
saggi e biografie
-
focus civiltà antiche;
Miti e dintorni:
libri dedicati a personaggi, miti e leggende della cultura di vari
Paesi;
Filosoficamente:
spunti di riflessione sui
principali temi filosofici, curiosità sui protagonisti e sulle loro
idee, saggi e romanzi filosofici;
Intercultura:
post dedicati ad argomenti
interdisciplinari o di cultura generale;
Itinerari:
letteratura di viaggio - viaggi in località artistiche, visite a
mostre e musei, concerti.
"Mia madre è un fiume. Erano un fiume i suoi capelli scuri e
sottili che la corrente divideva ai lati del viso, onde a cascata sul
seno, li pettinava la sera, dopo tutte le fatiche. Camminava e
cantava, il fiume a fluttuare nel vento, ma solo qualche volta, di
solito li raccoglieva in una crocchia. Intorno ai trent'anni tagliò
i capelli per sempre, divennero insignificanti, pratici.
Era
un ruscello. Ne scorreva uno non lontano da casa sua e nelle più
serene notti d'estate apprezzava la cascatella dalla finestra aperta,
mentre i cani stavano zitti.
È un fiume di vecchi ricordi salvati, che ripete a tutti. Ci si
afferra forte perché la sua storia non deflagri. Restano pochi,
adesso. Mi occupo della sua supplenza, sono il suo scriba.".
"Mia madre è un fiume", l'esordio del 2011 della
scrittrice abruzzese Donatella Di Pietrantonio, è un romanzo di
forte impatto emotivo, il racconto di un rapporto tra madre e figlia,
denso di suggestioni poetiche, sospeso tra i timori di un futuro
incerto, segnato dalla malattia della madre, e le malinconie e i
rimpianti di un passato da ricostruire nella memoria.
Il loro è un amore che "è andato storto, da subito",
un rapporto che ha attraversato diverse fasi, con una madre sempre
dedita al sacrificio, che non è riuscita a trovare il tempo o forse
non ha avuto la volontà di stare vicino alla sua bambina; una figlia
che trasforma il desiderio di cercare sua madre, di stringersi al suo
"odore di contadina giovane e sana", in un rifiuto
ribelle, specialmente quando la madre inizia a divenire più
autoritaria e opprimente, in preda a un ansioso bisogno di controllo.
La figlia, ormai diventata adulta, avrebbe voluto affrontarla, fare i
conti con il passato, ma la madre le sfugge, scivola via in una
malattia tremenda, un'atrofia cerebrale che le consuma pian piano il
cervello, i ricordi, le capacità, la propria identità, la vita
stessa. E adesso tocca alla figlia assisterla e soprattutto
raccontarle ogni giorno di quel passato che sembra fuggire via,
aiutarla a ricostruire un'identità che si sta man mano sfaldando.
Il racconto non si basa, quindi, su di un impianto narrativo
classico, ma è un flusso di pensieri e ricordi che va avanti e
indietro nel tempo e che non può che partire dal principio: "Ti
chiami Esperia Viola, detta Esperina. Come una viola sei nata il
venticinque marzo millenovecentoquarantadue, in una casa al confine
tra i comuni di Colledara e Tossicia".
Il romanzo è privo di qualsiasi discorso diretto, di dialoghi
propriamente detti. È la figlia che parla, in un monologo continuo
che ci restituisce le parole e le sensazioni di sua madre, facendole
emergere da una mente quasi smarrita, che fa fatica a orientarsi
nello spazio e nel tempo.
Lo stile della Di Pietrantonio è sobrio, privo di manierismi,
incisivo, ma capace, comunque, di rappresentare efficacemente la
realtà contadina abruzzese, tra immagini poetiche e musicali di uno
scenario naturale unico, un linguaggio particolare che ripesca
numerosi termini dal dialetto, descrizioni, a volte brutali e
crudeli, di una vita di campagna faticosa, stremante, a volte
frustrante.
Il racconto della figlia ricostruisce luoghi, episodi, personaggi che
hanno fatto da sfondo alla vita di sua madre e poi alla sua: i
genitori di Esperina, con il padre Fioravante, che inizialmente
riesce a vedere le sue figlie solo durante le licenze di guerra, il
suo carattere autoritario, il desiderio di portarsi avanti nella
conquista della modernità, di far studiare le sue bambine,
mandandole a scuola e comprando loro libri, emancipandole
dall'analfabetismo. E poi il rapporto tra Esperina e le sorelle,
fatto di complicità e dispetti; le lunghe passeggiate nei boschi per
arrivare a scuola; l'amore con Cesare suo cugino; i matrimoni, i
riti, le credenze; la faticosa vita di campagna, l'emigrazione, la
lunga lontananza da casa dei maschi della famiglia per cercare lavoro
in Germania; le angherie dei padroni verso i mezzadri. Un patrimonio
vitale di ricordi e suggestioni nello scenario di una natura vivida,
rigogliosa, ma spesso crudele verso i contadini che cercano
faticosamente la loro indipendenza economica.
La figlia si rivolge direttamente alla madre quando rievoca il
passato, cercando di ricostruirlo rinsaldandone i ricordi. Ma poi
parla di Esperina in terza persona quando, timorosa e angosciata, ne
analizza la malattia: "Mi guardo intorno con gli occhi di mia
madre. La casa diventa estranea ostile. Nasconde, fa i dispetti, non
è sicura. La abita una forza maligna che crea disordine e le comanda
cose strane.". È combattuta tra un'ostilità che ancora
affiora, un odio per un rapporto fatto di contrasti mai risolti e non
più affrontabili, e la paura di perderla e di osservarla mentre si
smarrisce nella nebbia che le avvolge la mente; tra il timore che
anche il suo futuro possa essere segnato dalla stessa malattia e i
sensi di colpa per la sua incapacità di darle ciò di cui ha
bisogno: "Quando morirà sprofonderò nella colpa che mi vado
costruendo giorno per giorno. Sarà pronta per il suo funerale. La
colpa è vuota. È il vuoto delle mie omissioni. Ometto l'amore, le
mani. La cura di cui più ha bisogno, lascio che le manchi.".
"Mia madre è fiume" è, quindi, un romanzo
bellissimo, che mi colpisce per la profonda capacità di analizzare
il rapporto tra le due donne senza trascendere in una artificiosa
pateticità o nell'affettazione, con uno sguardo che a volte può
apparire cinico, duro, ma da cui emergono sensazioni autentiche, pur
se dolorose e destabilizzanti.
"Se mi avessero chiesto di nascere non so cosa avrei
risposto, figuriamoci se mi avessero chiesto dove. Qui sulla nave
sento che appartengo a questo posto e a questo mare e che pure
l'appartenenza non vuol dire assoluta fedeltà, cieca sudditanza".
Questa frase pronunciata da Diego, protagonista del bel romanzo
di Filippo Nicosia "Un'invincibile estate" (Giunti Editore), è una
toccante riflessione che mi colpisce particolarmente: è espressione
della libertà di sentirsi parte di un luogo, ma nel contempo di non
avvertirne un legame indissolubile, una trappola che impedisce di
realizzare sogni e aspirazioni.
E il tentativo di conquistare tale libertà può essere considerato
come il filo conduttore di questo romanzo, che si svolge in un
quartiere messinese in cui "per fare amicizia con qualcuno
dovevi far parte di una banda e dovevi sapere picchiare".
Dunque, una ricerca di libertà quale obiettivo che i protagonisti
cercano di realizzare lungo un percorso irto di difficoltà e
ostacoli, spesso interiori.
In questo percorso Diego cerca, anzitutto, di ricostruire i pezzi del
suo passato, la storia della sua vita e delle persone che ne fanno
parte. Tutto sembra avere inizio con la scoperta di una fotografia,
in cui, ancora bambino, è ritratto insieme a un altro ragazzo. Una
foto che è solo in apparenza una semplice istantanea, ma che ha un
"prima", una famiglia come tante altre immersa nella sua
ordinaria quotidianità, e un "dopo", il dolore e
l'allontanamento.
Il romanzo si apre con la morte di Salvatore, quel padre con cui
Diego ha vissuto da solo dall'età di tre anni, dopo che la madre è
morta per un tumore. Ma lui non è l'unico figlio, c'è anche un
altro fratello, Giovanni, attorno a cui sembra aleggiare un alone di
mistero e di omertà, anche da parte degli altri parenti. Suo padre
si è limitato in tutti quegli anni a sostenere, mentendo, di aver
allontanato Giovanni per il bene di Diego, perché "ricchiuni"
e pedofilo. Tuttavia, Diego sente che la verità è un'altra.
Diego ha solo quindici anni la prima volta in cui ritrova nel
portafoglio di suo padre quella foto che lo ritrae insieme a
Giovanni. Su quella foto è annotato un indirizzo di Roma e lui non
esita a recarsi lì per conoscere suo fratello, salvo ricevere, poi,
un secco rifiuto e un invito a ritornare a casa. Ritroverà quella
foto durante i preparativi per i funerali di Salvatore e a quel punto
sarà Giovanni a ritornare a Messina e a ricomparire dopo la
cerimonia.
"Un'invincibile
estate"
è un romanzo che scorre veloce, un po' come quelle giornate estive
che si susseguono rapide tra le pagine di un calendario in cui "è
difficile far scandire il tempo ai giorni",
dotato di uno stile limpido e sobrio, di un linguaggio curato, ma che
nello stesso tempo cerca di rendere con efficacia l'immediatezza e la
spontaneità dei protagonisti, con i loro dialoghi rapidi e incisivi
e con la descrizione dei luoghi di Messina, che viene rappresentata
in tutte le sue bellezze e contraddizioni.
Diego, alla ricerca del suo posto nel mondo, ci cattura con le sue
riflessioni acute, su svariati temi: "Forse lo studio non era
per me, o non era per me la letteratura, o certa letteratura, o forse
l'università, o non era per me il servilismo: così, a vent'anni, è
troppo presto, ci devi essere portato a stare supino anche se è da
giovani che si vede il talento ... La morte di qualcuno è una
sconfitta atroce, una vergogna. Io mi vergogno che qualcuno sia morto
per il mio bene, mi fa venire voglia di urlare, e invece la gente si
riempie la bocca di Falcone e Impastato. Non basta chiamare i figli
con il loro nome o intitolargli strade, bisognerebbe vergognarsi,
sentirsi un po' responsabili della loro morte.".
Colpisce la determinazione di Diego nel voler rimanere coerente con i
propri ideali e valori, la voglia di mettere a frutto, a costo di
sacrifici, la sua passione per la cucina. E soprattutto il legame con
un padre che lo ha cresciuto da solo, un affetto contrastato dal
ricordo di un uomo che, quando era ubriaco, non esitava a essere
violento e manesco, il tentativo di difenderne la memoria con
l'arrivo del fratello Giovanni, inizialmente considerato un intruso,
i dubbi su una verità che fatica a venire a galla.
Diego cerca di apprendere questa verità dal fratello, un ragazzo
fragile, che sembra fuggire di fronte agli ostacoli, incapace di
assumersi le proprie responsabilità. Il rapporto tra i due ragazzi
sembra attraversare fasi alterne, tra il duro scontro iniziale, il
rifiuto, i tentativi di avvicinamento, in cui Diego cerca di
ricostruire i ricordi di sua madre, scomparsa troppo presto. E poi
ulteriori contrasti, quando Giovanni si invaghisce di Ester, la
migliore amica di Diego, da cui aspetterà poi un figlio. Scontri che
hanno sempre sullo sfondo il ricordo ingombrante del padre con cui i
ragazzi devono fare i conti ogni volta, ponendosi a confronto e
rinfacciandosi reciprocamente di essere uguali o peggiori di lui.
Un aspetto del carattere di Diego che emerge nel corso del romanzo è
una certa resistenza al cambiamento: "Non credo troppo ai
cambiamenti, mi sembra sempre che siano illusori". Una
resistenza che nasconde la paura di affrontare il cambiamento stesso,
come si evince dal dialogo con Martina, una ragazza con la quale ha
da poco iniziato una storia:
" - E cosa mi metto a fare, qui ho un lavoro e mio fratello e
la mia amica che aspetta un figlio e sento che hanno bisogno di me, e
poi c'è il mare.
- Ma anche lì puoi trovarne, di amici e lavori.
-
Non lo so perché, capisci, è come se una volta di là non potessi
più tornare indietro.
-
E perché?
-
Perché di là ci sono più opportunità e la vita è facile; lì
potrei essere normale e mi potrebbe piacere".
Diego appare, dunque, in preda a un contrasto interno: da un lato, la
volontà di conquistare quella libertà che la sua ragazza Martina e
il suo amico Lillo, lo chef del ristorante dove lavora, sembrano
volergli offrire, il desiderio di percorrere quel tratto di tre
chilometri che separa la Sicilia e la Calabria persino a nuoto;
dall'altro, la paura dei pericoli in cui potrebbe incorrere lungo
quel tratto, il senso di sicurezza e di appartenenza che lo fa
sentire avvinghiato al luogo natio, pur con le sue miserie e i suoi
limiti.
"Un'invincibile estate" è, dunque, per me più di
un romanzo di formazione, è il racconto di una conquista, del
raggiungimento della consapevolezza di sé e delle proprie capacità,
l'idea che non vi è un legame indissolubile con il contesto di
origine, perché si può andare o tornare, ma in fondo siamo (o
dovremmo essere) tutti liberi.
Doris Lessing può certamente essere considerata una delle più
grandi scrittrici contemporanee nell'ambito del panorama letterario
internazionale. Nata in Iran (allora Persia) nel 1919, si trasferì
ben presto in Zimbabwe dove trascorse gran parte della sua giovinezza
per poi stabilirsi nel 1950 a Londra, dove morì nel 2013. Scrisse
numerosi romanzi e racconti mostrando una notevole ricchezza di temi
e di stile e affrontando argomenti divenuti poi centrali nel
dibattito pubblico: il rapporto della donna con la società, la
famiglia e la politica; le condizioni sociali degli africani nelle
colonie e le ingiustizie del sistema politico.
Nel 2007 le fu conferito il Premio Nobel per la letteratura con
questa motivazione: "Cantrice dell'esperienza femminile, che
con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame
una civiltà divisa".
Ricordo ancora un programma televisivo di alcuni anni fa in cui lo
scrittore Aldo Busi parlò con passione di Doris Lessing, instillando
in me il desiderio di avvicinarmi a questa scrittrice e avventurarmi
nel suo ricco mondo letterario. Tuttavia, solo di recente ho iniziato
tale percorso di lettura con una raccolta di tre racconti: "Le
nonne"; "Victoria e gli Staveney"; "Il
figlio dell'amore".
In questi racconti Doris Lessing conferma le sue doti di acuta
indagatrice della realtà sociale nei suoi aspetti più controversi
(l'amore quasi al limite dell'incesto o dell'ossessione, il razzismo,
la guerra), abile nel costruire con incisività i suoi personaggi e
nell'esaltarne sapientemente la personalità, analizzandone a fondo
sentimenti, sogni, obiettivi, delusioni e frustrazioni.
I tre racconti, nella traduzione di Monica Pareschi, Elena Dal Pra e
Francesco Francis, si presentano con uno stile particolare, una
narrazione avvolgente e scorrevole, che segue le vicende dei
protagonisti con un ritmo quasi serrato e un incalzare di domande non
prive di una certa ironia con cui la Lessing, sembra interrogarsi sui
destini delle sue creature: "Toccava a lei parlare. Ma era
proprio obbligata?"; "Ma non stava diventando troppo grande
per sentirsi dire che era una brava bambina? Aveva quasi 14 anni.".
Il linguaggio sobrio, frasi brevi e concise, descrizioni attente, ma
che non indulgono eccessivamente nei dettagli, sono gli altri
elementi che si possono dedurre da una seppur parziale analisi
stilistica.
I racconti presentano alcuni elementi comuni: un incontro, che in
qualche modo sembra incidere profondamente sul destino dei
protagonisti, e la rinuncia, con la necessità, a un certo punto
della vicenda, di interrompere un legame affettivo, cui non sempre
segue la rassegnazione da parte delle persone coinvolte.
In “Le nonne”, l'incontro che segna la vita di tutti i
personaggi avviene tra Roz e Lil, due bambine che "cominciarono
la scuola lo stesso giorno, la stessa ora, si presero le misure a
vicenda e diventarono amiche del cuore". Le due amiche sono
talmente inseparabili e affiatate che il loro rapporto diviene quasi
simbiotico anche dopo i rispettivi matrimoni, le nascite dei figli e
delle nipoti. Infatti, l’atmosfera apparentemente briosa con cui si
apre il racconto ci mostra l’arrivo di una vera e propria famiglia
allargata composta da Roz e Lil, dai rispettivi figli Tom e Ian e
dalle loro bambine. Un'atmosfera che sembra essere incrinata
dall’arrivo della moglie di Tom, Mary che mostra di aver scoperto
uno sconvolgente segreto.
E così la storia di Roz e Lil viene svelata nel dettaglio. Il loro
stretto rapporto diviene la causa della fine del matrimonio di Roz
(Lil nel frattempo è rimasta vedova) e si evolve fino a diventare
quasi una barriera da cui escludere ogni elemento estraneo, al punto
che le due donne finiscono per innamorarsi l’una del figlio
dell’altra. Queste relazioni si protraggono per anni, pur nella
consapevolezza da parte di Roz e Lil che c’è qualcosa di sbagliato
in ciò che stanno facendo, mentre Tom e Ian sono completamente persi
nel loro amore.
A un certo punto la barriera che circonda le vite dei quattro
protagonisti viene incrinata dall'arrivo di Hannah e Mary che si
innamorano di Ian e Tom. Dunque, le relazioni, anche se con dolore,
devono essere troncate. Così reagisce Lil: “A queste parole lei
cominciò a ridere, una risata fiacca, difensiva. Stava pensando agli
anni passati con Tom, a guardarlo trasformarsi da un ragazzo
bellissimo in un uomo, a vedere gli anni che lo reclamavano, sapendo
che doveva finire, era lei che avrebbe dovuto finirla … lei e anche
Roz … ma era così difficile”. Una decisione difficile che i
due ragazzi accettano con un diverso atteggiamento, Tom con
rassegnazione e Ian con rabbia.
Sono relazioni che si vorrebbe seppellire, lasciare nel passato.
Eppure, Mary, che poco tollera il ruolo predominante che le due donne
hanno nella vita di Tom e Ian, scopre il segreto tenuto nascosto per
anni e la sua reazione è di rabbia.
Nel secondo racconto, "Victoria e gli Staveney" si
narra la storia di Victoria, una ragazza di colore senza genitori,
che vive con una zia malata. L'incontro che incide profondamente
sulla sua vita avviene nel momento in cui si imbatte in una famiglia
benestante, gli Staveney, che accolgono Victoria un giorno in cui la
zia è in ospedale. La piccola rimane turbata dalla vastità degli
ambienti della casa in cui si trova, oltre che dall'estrema
gentilezza del figlio maggiore, Edward, che più che da veri
sentimenti di empatia, sembra essere spinto dall'amore per le buone
cause e da un atteggiamento molto “politicamente corretto”.
Victoria cresce avendo sempre in mente il nostalgico ricordo di
Edward e della sua casa, in un certo senso idealizzati nella sua
fantasia. Nel frattempo deve affrontare le vicissitudini della sua
vita, cercando di darsi da fare per sfuggire all'ombra che sembra
gravare sulla sua testa, almeno secondo la comune opinione sulle
ragazze di colore a quell'epoca: "Ma non voleva risvegliare
in Victoria il sangue cattivo che di sicuro le scorreva nelle vene,
tanto il diavolo se ne sta comunque lì appostato in attesa di
intrappolare le donne, sotto sorrisi e lusinghe".
E le lusinghe arrivano da Thomas, secondogenito degli Staveney, con
cui Victoria ha una figlia, nascondendogli, però, la gravidanza.
Victoria è un personaggio certamente positivo, dotato di buoni
sentimenti e grande forza di volontà, descritto come "una
giovane donna cauta ed educata, che camminava come avesse paura di
occupare troppo spazio". E lei stessa comprende come questa
sua cautela l'abbia resa inerme e succube del suo destino. I problemi
economici, il matrimonio con il buon Sam – raro esempio di padre
che cerca di essere presente nella vita dei suoi figli, ma che muore
dopo averle dato un altro figlio - la inducono a incontrare gli
Staveney e a rivelare loro che la sua bambina è figlia di Thomas:
“Victoria aveva la sensazione di essere stata una creatura
inerme, sballottata da una parte all’altra dai colpi di fortuna,
senza rendersi conto di cosa stava succedendo o perché. Ma adesso
non era inerme, e finalmente era presente a se stessa. Cosa voleva?
Solo che gli Staveney sapessero di Mary; e poi … be’ poi si
sarebbe visto”. E il momento della rinuncia arriva anche per
Victoria, quando si trova a comprendere che il vero bene di sua
figlia Mary è quello di rimanere con gli Staveney lontano da lei.
L’ultimo e più complesso racconto si intitola “Il figlio
dell’amore”. È la storia di James, ragazzo sensibile e
romantico, la cui vita viene profondamente segnata da due incontri,
oltre che dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, che fa da
tremendo scenario a questa storia.
Il primo incontro avviene con il coetaneo Donald, ragazzo affabile,
sveglio e pronto a combattere contro ogni idea sbagliata, forse più
desideroso di circondarsi di adepti che incline all'amicizia con
James. Tuttavia, Donald gli apre nuove prospettive di pensiero
facendolo uscire dall’austerità e dalla ristretta mentalità della
sua famiglia. James inizia così ad appassionarsi alla letteratura,
soprattutto alla poesia e a incontrare personalità brillanti: “James
pensò: "È andata avanti così per tutta la mia infanzia e non
me ne ero mai accorto". E così adesso era anche il dolore che
provava per entrambi ad allontanarlo da casa, tanto quanto la
seduzione di quel mondo nuovo, tutto politica e letteratura.
Donald gli prestava dei libri, che lui leggeva
come se la letteratura fosse nutrimento e lui stesse morendo di fame.
I libri erano impilati sul tavolo dell'ingresso. Ne portava uno nella
sua stanza per leggerlo, poi lo rimetteva al suo posto e ne sceglieva
un altro.”.
L’arrivo della guerra catapulta i due giovani in ambienti ben
lontani dalle loro passioni letterarie e dai loro convegni. La vita
militare si mostra in tutta la sua spietatezza, contornata da
molteplici contraddizioni: duri allenamenti, lunghe esercitazioni,
uno stremante viaggio in mare per condurre in India migliaia di
giovani pronti a entrare in azione, con lunghe e frustranti attese
che sembrano mostrare tutta l’inutilità del loro lavoro di
addestramento.
Durante il viaggio, in occasione della sosta a Cape Town in
Sudafrica, per James avviene un secondo importante incontro, questa
volta con Daphne, una giovane donna che assieme agli altri abitanti
della città sta organizzando quanto necessario per accogliere i
militari sbarcati e stremati dal lungo tragitto percorso a bordo di
una nave instabile, con poca acqua a disposizione.
James è assai malridotto, ma nel momento in cui incontra Daphne ha
come una visione, se ne innamora perdutamente, non riuscendo più a
distogliere la mente da lei.
Daphne mostra, fin dalla prima scena in cui compare, una certa
frustrazione, desiderando profondamente un figlio, un desiderio che
non può essere soddisfatto almeno finché suo marito Joe non
rientrerà dalla guerra. È, comunque, una donna decisa e determinata
che, una volta arrivata a Cape Town, ha messo da parte la sua aria da
timida inglesina divenendo una perfetta padrona di casa. Inizialmente
restia, la donna si lascia andare alla passione con James. La
sensazione che prova, tuttavia, è quella di vivere in un'altra
realtà, un sogno o forse un incubo, consapevole che James dovrà
risalire su quella nave e lei dovrà tornare da suo marito, nel mondo
reale.
James mostra tutto il suo romanticismo idealizzato (la Lessing
descrive con una certa ironia le lettere d'amore da lui scritte), un
sogno d'amore che, una volta ripartito, diviene una vera ossessione,
soprattutto quando avrà fondati motivi per ritenere che lei sia
rimasta incinta. Nel corso degli anni cercherà in tutti i modi di
rimettersi in contatto con Daphne e di rivedere suo figlio anche dopo
essersi sposato con Helen con cui conduce una vita esemplare.
Tuttavia, i suoi tentativi non avranno alcun esito.
I tre racconti di Doris Lessing sono, dunque, tre storie molto
coinvolgenti, percorse da una frustrazione e da un’amarezza di
fondo, con personaggi che si muovono sulla scena cercando di far
emergere la propria determinazione, tentando di non essere inermi, ma
di combattere per i propri sogni, sentimenti, affetti, per, poi,
doversi arrendere di fronte all’ineluttabile evolversi delle
vicende umane, a un destino che nega a certi desideri la possibilità
di compiersi.
Pochi giorni fa questa fotografia ha di nuovo attirato la mia
attenzione facendo riemergere dagli "anfratti" della mia
mente altri ricordi di questa estate. È una foto scattata durante
una breve gita al mare, in una località pugliese denominata Praia a
Mare.
Ci eravamo fermati lì, prima di dirigerci in montagna, per
trascorrere qualche ora di caldo riposo, stesi su un asciugamano,
lontani dal traffico e dallo stress, circondati soltanto dalle voci
dei bagnanti, con i bambini che si rincorrevano e si tuffavano in
mare e le mamme che li richiamavano perché era già ora di pranzo. A
un certo punto mi sollevai dall’asciugamano, dando le spalle alla
distesa marina, e volsi il mio sguardo all’orizzonte, catturato da
una bellissima costruzione, la Torre di Fiuzzi, che si ergeva lì
vicino, in prossimità della spiaggia; una robusta e solenne fortezza
posta secoli fa a difesa del territorio contro le invasioni dei
Saraceni e che non potei fare a meno di immortalare.
Credo di averlo constatato tante volte, ma non riesco mai a smettere
di meravigliarmi di come sia quasi impossibile girare per il nostro
splendido Paese senza scorgere in un angolo un pezzo di storia.
Dunque, dopo aver rievocato questo ricordo, mi ritrovo a ripassare
alcune informazioni storiche su quel periodo, raffigurandomi le
invasioni di Turchi e Saraceni che giungevano sulle coste pugliesi
per conquistare e fare razzie, seminando il terrore tra le
popolazioni locali. Tali scorrerie iniziarono già nell'VIII secolo e
durarono fino all'anno 1000.
Per comprendere i motivi di tali scorrerie, occorre considerare che
la Puglia si colloca in una particolare posizione geografica, essendo
posta al centro del Mar Mediterraneo, per cui, inevitabilmente, è
sempre stata un punto nevralgico nelle comunicazioni tra Oriente e
Occidente, per tutto ciò che riguarda i traffici commerciali e le
migrazioni. In virtù di tale ruolo centrale, la Puglia è divenuta
nei secoli un punto di incontro tra culture, religioni, usi e
costumi, ma anche terra di conquiste, razzie e distruzioni. In
particolare, divenne lo scenario di una secolare lotta tra l’Islam
e il Cristianesimo.
I Turchi e i Saraceni approdavano sul litorale pugliese non solo per
desiderio di conquista e per compiere razzie, ma anche per motivi di
strategia militare e per distruggere le basi commerciali e navali
dell’Occidente. Nell'anno 840 Taranto fu la prima città a essere
conquistata dai Saraceni, divenendo la principale base delle
scorrerie nell'alto Adriatico. Nell'847 toccò a Bari essere
conquistata, divenendo un vero e proprio emirato. Bari fu, poi,
conquistata nell'871 dai Longobardi e nell'876 dai Bizantini e
divenne il maggior centro politico, militare e commerciale
dell'Impero romano d'Oriente, in Italia.
Per opporre un tentativo di difesa contro le continue invasioni,
lungo il litorale pugliese venne costruito un imponente sistema di
fortificazione composto da centinaia di torri con il compito di
avvistare il nemico proveniente dal mare. Le torri erano, quindi, un
primo baluardo difensivo per impedire agli invasori di espandersi sul
territorio. E tra queste vi è proprio la bella Torre di Fiuzzi che,
rispetto ad altre, si conserva ancora in ottimo stato.
Secondo gli storici, la presenza saracena in Puglia, pur comportando
saccheggi e distruzione, apportò anche benessere e ricchezza,
incentivando lo sviluppo dei rapporti con la Sicilia, l’Africa,
l’Oriente e stimolando le attività marinare. Inoltre, non vi
furono solo conflitti. Nella popolazione, infatti, si insediarono
alcune comunità islamiche costituite soprattutto da maestranze
operaie dotate di elevate capacità manuali e artigiane, in forza
delle quali riuscirono a impiegarsi nell’edilizia, nella
realizzazione di progetti di costruzione di cattedrali e palazzi, in
cui fecero confluire il loro particolare gusto artistico. E
l'influsso orientale si fece sentire anche in cucina, soprattutto in
pasticceria con l'utilizzo di ingredienti e spezie di origine araba
(cannella, miele, pasta di mandorle).
Nell'880 l'Imperatore Basilio I il Macedone decise di sottrarre ai
Saraceni le terre pugliesi, inviando due eserciti e una flotta
navale: la flotta bizantina bloccò la via del mare, sconfiggendo i
musulmani e sottraendo Taranto al loro dominio. La sconfitta
definitiva dei Saraceni avvenne nell'anno 1002, grazie
all'intervento della flotta veneziana, guidata dal doge Pietro II
Orseolo.